Ora Zingaretti ha la forza
per costruire
una svolta

Se ci limitiamo a guardare la carta geopolitica delle Regioni italiane, non possiamo che interpretare il turno elettorale del 20 e 21 settembre come un voto di resistenza e di sostanziale tenuta, sia per la sinistra nel suo complesso sia per il gruppo dirigente del Partito democratico. Cinque Regioni, infatti, rimangono nelle mani del centro-sinistra, con la dolorosa perdita delle Marche. Tutte le altre, cioè la grande maggioranza, sono tuttora governate da coalizioni di destra.

Perché è fallita la “spallata”

Una lettura più dinamica dei risultati elettorali può tuttavia fornire indicazioni ulteriori, che lasciano presagire uno spazio più ampio di iniziativa politica, una possibilità di ripresa per il discorso riformatore. Anzi tutto la destra esce sconfitta e disorientata da questa giornata elettorale: la “spallata”, pronosticata da molti istituti di ricerca, non vi è stata, si è infranta contro una partecipazione elevata (il 53,84%) e un evidente radicamento dei candidati democratici nelle tre Regioni vincenti. La Lega non ha sfondato al Sud, perdendo 10 punti rispetto alle europee, e ha dimostrato di non possedere quella capacità attrattiva ed espansiva che in passato aveva caratterizzato Forza Italia.

Nel “laboratorio del populismo”, come è stato definito il nostro paese, la forza d’urto delle formazioni sovraniste-populiste subisce una battuta di arresto, come del resto appare in difficoltà sull’intero scenario globale. Inoltre il voto ha dimostrato il fallimento di tutti gli esperimenti scissionistici degli ultimi anni e la necessità di una forza centrale e unitaria della sinistra. Infine emerge la difficoltà del M5S, che arretra ovunque e (al di là del risultato referendario) continua a perdere terreno e a mostrare i segni di un forte smarrimento politico.

Anche il referendum costituzionale può prestarsi a diverse letture. Tre decenni di invettive contro la “casta” non permettevano di immaginare esiti diversi, ma è anche vero che il risultato non è stato plebiscitario e che oltre il 30% degli elettori ha espresso la propria contrarietà a una riforma limitata e sostenuta con i peggiori argomenti dell’antipolitica. Nel campo del Partito democratico solo un elettore su due ha votato per il Sì (secondo le stime dell’Istituto Cattaneo), confermando la perplessità dell’elettorato di sinistra e il fatto generale che gli elettori solo in piccola parte hanno seguito le indicazioni dei partiti.

Anche qui è opportuna una valutazione di ordine politico. In primo luogo si è rivelata saggia, almeno sul piano tattico, la scelta di Nicola Zingaretti, il quale, ribadendo la scelta per il Sì, ha evitato fratture nella maggioranza di governo e ha favorito la confluenza di parti consistenti dell’elettorato grillino sul candidato democratico nelle singole Regioni. Ma soprattutto Zingaretti ha spostato la vera discussione sul “dopo”. La necessità inderogabile di riforme compensative, che occorrono a sanare le contraddizioni aperte dalla riduzione secca del numero di parlamentari, può ora innescare un processo di riforme istituzionali – a cominciare dalla riforma elettorale, dalla revisione del bicameralismo e dall’abbassamento dell’età di voto – nel quale il discorso di sinistra può riassumere la guida, facendo valere le ragioni di una stagione riformatrice ordinata e razionale, capace di adeguare l’intero assetto democratico ai mutamenti della società civile.

giuseppe conte

Un voto che rafforza il governo e il Pd

Dai risultati elettorali emerge un dato ulteriore, su cui l’attenzione politica dovrebbe essere massima. Il voto rafforza, senza dubbio, la compagine di governo e tende, inoltre, a configurarla diversamente, consolidando il ruolo della maggiore forza politica della sinistra. All’interno stesso del governo possono dunque affermarsi equilibri più avanzati. Rimane il fatto, però, che questa maggioranza è nata con obiettivi difensivi, non strategici, dalla necessità primaria di evitare le elezioni politiche e di sbarrare la strada a un governo delle destre. Convertire una alleanza difensiva in una coalizione strategica (dotata di una cultura comune e di un programma coerente e condiviso) rimane uno dei compiti più difficili che la politica può dover affrontare.

Il caso della Liguria, anche al di là della sconfitta prevedibile e difficilmente evitabile, dimostra che l’alleanza non è un valore come tale, ma può diventarlo solo se vengono create condizioni solide sul terreno del discorso politico. L’alleanza Pd-M5S a livello amministrativo non rappresenta, in quanto tale, una garanzia di successo, ma esige un lavoro politico in profondità e soprattutto una capacità di direzione culturale da parte della sinistra nel suo complesso.

Le buone notizie che vengono dalle urne devono essere messe alla prova della sfida più grande che la nazione ha di fronte, dopo la difficile esperienza della pandemia. Si tratta non solo di ricostruire l’economia del paese, ma di intervenire nella sua struttura, di colmarne i ritardi storici, di mutare in profondità alcuni assi di sviluppo. Gli oltre 200 miliardi del Recovery Fund (e quelli, che auspicabilmente saranno programmati, del Mes) rappresentano una occasione unica in tale direzione. Le sei “missioni” indicate dal governo si muovono nella direzione giusta, a partire dalla formazione, dalla digitalizzazione, dalla produttività dell’apparato industriale, dalle infrastrutture. Ma la grande sfida potrà essere vinta solo a condizione che lo sguardo diventi più lungo, che si estenda oltre il presente (anche oltre gli effetti economici e sociali immediati dell’epidemia), che sappia ridiscutere i nodi di fondo di una vicenda nazionale. Serve una classe politica all’altezza di questo compito e una sinistra che ricominci a discutere le questioni strutturali dello sviluppo.

Per vincere la prova della pandemia la vista deve farsi più lunga e più larga. Altrimenti l’occasione sarà perduta. Per fare alcuni esempi, la nostra classe dirigente sarà capace di pensare il processo della formazione in maniera unitaria, dagli asili nido all’alta cultura, come un processo unico di educazione del cittadino democratico? E sarà capace, la nostra classe dirigente, di fare i conti con la ferita storica del Mezzogiorno, di superare in un nuovo modello industriale le sacche di parassitismo e le distorsioni che hanno segnato (a partire dal nodo fiscale) la storia di questi ultimi decenni? Per questo non basta un’alleanza, servirebbe una mobilitazione di idee, un risveglio intellettuale delle forze più vive della sinistra. Serve, in una parola, tornare a porsi il problema della nazione italiana, in una dimensione europea sovranazionale e in un mondo globalizzato.