“Over the Rainbow”, emozionante Keith Jarret nel disco “Munich 2016”

Over the Rainbow” è un brano di tale popolarità nell’immaginario musicale di tutti noi che difficilmente riusciremmo a trovarne una nuova versione degna di essere ricordata o differente dalle magiche interpretazioni che ne sono state realizzate in passato dai più grandi musicisti e cantanti. Eppure, al termine di questa fluviale e travolgente registrazione di un concerto di Keith Jarrett a Monaco di Baviera (anno 2016), trovandola in chiusura degli “encore” regalati all’entusiasta pubblico tedesco, anche il più incallito ascoltatore non può fare a meno di emozionarsi per quello che questo pianista sa trasmettere nel passaggio fra le sue dita, i tasti ebano e avorio, il nostro udito e la nostra sensibilità.

Il nuovo disco Ecm

keith jarrett

Tre brani finali, tre riletture indovinatissime, il brano tedesco “Answer My Love” reso popolare da Nat King Cole, la dolente “It’s A Lonesome Old Town” (piena epoca della Depressione) e  “Over The Rainbow”, a chiusura di una serie di concerti alla Filarmonica di Monaco, proprio nella città natale della mitica Ecm, per la quale Jarrett ha inciso gran parte dei suoi circa ottanta dischi.

Già, perche questo infaticabile artista (che ha però dovuto lottare per alcuni anni con una temibile sindrome da affaticamento…), giunto all’età di 74 anni, fra la fine degli anni ’60 ed oggi non si è mai fermato, attraversando come una cometa luminosa tutta la storia del jazz (prima al fianco di Art Blakey, poi con Charles Lloyd, in trio più volte con i migliori musicisti del mondo) e trovando inoltre il tempo per registrare significativi e numerosi dischi di musica classica.

Lo stile, le idiosincrasie…

Il tutto con un suo personalissimo stile, che si rappresenta come profondamente introspettivo a cominciare dalla postura, piegato sulla tastiera quasi ad unirvisi fisicamente, mugolii di piacere e di sofferenza ad accompagnare le note, l’improvvisazione applicata ad ogni singola interpretazione dello stesso brano, un profondo senso del ritmo, della melodia, una scoperta continua anche per chi lo ha sempre seguito.

E poi le sue proverbiali idiosincrasie, un amore sviscerato per il pubblico che lo osanna mascherato da una sorta di intolleranza pronta a tutto di fronte a qualsiasi esuberanza, per quanto innocente: la sospensione di un concerto per un colpo di tosse, l’abbandono del palco prima dei bis per alcuni fuochi d’artificio a lui dedicati, la promessa di non tornare a suonare laddove non regni l’assoluto silenzio. Può stare antipatico, ma è un genio. E poi nemmeno Miles Davis scherzava…

Munich 2016, dodici brani più tre “encore”

Munich 2016” (diviso in dodici brani semplicemente numerati più i tre suddetti magnifici “encore”) è come tanti altri suoi lavori in solo: tutti magnifici, si somigliano ma sono immancabili, perché Jarrett ha avuto il tempo, nella sua fortunatamente lunga e perdurante esistenza, di raffinare (se pure è possibile) la sua arte, fino a diventare ormai da tempo un archetipo del pianista jazz.

Capace di passare dall’improvvisazione al gospel, dal blues al boogie-woogie, dal lirismo più commovente e sincero all’hard bop canonico. Ed il pubblico, come quello di Monaco in questa magica serata di tre anni fa, è sempre prodigo di applausi e di religioso silenzio all’ascolto, soprattutto nel paese in cui Jarrett aveva registrato il lavoro che lo portò nell’Olimpo, quel Koln Concert (1975) che ebbe un successo planetario. Ma che non lo distolse da una ricerca caparbia, insistita, capillare, spesso pretenziosa, ma a ragion veduta, visti i risultati.

Una lunga storia, che ha prodotto uno dei repertori pianistici più completi di sempre, probabilmente ancora foriero in un prossimo futuro di altre gemme come questa.