Ostia sconsacrata
dall’orda di cemento

“Noi stiamo qui tutto l’anno, perché a Roma non si trova casa. Ma la maggioranza ci sta solo d’estate, per le vacanze”. Il ragazzo ha un orecchino d’oro e una maglietta con la faccia di David Bowie. Riempie una tanica alla fontana, un vecchio lupo sbuca da un vecchio spiazzo in un vecchio paesaggio italiano. Accanto a lui, un andirivieni di donne che sembrano uscite da una fotografia del dopoguerra, con le ciabatte sformate e i vestitini blu a fiori chiari che stringono grandi lombi da popolane. Nei canneti intorno si inseguono bambini scurissimi: gli adulti stanno seduti all’ombra, aspettando l’ora di pranzo. Tutto intorno, i rifiuti si ammucchiano, sperando magari che la sabbia li ricopra, come un alito di provvidenza.

Ostia comincia così, con le “seconde baracche”. Capanni di legno, muratura e lamiera accatastati sulla sabbia, a pochi passi da un mare giallo e tempestoso. La costa, in questo punto, sporge di qualche decina di metri: quanto basta per vedere, guardando a sud, la marea di case che forma la città. Se Ostia è, socialmente e ormai anche urbanisticamente, periferia di Roma, qui siamo alla periferia della periferia. Perfino il turismo popolare, giornaliero, che assedia le spiagge di Ostia, non si inoltra fino a qui, perché settecento lire per un ombrellone e trecento per una doccia ormai le hanno tutti.

Da quando sono partito da Ventimiglia, questa è la prima baraccopoli che incontro lungo la costa italiana. La chiamano “Bombay”. Una sorta di favela balneare, non miserabile ma certo poverissima, che l’insegna scalcinata di qualche pizzeria non riesce a rallegrare. Logico: Roma è l’unica metropoli italiana così vicina al mare, e fino al mare estende i suoi umori, tracimando verso il litorale come un bacino troppo colmo. Non che la vicinanza delle grandi città, più su, non si senta. La Liguria a Ponente è soffocata dal secondo cemento di Milano e di Torino. Ma quando si arriva al litorale romano, proprio per motivi fisiologici, il tracollo è inevitabile. Alle spiagge di Ostia, nelle domeniche di luglio, tocca ospitare oltre mezzo milione di persone.

Oggi è un giorno feriale, per giunta di tramontana, il mare è inavvicinabile e così agitato che neppure si bada alla sua tragica sporcizia. La sabbia scura di Ostia è quasi bella, quasi pulita mentre piccole ruspe la battono per spianarla e rimediare ai cumuli formati dal vento. Basta non guardarsi alle spalle, per non vedere l’orda di case in stile piastrellato-cubico, o balconizio-antennoso, o scatolato-verandesco, fate voi, e la spiaggia acquista una sua onestà corroborante e marittima.
Stesi su asciugamani freschi di lavatrice, con i costumi troppo colorati dei grandi magazzini, i ragazzi romani ancora non sanno che, forse tra pochissimi anni, anche “Checco” e il “Burino” apriranno un locale che si chiama “Charlie’s Pub” o “American Café” sovrapponendo allo sfascio sbracato ma vitale del litorale romano la patina di un benessere fasullo.

(Michele Serra, “Tutti al mare”, 1985)