Orban verso l’espulsione
ma il PPE non è vaccinato
contro il sovranismo

I democratici cristiani europei cacceranno Viktor Orbán e le sue truppe dal PPE? Pare abbastanza probabile dopo che l’incontro che si è tenuto a Budapest tra il rais ungherese e il capogruppo dei popolari al Parlamento europeo, il cristiano-sociale tedesco Manfred Weber, si è concluso senza un accordo. Il contenzioso ha contenuti ben più generali, che riguardano non solo lo stile di governo e le attitudini autoritarie del leader ma la cultura profonda che regge il suo sistema di potere, ma il tedesco era arrivato con tre semplici richieste precise. Il partito di Orbán, il Fidesz, avrebbe dovuto: 1) interrompere immediatamente la campagna mediatica di accuse e insulti contro il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, indicato in migliaia di manifesti e sui media amici del governo (ovvero quasi tutti) come complice e manutengolo dell’odiatissimo magnate George Soros; 2) chiedere scusa e 3) rinunciare alla decisione di cacciare da Budapest la Central European University (CEU), finanziata dal diavolo in persona, cioè dallo stesso Soros: un atto considerato a Bruxelles come una inammissibile limitazione della libertà di insegnamento.

Manfred Weber

Fonti giornalistiche vicine al governo avevano fatto trapelare, prima dell’incontro, che Orbán avrebbe accettato il primo punto, rinunciando da venerdì prossimo ai manifesti in cui Juncker viene denunciato come servo del traditore nemico pubblico numero uno (ma quelli già affissi in tutta Budapest?) e ai manifesti, già pronti, dedicati nello stesso stile allo Spitzenkandidat dei socialisti Frans Timmermans. Sulla CEU si sarebbe inventato un pastrocchio per salvare la faccia: gli studenti non sarebbero stati cacciati ma formalmente sarebbero stati considerati iscritti a Vienna. Sulle scuse, invece, niente da fare: il massimo che Orbán sarebbe stato disposto a concedere sarebbe stato un suo “dispiacere” perché qualcuno poteva essersi sentito offeso.

Troppo poco. L’intesa non c’è, ha fatto sapere così Weber perché il “dispiacere” non basta proprio. Poi ha aggiunto che “teniamo ancora aperto il dialogo”, ma appare chiaro che ben difficilmente la rottura potrà essere sanata entro il 20 marzo quando, a Bruxelles, com’è consuetudine alla vigilia del Consiglio Europeo, si terrà l’assemblea del PPE che sarà chiamata a votare sulla richiesta di espulsione avanzata da dodici dei cinquanta partiti nazionali che compongono il partito europeo. Le stesse fonti ungheresi ammettevano ieri che le cose, già prima della rottura segnata dall’incontro, si stavano mettendo maluccio: tra i 262 delegati l’orientamento favorevole all’espulsione sarebbe in rapida crescita e c’è da scommettere che lo scontro di ieri l’abbia ulteriormente accelerato. D’altra parte, tra i partiti dei paesi più grandi soltanto due, i Republicains (già UMP) francesi e Forza Italia, sarebbero orientati a votare a favore del Fidesz.

Quali misteriosi motivi spingano Silvio Berlusconi a mettersi contro gran parte dei popolari appoggiando l’autocrate di Budapest, come già fece nel settembre scorso quando i suoi forzisti si isolarono dal gruppo votando contro la risoluzione di condanna delle azioni di governo illiberali del governo ungherese, non è dato sapere. A meno che non si prenda per buona la “spiegazione” che lui stesso ha dato in una lettera in cui ha chiesto nei giorni scorsi al presidente del PPE Joseph Daul di non condannare Orbán perché “è un mio grande amico”.

Viktor Orban e Silvio Berlusconi

Con il divorzio tra il PPE e l’ungherese, l’assetto dei rapporti di forza politici nell’unica istituzione europea eletta direttamente dai cittadini, salvo sorprese sempre possibili, è destinato a mutare anche prima delle elezioni di maggio. Ma per capire quanto e come è necessario valutare il significato dell’anomalia che c’è stata finora. Finora lo schieramento che definiamo “moderato”, con un termine che copre diverse connotazioni politiche, dal cristianesimo sociale alla fede nell’economia sociale di mercato al liberismo temperato al neoliberismo e via elencando, ha tenuto nel suo seno il campione del populismo-sovranismo continentale, che oltretutto viene coniugato a Budapest e dintorni nella sua forma più radicalmente ideologica della “democrazia illiberale” (detto in due parole: il popolo mi ha votato e perciò posso fare quello che voglio). Lo ha tenuto per un mero calcolo di interesse, perché Fidesz portava voti e clientele, perché bisognava salvaguardare il primato numerico quando esso era insidiato dai socialisti, o da possibili alleanze ostili, per esempio sui diritti civili? Certamente, e quando la contraddizione è diventata troppo forte, insostenibile, il meccanismo è saltato e il voto di condanna per Orbán cui la grande maggioranza dei deputati popolari ha aderito mesi fa ha ristabilito, per così dire, un ordine politico “naturale”. Dopo quel voto era in certo modo inevitabile che si arrivasse al redde rationem dell’espulsione.  E però il rapporto tra i “moderati” e i sovranisti resta un problema, non solo nel parlamento europeo, non solo per gli stessi “moderati” e sovranisti, ma anche per gli altri, per i liberali, i verdi, e, soprattutto, per le sinistre.

