Orban sotto accusa
per i sovranisti europei
una batosta politica

La democrazia è fatta anche di sani paradossi. E così accade che un voto che non dovrebbe avere grandi effetti pratici rispetto a quello che proponeva chi lo ha promosso diventi invece un fondamentale fatto politico: una dura sconfitta delle istanze sovraniste, la riaffermazione delle radici democratiche e progressive deIla costruzione europea e la fine di un incubo che aveva cominciato ad affacciarsi: la saldatura di un’alleanza, almeno elettorale, tra la destra moderata e la destra estrema dei populisti, dei duri e puri guardiani della Fortezza Europa.

Il voto è quello con cui il Parlamento europeo ha approvato con una maggioranza qualificata, ovvero schiacciante (448 sì e 197 no), la risoluzione che chiede alla Commissione UE di avviare la procedura di condanna dell’Ungheria prevista dal Trattato europeo all’articolo 7 che prescrive serie sanzioni per i paesi che violino i princìpi dello stato di diritto e delle libertà civili. Va detto subito che probabilmente quelle sanzioni, che vanno dalla sospensione del diritto di voto in Consiglio al congelamento tout court dell’appartenenza all’Unione, non verranno mai applicate. Quando i rappresentanti dei governi hanno scritto il Trattato sono stati ben attenti a salvaguardare le prerogative degli stati nazionali anche sull’articolo 7 e così hanno fatto in modo che la complessa procedura prevista per punire gli stati reprobi richiedesse, a un certo punto, il voto all’unanimità del Consiglio. Perciò appare scontato che quando si arriverà al redde rationem con il regime di Orbán ci saranno dei veti, sicuramente dal governo di Varsavia e verosimilmente dagli altri del gruppo di Visegrád.

Tra i salvatori di Orbán non ci sarà, invece, l’Italia. Al padrùn del governo Conte e ministro di tutti i ministeri Matteo Salvini certo piacerebbe, ma proprio i sovranisti di tutte le bandiere, l’italiano in testa, sono i grandi sconfitti del voto di ieri. Questo è il primo dei risvolti politici del voto sulla mozione che era stata presentata dall’eurodeputata verde di sinistra Judith Sargentini ed era appoggiata dalle sinistre, dai Verdi e dai liberal-democratici e osteggiata dalle destre, quelle sovraniste e antieuropee ma anche quelle vecchio-stile, mentre i popolari si avvoltolavano nell’imbarazzo generato dalla propria stessa colpa: quella di essersi tenuti in seno nel gruppo, troppo a lungo e troppo sfacciatamente per meschini calcoli di vantaggi politico-parlamentari, proprio il partito del leader messo ora sotto accusa, il Fidesz di Orbán.

I sovranisti-populisti sono andati all’attacco e sono stati respinti con perdite. Lui, il capo, si è presentato nell’aula di Strasburgo con l’elmo in testa ed il fucile in mano: non ho niente di cui giustificarmi, sui migranti ho ragione io (e gli italiani coraggiosi del bravo governo che c’è adesso a Roma) e comunque faccio come mi pare e non immischiatevi, tanto avete già deciso di condannarmi…Può darsi che tanta arroganza fosse sostenuta dalla ragionevole certezza che le sanzioni non arriveranno mai e che quindi su quel pulpito lui non aveva niente da perdere. Il calcolo, se c’è stato, può essere stato però molto miope perché, appunto, non ci sono soltanto le procedure e le carte ma anche i fatti politici e non c’è dubbio che le durezze del discorso di Orbán abbiano finito per dispiacere anche a molti di quelli che tra i popolari gli volevano offrire qualche chance e che alla vigilia avevano diffuso la voce che lui si sarebbe moderato, e avrebbe offerto chissà quali “aperture”. E così, prima ancora che parlasse (ma quando sapevano già che cosa avrebbe detto), a voltargli le spalle tra i primi sono stati, nel gruppo PPE, proprio quelli da cui meno ce lo si sarebbe aspettato, i deputati della Volkspartei austriaca, gli esponenti cioè del partito che l’anno scorso ha scelto l’alleanza con l’estrema destra della FPÖ pur di portare alla cancelleria il proprio leader Sebastian Kurz.

