Ora Corbyn deve
affrontare la battaglia
delle elezioni europee

La vera lotta in Gran Bretagna comincia adesso. Teresa May ha giocato la sua ultima, disperata mossa, chiedendo un dialogo con Jeremy Corbyn. Non ha promesso di rivedere le sue condizioni, cerca semplicemente di condividere la responsabilità del proprio fallimento, che l’ha costretta all’umiliazione di presentarsi al Consiglio Europeos senza un piano ed accettare un’estensione dell’articolo 50 fino al 31 ottobre. Il Labour deve porre fine a questa farsa che ha reso la Gran Bretagna lo zimbello del mondo. È giunto il momento che Jeremy Corbyn chieda a gran voce nuove elezioni generali, per unire il Paese dietro una visione fresca e cambiare il corso della Brexit una volta per tutte. Più importante, è arrivato il momento di annunciare che il Labour parteciperà con energia e determinazione alle prossime elezioni del parlamento Europeo, che i conservatori sono troppo spaventati per affrontare.

Un anno fa, scrissi un appello pubblico a Jeremy Corbyn chiedendogli di proporre un’estensione dell’articolo 50 per permettere elezioni europee nel Regno Unito. Era già chiaro allora che il governo non avrebbe permesso alcuna alternativa alla propria strategia pasticciata. Il piano non prevedeva di cercare consenso ma di forzare il proprio accordo procrastinando fino all’ultimo minuto. Manovre politiche come queste non solo prevengono soluzioni ottimali ma minano la democrazia stessa. Per questa ragione lo scorso settembre, insieme ad altri amici e membri di DiEM25 (il movimento pan-europeo che cerca di democratizzare l’Unione) ho avviato una campagna per Take a Break from Brexit. Ci siamo mobilitati per una significativa estensione dell’articolo 50 sia per disgregare la strategia del governo che per aprire uno spazio di dibattito e di dialogo, che crediamo essere una premessa ad ogni decisione riguardo il processo della Brexit.

Un anno dopo, la strategia del governo ha fallito. È accaduto, fra le altre ragioni, grazie alla ferma opposizione guidata dal Partito Laburista, che ha fatto tutto il necessario per bocciare l’accordo pasticciato, opporsi ad una catastrofica no-deal Brexit e supportare l’estensione dell’articolo 50. Nonostante le critiche diffuse riguardo a ciò che spesso era percepita come un’opposizione troppo tiepida alla Brexit, i cittadini che nel 2016 votarono per rimanere nella UE dovrebbero ringraziare il Partito Laburista, per essersi svegliati cittadini europei la mattina dopo il 29 marzo.

Ho sempre sperato che sarebbe accaduto. Come molti altri mi sono unito al Partito Laburista, e successivamente a Momentum, per supportare la candidatura di Jeremy Corbyn come leader del partito. Il quale ha sempre avuto un’idea chiara su che cosa osteggiare e ha cercato di ascoltare gli argomenti validi con apertura mentale. La sua posizione sulle questioni internazionali è stata costantemente corretta in molte congiunture storiche: nel gennaio 2015, era in Trafalgar Square per mostrare solidarietà col governo Greco di Syriza, al referendum del 2016 si è opposto alla Brexit, difendendo il libero movimento dei lavoratori, contro il libero movimento dei capitali non tassati, mantenendo saggiamente le distanze da David Cameron e dalla campagna ufficiale per il ‘remain’. Jeremy Corbyn ha combattuto per un’altra Europa per tutta la sua carriera politica, adesso ha un’opportunità di costruirla. Di fatto più che un’opportunità: è una responsabilità sia verso i cittadini Britannici che verso gli altri cittadini Europei.

Ma la Brexit non è mai stata solo un’illusione dei conservatori riguardo il nostro posto del mondo. Affonda le sue radici anche, almeno in parte, nella crisi dell’Unione Europea trincerata nei suoi difetti. I quali vanno in profondità, a partire da un’unione monetaria che ha costituzionalizzato l’austerità, per arrivare ad una politica sull’immigrazione che ha trasformato un continente in una fortezza, favorendo la crescita diffusa di xenofobia e intolleranza. Difetti che sono pienamente visibili dal nostro lato della Manica e che hanno contribuito a risvegliare un sentimento euroscettico a lungo sopito. Difetti che costringono intere generazioni di giovani europei a fuggire dalle loro patrie in cerca di una vita migliore. Molti di questi verso la Gran Bretagna, fin dai tempi della Grande Recessione. Io sono fra questi, in una nazione che dopo dieci anni sento come una seconda casa.