Nei confronti dell’universo alla sua destra che con la probabile espulsione degli ungheresi assumerà dimensioni maggiori (anche se non confini più netti, come vedremo) il PPE apparentemente ha solo due scelte del tutto alternative: un’alleanza esplicita oppure una netta demarcazione basata sui princìpi. Esiste però una “terza via” (absit iniuria verbis) che è quella di tenere le distanze di principio ma scendere sul terreno della concorrenza politica “populista”. C’è un esempio abbastanza clamoroso di questo atteggiamento (e dei danni tremendi che produce): quello che accadde nelle elezioni in Baviera l’anno scorso. I dirigenti della CSU non avevano la minima intenzione di allearsi con gli estremisti xenofobi e razzisti di Alternative für Deutschland ma ritennero di poter far loro concorrenza adottando, almeno in parte, le loro demagogiche parole d’ordine in fatto di immigrazione. Non è l’unico esempio che si potrebbe fare. Se ne sono consumati anche a sinistra e se ne sono consumati, sull’immigrazione, anche in Italia.

Prevedere come l’espulsione e la ricollocazione del “democratico illiberale” ungherese modificherà il quadro degli assetti dell’estrema destra populista-sovranista nel parlamento europeo dispersa attualmente in tre diversi gruppi, più quello dei non-iscritti, è impresa ardua. Una cosa però appare relativamente chiara: Orbán potrà fare da catalizzatore per i partiti dell’area di Visegrád ma molto difficilmente si andrà oltre, verso una aggregazione delle diverse componenti in un unico gruppo. L’idea che in Francia Marine Le Pen e in Italia Matteo Salvini hanno cercato di imporre come “naturale” sviluppo della crescita di consensi nei diversi paesi, la Lega delle Leghe, il Rassemblement européen era velleitaria e intimamente contraddittoria: è impossibile mettere insieme movimenti politici che partono dal presupposto del nazionalismo. In un certo modo lo stesso Salvini ne è parso consapevole, visto che nella prima sua reazione al fallimento dell’incontro di Budapest ha mostrato di non pensare affatto alla possibilità di un grande gruppo sovranista nel futuro parlamento e, anzi, di preferire che il suo “grande amico” Orbán rimanesse a fare l’entrista nel PPE, che cacciandolo compirebbe una “bizzarria”, anzi una “scelta folle”. Deve aver dato un’occhiata anche lui ai sondaggi che, con una certa forzatura istituzionale, gli uffici del parlamento ancora in carica diffondono di tanto in tanto segnalano l’impotenza politica dei sovranisti “nemici dell’Europa”. Popolari e socialisti perderanno la maggioranza che avevano insieme ma nella nuova assemblea ci sarà comunque, con il supporto dei liberali e forse dei verdi, una solida maggioranza europeista.

Annegret Karren Karrenbauer con Merkel

Quello che può accadere – e che le sinistre debbono prepararsi a combattere – è la tentazione della “concorrenza” cui il PPE può indulgere. Un paio di giorni fa ne abbiamo avuto, credo, un esempio. Molti hanno interpretato come una “apertura” alla destra sovranista la lettera alla Welt am Sonntag,

in cui la presidente della CDU Annegret Kramp Karrenbauer respingendo le proposte di Macron sulle iniziative di rilancio dell’Unione ha delineato una netta regressione rispetto alle (limitate) aperture verso una maggiore integrazione e una maggiore solidarietà finanziaria che erano faticosamente venute in passato dal governo Merkel. È più verosimile invece che quella regressione verso una logica che privilegia i poteri degli stati-nazione rispetto all’Unione, giustamente stigmatizzata da Virgilio Dastoli a nome del Movimento Europeo, sia un tentativo di rispondere al dinamismo un poco strabordante del presidente francese e, soprattutto, di recuperare qualcosa dei consensi perduti verso la destra populista in casa propria. Le elezioni sono vicine ed è probabile che certi toni si faranno più forti. Questa radicalizzazione di destra indotta dall’esterno può farsi molto pericolosa. E sarebbe bello che chi la persegue considerasse l’esperienza: inseguendo la concorrenza sul terreno altrui le elezioni, in genere, si perdono.