Ortega, l’allarme
sullo strapotere
dell’anti-politica

La catastrofe, che segnala lo stato di salute assai precario della democrazia italiana, che si appresta a celebrare un referendum proprio per istituzionalizzare l’antipolitica, non era un evento imprevedibile. Il pensiero politico del ‘900 fornisce ampio materiale di riflessione sulle ribellioni populiste, sulle cadute dei regimi democratici. A 90 anni dall’opera di Ortega y Gasset “La ribellione delle masse” la lettura dei suoi scritti politici andrebbe suggerita, ormai ex post e tra le macerie, alle forze della borghesia italiana (da Mieli a Bernabé, a Montezemolo, a Cairo, a Santoro) che hanno fabbricato consapevolmente le categorie dell’antipolitica come resistenza organizzata contro la casta. In Italia la lotta contro la nomenclatura, la partitocrazia e la casta appunto è diventata l’ideologia della borghesia più rispettabile e delle sue agenzie egemoniche.

E’ evidente che la demolizione della politica organizzata (cui naturalmente hanno contribuito gli stessi politici che hanno inventato americanate improbabili come le primarie, le carovane, la disintermediazione) ha come esito prevedibile la cancellazione delle classi dirigenti di una politica autonoma dalle centrali dell’economia, dei media. Ortega y Gasset riflette proprio sugli effetti di sistema scatenati da quella che chiama la “invertebrazione” dei regimi politici. E’ da rimarcare che la stessa parola compare in Gramsci che nella crisi italiana coglie il ruolo della “assenza di ogni movimento vertebrato” (A. Gramsci, Quaderni del carcere, Torino, 1915, p. 1171).

A condurre l’opera di “invertebrazione”, spiega lo studioso spagnolo, provvedono anche i giornali, la saggistica più diffusa che amplificano una polemica distruttiva sulla corruzione, sull’incapacità del ceto politico, cioè di quel momento “transgiuridico” che organizza con la sua azione la società, lo definisce Ortega. Al posto del professionismo politico si invoca il ruolo salvifico di outsider che negano ogni valore alle competenze, alle organizzazioni. Su queste gracili basi compare un nuovo tipo di (anti)politico che con la sua demagogia viene accolto come lo strumento della rigenerazione della nazione.

Insincerità e ipocrisia

Con una grande dose di “insincerità e di ipocrisia”, rileva Ortega, la stampa gonfia il sentimento di ripudio e alimenta così “la ripugnanza verso i politici”. Con accanimento il mondo dei media si scaglia contro “il fatale intervento dei politici” esaltando le figure innocenti delle professioni, della società civile, dell’industria. Queste personalità nuove vengono raffigurate come “un popolo di perfetti elettori” che sono mortificati dai “malvagi eletti”, dalla incompetenza dei politici, dai privilegi dei parlamentari. Lo schema è semplice. Da una parte le istituzioni politiche,descritte come arene corrotte e inadeguate, e dall’altra i mitici cittadini, “gli elettori migliori degli eletti, la nazione migliore del parlamento”.

Questa favola, per cui “al cospetto dei politici di professione contro cui si lanciano tutti gli improperi esiste una società sana, energica e intelligente”, ammonisce Ortega, sorregge delle illusioni pericolose che conducono quasi sempre alla catastrofe. L’operazione antipolitica non è quindi qualcosa di innocente. Al contrario. Dalla negazione del ruolo dinamico di una “minoranza dirigente” o classe politica (accusata di “latrocinio”, di “immoralità pubblica”), consegue l’azzeramento della funzione politica ricusata in nome dell’azione diretta dei corpi sociali. In questo clima scaturisce solo il “caos sociale, l’invertebrazione storica” ossia un autentico “collasso storico”. L’ideologia per cui tutti, fuorché il politico, sono più adeguati a governare è assolutamente distruttiva.

Non è vero che i campioni della società civile “hanno qualcosa in più del politico”. E nemmeno regge, sostiene Ortega, la favola che soltanto la malvagità del ceto politico, “con la perversità dei parlamentari, non ha permesso a un’altra casta di uomini meravigliosi di conquistare il potere”. Con estremo realismo di norma si può ritenere che “non è affatto certo che i parlamentari siano, in qualunque senso, peggiori del resto dei cittadini. Tra loro vi sarà una percentuale di esseri completamente ridicoli e, naturalmente, non mancano alcuni briganti da strada. Ciò nonostante l’ambiente del parlamento è un poco superiore al resto della nazione”.

José Ortega-y-Gasset

Con grande lucidità Ortega coglie le conseguenze delle vittoriose lotte dei “cittadini” contro la casta. La caduta della mediazione politica ha ripercussioni nichilistiche che si avvertono anche nel linguaggio dei nuovi apostoli del popolo come bella totalità. La demagogia dell’improvvisatore, con la fuga da ogni ragionamento sottile e da qualsiasi definizione calzante dei problemi pubblici, è un investimento linguistico, il frutto di un canone mentale perverso, ma non privo di efficacia in tempi di oscuramento delle credenze di massa. In una repubblica senza più mediazioni politiche “la demagogia essenziale del demagogo sta dentro la sua mente e si radica nella sua irresponsabilità davanti alle stesse idee che egli maneggia e che egli non ha creato, ma ricevuto dai veri creatori. La demagogia è una forma di degenerazione intellettuale”.

