Ora dovremo imparare
a vivere mantenendo
le distanze (fisiche)

Economia da un metro, così oggi  viene definito l’uso dei beni e del denaro durante il distanziamento delle persone disposto per limitare il contagio da Covid19. Il marketing ci ha finora abbagliati con l’espressione “a portata di mano”, ora dovremo riprogrammare domanda e offerta su spazi, e  quindi  su tempi,  più lunghi. Questo ridurrà nel breve termine  i guadagni di molte compagnie, diminuirà i posti di lavoro di un terzo nel mondo, secondo le proiezioni del World Economic Forum, e aumenterà il telelavoro dove possibile.

Architetti e decoratori d’interni cercano di ricavare, quasi sempre ricorrendo ai box di plexiglass, postazioni di lavoro che chiudono l’era dell’open space, ristoranti e caffè si stanno ingegnando. Dalla grande compagnia alla bottega il metro e mezzo è imperativo.

L’organizzazione internazionale ha pubblicato uno studio dell’università di Harvard apparso il 4 aprile su Science, (Kissler et al.) , che ci fa comprendere come per un lungo periodo dovremo abituarci a uno schema spaziale e un modo di vivere nuovo. Forse non vi saranno solo conseguenze negative e alcune scelte sostituiranno i vecchi comportamenti.  Gli scienziati prevedono che vi saranno ondate invernali ricorrenti e minori di attacco del virus dopo questa prima pandemia. In assenza di farmaci e vaccini, al momento assenti, la chiave del successo per limitare i casi è il distanziamento sociale a periodi intermittenti almeno fino al 2022,  con un prolungamento al 2024, afferma il saggio di Science, in attesa che la copertura terapeutica o preventiva sia totale.

Un modo di risolvere il problema

Ma per alcuni la separatezza è un lusso

Senza queste misure, i nuovi, minori focolai potrebbero diffondersi e travolgere di nuovo la capacità dei servizi sanitari, immobilizzando l’economia. Il concetto di distanziamento varia da Paese a Paese. In Europa vale il metro e mezzo, negli Stati Uniti il CDC, centro per la prevenzione e il controllo delle malattie,  consiglia due metri, (sei piedi), il giornale dell’Associazione medica americana suggerisce 8,2 metri, (ventisette piedi), l’Organizzazione mondiale della sanità raccomanda almeno un metro, un’indicazione che ha origine dagli studi sulla tubercolosi condotti negli anni Trenta da William Wells, ma gli agenti patogeni ora sono ben diversi.

Per i Paesi più poveri la distanza sociale è un lusso, a causa del sovraffollamento dei centri dove si può guadagnare qualcosa quasi ogni giorno, della precarietà dei lavori a giornata senza nessuna regola, di abitazioni malsane e anguste.  Chi lavora per somme irrisorie nel settore informale non ha molto da perdere e non mette a repentaglio il salario.  Fame, privazioni e conseguenti malattie fanno ancora più paura di questo nuovo virus.

Nei Paesi ricchi, che hanno da perdere,  è diverso. Prendiamo un settore economico che è un tradizionale indicatore, il trasporto. Adina Valean, commissario europeo alla mobilità, ha detto che le regole di distanziamento varranno anche sugli aerei e su tutti i mezzi fino a quando vi saranno una cura o un vaccino. Ogni anno, prima della pandemia, cinquecento milioni di passeggeri hanno viaggiato all’interno e attraverso l’Europa. Ogni giorno un milione e trecentomila lavoratori hanno fatto i pendolari varcando un vicino confine dell’Unione. Dieci milioni di cittadini europei risiedono in un Paese dell’UE diverso dallo Stato in cui sono nati e dove tornano in media due volte all’anno. Lungo le autostrade viaggia un terzo del traffico europeo totale.

Dati che offrono non solo un’idea del grado di integrazione europea, almeno sul piano commerciale, ma anche di quanto questi enormi flussi richiedano una stretta prossimità tra le persone, negli uffici, nei luoghi di scarico delle merci, dentro gli aerei. Inevitabile una scalare di marcia dei ritmi e una diversa politica dei prezzi. La IATA, l’organizzazione del trasporto aereo, prevede una ripresa non prima di tre anni. Molti economisti ribattono che la “ripresa” è parola impropria, poiché presuppone un ritorno a modelli economici che la pandemia ha messo per sempre in discussione. A gennaio le compagnie aeree hanno assistito a un calo del 70 per cento dei passeggeri. Ci abitueremo a prendere meno aerei e a pagare di conseguenza biglietti più costosi. Lavorare lontano da casa non sarà più un lodevole indice di flessibilità, ma un problema da risolvere accorciando i tragitti e usando meno l’auto.

Il “prima” e il “dopo”

Celine Fornaro, capo della ricerca europea della banca d’investimento svizzera UBS, si dice certa che in Europa e in Cina i treni ad alta velocità prenderanno buona parte dello spazio di mercato oggi occupato dagli aerei. Già oggi meno di nove ore di viaggio in treno ad alta velocità dal centro di Edimburgo al centro di Parigi, e parliamo di una delle tratte più lunghe, sono un’offerta difficilmente rifiutabile dal viaggiatore. L’epidemia di Covid19 ha mostrato che, in mezzo al terrore del virus, i Paesi industrializzati si sono svegliati dopo poche settimane di lockdown con un’aria respirabile, ormai dimenticata da anni, alcune città hanno visto il cielo azzurro dopo anni e animali osservati solo in tv si sono avventurati timidamente ai confini dei luoghi popolati dall’uomo.

È molto più lunga di un metro la distanza sociale imposta, non solo tra persone, ma tra un “prima” e un “dopo” la pandemia. Ne pagheremo il prezzo economico, mitigato dal supporto dell’Unione Europea, ma avremo l’ irripetibile opportunità di vivere un po’ meglio, tutti.