Parità di genere
217 anni di ritardo

Islanda 1. Norvegia 2. Finlandia 3. E’ il podio del World Economic Forum nel rapporto 2017 sull’ efficacia di 144 Stati nel colmare la disuguaglianza tra uomini e donne. Fatti e numeri appena usciti. Partecipazione e opportunità economiche, educazione, salute e sopravvivenza, potere in campo politico sono i principali criteri. Se volete trovare l’Italia andate al numero 82, subito dopo il Messico e prima del Myanmar.

I Paesi del Nord Europa, oltre ai primi tre assoluti, sono in generale ben posizionati. Hanno un tratto comune: condividono leggi e programmi che legano a due temi la violenza fisica, le molestie, il considerare trascurabile il corpo della donna: l’esclusione economica e quella culturale.

“Posso farlo, perché ho di fronte un soggetto più debole di me, meno potente, è così che ragiona chi abusa”: l’eurodeputata olandese Sophie in ‘t Veld sostiene con colleghe di tutti i gruppi la campagna #MeToo per raccontare lo sfregio, grande e piccolo, sul corpo della donne. Che #MeToo cerca di rappresentare anche come un corpo sociale, rilevante, utile, che vale. Anche soldi e benessere. “La capacità innovativa di un Paese o di una compagnia è proporzionale al reclutamento di uomini e donne – sottolinea Klaus Schwab, Fondatore e presidente del World Economic Forum -. Riusciranno meglio quelli che capiscono che integrare le donne muove in avanti l’economia. Io lo chiamo talentismo. Significa non farsi sfuggire la metà del talento e delle risorse personali del mondo”.

E invece il titolo del rapporto di quest’anno è:” Indietro tutta: dieci anni di progresso e nel 2017 lo stallo”. Come andrà a finire? A pagina 94 la risposta: se la disuguaglianza economica e sociale tra uomini e donne viene colmata con questa lentezza la parità nel mondo del lavoro arriverà tra 217 anni (sì, più di due secoli), per gli altri paramenti entro 100.

In questo quadretto non tanto favorevole alle donne, i Paesi dell’Europa del Nord fanno della parità di genere un punto di orgoglio che compare sui siti e nelle pubblicità turistiche: “Da noi in Svezia le donne sono la maggioranza della forza-lavoro… le nostre scelte hanno portato a generosi congedi di paternità e maternità… siamo un posto stupendo per fuggire”. Ecco un passaggio dal sito finlandese: “Siamo un piccolo Paese ma siamo il primo Paese in Europa ad aver concesso nel 1906 il diritto di voto universale alle donne e da allora non ci siamo mai voltati indietro”. Nelle scuole tutto il blocco Nord Europeo, dove la scolarizzazione inizia a 4 anni, aderisce all’atto contro gli stereotipi di genere. Questo significa che aspettative, linguaggio, ruoli, giochi, opportunità sono neutri, senza differenze per bambini o bambine. “Anche i genitori più tradizionalisti capiscono che ai loro figli e figlie conviene avere tutte le opportunità, e non la metà, come vorrebbero gli stereotipi legati all’essere maschio o femmina” dice Frida Wikström, coordinatrice dei programmi.

Ci sono le denunce di molestie che arrivano dal mondo dello spettacolo, dai dipartimenti dell’Unione Europea e da più di un palazzo governativo (buon ultimo un ministero britannico). Ci sono i numeri tremendi del World Economic Forum legati a disuguaglianze sempre più gravi nel lavoro, anche in Europa. #MeToo, anche per i più insofferenti nei confronti della buone cause sui social, è pur sempre una vocetta nel buio, le più forti parlano, le più fragili certamente no, ma incontrano in questi racconti una parte di sé e dell’enormità di ciò che devono subire.

L’europarlamentare olandese Sophie in ‘t Veld è liberale, la tedesca Terry Reintke è dei Verdi. Entrambe chiedono subito una direttiva e un impegno concreto contro violenza, molestie, esclusione e disuguaglianza che torna con forza. E Sophie in ‘t Veld racconta serafica:” Gli uomini mi chiedono con tanta premura fino a che punto possono spingersi, come fanno a capire quando stanno per passare il limite. Gli dico che è facile, basta che si chiedano come vorrebbero che fosse trattata loro figlia in quel momento. Perché vede, non parliamo solo di violenza, ma anche di sessismo. E quindi di democrazia. Io ci tengo”. Anch’io, #MeToo.