L’egemonia dell’antipolitica

Il populismo, come un catalogo di atti linguistici devianti rispetto al codice politico ereditato, implica la rinuncia al referente del cittadino che pensa, esamina le asserzioni, le pesa nelle effettive implicazioni, considerando il richiamo del principio di realtà.L’impatto dell’antipolitica è così profondo da provocare veri e propri dissesti strutturali nella capacità di governo, innovazione.Dinanzi al disastro provocato dall’antipolitica, occorre partire dalle macerie e ricostruire una classe politica e dirigente. La soluzione più inadeguata in tempi di antipolitica che si fa sistema è quella di una parte residuale di ceto politico che si propone di civilizzare i barbari andando con loro al governo e accettando in maniera subalterna la loro retorica antiparlamentare.

Quando l’antipolitica diventa egemonica, sino a conquistare nel suo incantesimo i suoi ipotetici avversari, colpiti tutti da una sorta di sindrome di Stoccolma che li induce a elogiare come amici ritrovati proprio coloro che li hanno colpiti sui denti, la risposta può scaturire solo dall’inevitabile fallimento dell’antipolitica come arte di (mal)governo che approda all’immobilismo, alla conservazione caotica. Secondo Ortega solo una “crisi nel cuore stesso delle moltitudini”, che rigettano le classi dirigenti in preda a una “invertebrazione ribelle” che condisce un plebeismo del “ressentiment” ossia “al nulla”, può favorire la ripresa di una direzione “affermativa, ascendente”. Il recupero del politico è una condizione minimale per ripartire e questo però esige una battaglia politico-culturale esplicita, non un governismo senza principi discriminanti.

La ripresa della politica è lenta e non scontata negli esiti perché la rinascita della mediazione deve ripartire dai fondamenti che sono andati perduti. Un ingrediente insurrogabile in questo quadro è il rilancio della funzione delle istituzioni di rappresentanza che i populisti intendono invece aggredire e aprire come una scatoletta di tonno. Come avverte Ortega una preliminare condizione per la cura del populismo è la rimotivazione della funzione rappresentativa e delle mediazioni osteggiate dagli antipolitici come inganni, sopravvivenze arcaiche al cospetto della futuribile democrazia diretta. Bisogna sempre asserire che “la finzione autentica è l’idea che il parlamento sia una finzione”. Dalla crisi nichilistica non si esce senza una ripresa del principio del governo rappresentativo (“dal parlamento, l’istituzione contemporanea per eccellenza, bisogna prendere le mosse e su questa istituzione bisogna che si appoggi ogni altra autorità”).

Codice di responsabilità

Quando ancora esiste la “forma” democratica consolidata (partiti, rappresentanza, soggetti del pluralismo, diritti di cittadinanza) le eccentriche esibizioni di rango populiste sono confinate come espressioni che si addicono alle componenti più marginali e persino comiche. Il sistema dispone delle ancore per arginare le deviazioni e scongiurare la perdita di un codice di responsabilità. Nei momenti di sfaldamento della “forma” franano uno dopo l’altro i centri nevralgici di selezione delle culture politiche e la espressione della classe dirigente sfugge a solidi canali di partito per essere afferrata da momenti privati e sprovvisti di stabili procedure e controlli.

Quando l’invertebrazione ribelle non resta confinata nelle zone eccentriche della protesta, ma conquista il potere centrale, solo una frattura esterna, uno choc, prodotto dallo scarto tra la chiacchiera populista e la realizzazione effettiva del governo,potrà restituire vigenza al principio di realtà sospeso dall’incantamento anti-politico.Si crea allora nei sistemi politici, aggrediti dalla alienazione politica, una secca alternativa: “o lo stato di invertebrazione ribelle, di dislocazione, andrà prolungandosi indefinitivamente o, al contrario, si produrrà una conversione radicale dei sentimenti in una direzione affermativa, creatrice, ascendente”. La diagnosi di Ortega y Gasset non lascia scampo.

La mentalità ostile alla mediazione, e l’insubordinazione rispetto al ruolo delle classi dirigenti di partito, producono decomposizione, rigetto della funzione politica dell’élite delle organizzazioni di massa, in definitiva una rottura di delicati equilibri istituzionali. “È necessario che le masse mobilitate contro le minoranze scelte, falliscano completamente perché imparino sulle proprie carni lacerate ciò che non voglio ascoltare. C’è, quindi, un momento in cui le epoche di dissoluzione, le età Kitra, producono una crisi nel cuore stesso delle moltitudini”. Dopo la mistificazione dell’uno vale uno, che diventa fenomeno maggioritario, potrebbe sopraggiungere il tonfo e allora bisogna riprendere l‘ardua strada della reinvenzione della politica vertebrata capace di democrazia.