Questo è il secondo, importante, risvolto politico del voto. Il fantasma che da qualche tempo si aggira per l’Europa, quello della saldatura tra la destra moderata e la destra sovranista, non è proprio scomparso ma è uscito alquanto malconcio dall’aula del Parlamento europeo nella quale solo pochi giorni fa lo aveva evocato niente meno che il presidente stesso del gruppo popolare, il cristiano-sociale tedesco Manfred Weber.

Quando si ragiona su una galassia molto grossa e molto confusa come la Balena Bianca europea è bene essere molto, molto prudenti, ma pare di poter dire che, da quanto è emerso dal dibattito sulla mozione Sargentini e dal contorno di dichiarazioni e di chiacchiere, la maggioranza dei popolari europei ha deciso di non vendere l’anima, le proprie convinzioni, la propria cultura, le proprie sensibilità, le proprie radici (come si ama molto dire adesso) al diavolo del sovranismo rampante. Forse anche perché, diciamolo, le opinioni euroscettiche, xenofobe e identitarie vanno forte e conquistano sempre più consensi, ma non sono poi così irresistibili come appaiono talvolta nella corrività di molti media. Eccetto che nel gruppo di Visegrád, in nessuno dei paesi dell’Unione in cui si è votato recentemente i populisti di scuola antieuropea sono andati oltre la soglia del 20%. E, a parte l’Italia che per molte ragioni appare un caso a parte, neppure nei sondaggi si profilano ascese tanto irresistibili.

L’Italia caso a parte. Ecco il terzo risvolto del voto su Orbán, quello tutto italiano. Gli eurodeputati di Forza Italia hanno votato in blocco contro la mozione Sargentini, nonostante che, dopo il discorso di Orbán il presidente della Commissione Jean-Claude Junker, gli esponenti della CDU più legati ad Angela Merkel e lo stesso resipiscente Weber, insomma tutte le stelle del firmamento forzista, si fossero espresse per il sì alla richiesta di innescare il meccanismo dell’articolo 7. Tutte, a dire il vero, meno Antonio Tajani, il quale se l’è cavata sostenendo che in quanto presidente del Parlamento non poteva esprimere il proprio voto ma che era comunque “chiaro” l’orientamento di Forza Italia (come se fosse una spiegazione).

A parte gli sgusciamenti d’anguilla di Tajani, è chiaro che sull’orientamento dei forzisti italiani ha contato soprattutto la complicità di Silvio Berlusconi con “il mio (suo) amico Viktor”, al quale il fu Cavaliere nostro non aveva fatto mancare, nell’imminenza del dibattito, la solita telefonata affettuosa che riserva ai potenti cui ritiene indispensabile propinare il proprio autorevole consiglio. E deve aver anche influito, sulla loro decisione, anche l’intenzione speranzosa di rinverdire i sensi dell’antica alleanza con Salvini & co. proprio nel momento in cui i grillini invece aprivano una crepa nella maggioranza di governo e prendevano clamorosamente le distanze dalla Lega votando a favore dell’apertura della procedura contro Budapest.

C’è però anche il riflesso di qualcosa di più profondo, e più inquietante, nell’atteggiamento assunto dalla componente forzista della destra italiana. Si tratta dell’argomento “teorico” (per dire) che è stato espresso a motivo del rifiuto di votare per l’articolo 7: “Non si condannano i paesi e non si condannano i governi eletti dal popolo”, che è esattamente la stessa motivazione usata da Salvini. La destra italiana su un punto sembra aver ritrovato, o conservato, l’unità: nell’idea che il consenso popolare, l’aver vinto le elezioni o magari pure l’essere avanti nei sondaggi di opinione, sia una legittimazione che assolve da ogni obbligo di osservare le leggi e le Costituzioni e che consente di passar sopra ai diritti e alle libertà civili.

Orbán può chiudere i giornali che non gli piacciono, licenziare i giudici, asservire la Corte costituzionale, cacciare le ONG dal Paese, far sbattere in galera chiunque compia atti di solidarietà con gli stranieri, fare una legge ad personam perfino contro il magnate che gli finanziò, da giovane, gli studi perché ha vinto le elezioni. La cosiddetta democrazia illiberale sta diventando il modello, in Italia, anche nella destra che chiamiamo moderata?