Gentiloni, i perché
di una resistibile ascesa

È in testa a tutti i sondaggi di popolarità per quanto i sondaggi di popolarità possano valere: basta ricordare che al secondo posto c’è Emma Bonino la cui lista viene valutata però tra il 2 e 3 per cento. Lo invoca con lodi inusuali Giorgio Napolitano. Lo invoca Prodi, lo invoca Calenda, lo invoca Bonino, lo invocano numerosi big del Pd. Lo invoca persino Berlusconi nel caso che il 5 marzo non ci sia una maggioranza e occorra un traghettatore verso nuove elezioni. Paolo Gentiloni for president, dunque. Stimato un po’ da tutti – a cominciare dal Capo dello Stato per la sua competenza e per la sobrietà del suo stile.

Eppure c’è nella sua ascesa – quanto irresistibile si vedrà – non solo la spia di una evidente difficoltà di leadership da parte di Matteo Renzi ma anche un segno di indebolimento del progetto originario del Pd e per certi versi un ulteriore cedimento della politica. Vediamo perché.

Fino alla sua nomina a premier Paolo Gentiloni era un esponente di secondo piano del Pd. Un passato da ambientalista, stretto collaboratore di Rutelli, nel nuovo partito fondato nel 2007 non ha mai avuto grande spazio. Alle primarie democratiche per il candidato sindaco di Roma, arriva solo terzo, superato non solo da Marino ma anche da Sassoli. Neppure per il ruolo di ministro degli Esteri nel governo Renzi è la prima scelta: l’ingresso alla Farnesina avviene solo dopo la nomina di Federica Mogherini all’Alto commissariato dell’Unione Europea, si dice per insistenza dell’allora presidente Giorgio Napolitano.

La svolta arriva dopo la disfatta referendaria e le dimissioni da premier di Renzi che forse pensava, scegliendo Gentiloni, di mandare a Palazzo Chigi un uomo che non gli avrebbe fatto ombra. Infatti da capo del governo Gentiloni ha continuato la politica del suo predecessore – basti pensare alle fiducie imposte sulla legge elettorale – con un atteggiamento però molto più dialogante e per niente guascone. Sui contenuti in qualche modo ci ha messo anche del suo: basterà ricordare l’ultima scelta di allargare la fascia di esenzioni dal pagamento del canone Rai per gli anziani meno abbienti invece della abolizione totale proposta da Renzi: un gesto più equo e certo più sostenibile.

In questo modo Gentiloni, con il suo passo felpato e i toni misurati, si è ritagliato uno spazio che ben presto ha fatto dimenticare l’irruenza di Renzi. La credibilità che si è conquistato (in Italia, ma anche in Europa) e il sostegno che riceve man mano che si avvicina il voto fanno prevedere che il suo ruolo nella difficile fase del dopo 4 marzo sarà decisivo. Non solo sul fronte del governo ma anche, nel caso di un risultato elettorale deludente per Renzi, su quello complicatissimo del Pd. Se dovesse servire un uomo in grado di rimettere insieme i pezzi di un partito che può implodere è a lui che molti già guardano.

Eppure… Eppure lo scenario che si vede all’orizzonte rischia di contraddire il progetto iniziale del Pd di Veltroni che era un altro: la figura del leader del partito e del candidato premier dovevano coincidere come in tutta la sinistra europea. Ed è difficile dare torto al presidente del Pd Matteo Orfini quando dice che il leader del partito lo scelgono gli iscritti e gli elettori con le primarie, e non i big del Pd (o addirittura fuori dal Pd.)

Ma sicuramente è stato non solo il fallimento del progetto di Renzi ma anche il contesto a determinarr in buona misura questa situazione che fa di Gentiloni l’unico candidato in campo per il  centrosinistra. Forse al di là della volontà degli stessi protagonisti. E il contesto è innanzitutto la legge elettorale, il Rosatellum, congegnata proprio da Renzi per evitare un vincitore assoluto della disfida di marzo. Con un meccanismo simile sembra di tornare alla prima repubblica quando a palazzo Chigi raramente andavano i leader di partito ma gli esponenti più adatti a mediare e allargare maggioranze. Anche se sul finire di quella fase non mancano le eccezioni di peso come Craxi e De Mita. E comunque se si deve tornare indietro sarebbe utile recuperare tutto il pacchetto della prima repubblica con partiti più forti, adeguatamente finanziati e con una reale vita democratica. Ma nessuno oggi scommetterebbe un euro su questo remake.