Nei suoi ‘diari’ scritti da una prigione fascista, il comunista italiano Antonio Gramsci esalta l’importanza di riconoscere il nucleo di verità nelle ragioni dell’altro. La lezione di Gramsci applicata alla Brexit ci dice che la nostra battaglia non è (solo) contro la Brexit né contro coloro che hanno votato per andarsene, ma è in realtà contro le cause della Brexit: da un ordine sociale in disgregazione e un sistema democratico in crisi in Gran Bretagna, fino al regime economico ingiusto e all’opaco processo decisionale europeo. Rivolgersi contro queste cause è il modo di rispettare il risultato del referendum e la volontà di molti elettori che vogliono uscire.

Per questo motivo, come abbiamo detto, la vera battaglia comincia adesso: il Labour deve annunciare che parteciperà alle elezioni europee. Ci sono ovvie ragioni per farlo. Sarebbe un beneficio per la nazione perché abbiamo bisogno di un’elezione generale per cambiare pagina e cominciare a scrivere un nuovo capitolo della nostra storia. Sarebbe un beneficio per il partito Laburista perché un’estensione lunga dell’articolo 50 darebbe avvio ad una guerra intestina al partito conservatore, che potrebbe allontanare i Tories dal potere per una generazione (si chieda a John Major in caso di dubbi). Sarebbe un bene anche per i progressisti europei. Un’elezione Europea potrebbe dare al Labour la più ampia delegazione progressista nel Parlamento Europeo e porlo nella posizione di guidare non solo il Socialismo Europeo ma l’intera sinistra nell’UE. Una tale posizione in Europa sarebbe cruciale per portare avanti la nostra agenda di trasformazione. Non c’è modo che un governo socialista a Downing Street possa sperare di rilanciare la crescita e la produttività in Gran Bretagna, se il resto d’Europa stagna a causa dell’austerità.

Molti temono l’ascesa dell’estrema destra alle prossime europee. Farage ha già cominciato la sua campagna elettorale ed è plausibile che otterrà una certa spinta dopo le lamentele sul tradimento della Brexit. È una buona scusa per non affrontare questa sfida? Dubitiamo di possedere argomenti più convincenti delle sue polemiche?

Molti temono che risolvere le contraddizioni fra il rispetto del risultato referendario e affrontare la democrazia europea si rivelerà difficile. Sono preoccupazioni valide: il Labour non può scegliere fra l’internazionalismo e la democrazia, fra l’identità europea e quella socialista. Ciò nonostante ha senso chiedere un mandato per una strategia riguardo la Brexit, nel contesto di un’elezione europea, fintanto che la nostra strategia è chiara. È chiara? Credo manchino un paio di ingredienti: il piano di mantenere il paese nell’unione doganale è ragionevole e così lo è l’idea di sottoporre qualsiasi accordo ad un referendum confermativo. Ciò che credo manchi a questo piano è l’audacia e la democrazia radicale.

L’audacia prima di tutto. Vogliamo davvero che la nostra membership nell’UE resti immutata? Revocare l’articolo 50 ora significherebbe imporre uno status quo europeo, già insostenibile tre anni fa, su una significativa porzione del Paese. Ma cosa succederebbe se immaginassimo invece una membership differente, in un’Europa riformata, in cui includere chi ha votato per andarsene? Cosa succederebbe se negoziassimo con l’UE un insieme di riforme mirate alle preoccupazioni sulle regolamentazioni agli aiuti di stato, che potrebbero prevenire un ruolo forte degli Stati nel rivitalizzare l’economia o ridurre lo sfruttamento dei lavoratori, troppo spesso consentito nella libertà di movimento corrente? E cosa succederebbe se chiedessimo ai cittadini che hanno votato “leave” se certe riforme siano abbastanza buone per loro per cambiare idea? Un nuovo governo socialista potrebbe consegnare ai molti ciò che David Cameron ha ottenuto nel 2016 per i pochi: un’Europa riformata. I cittadini andrebbero consultati a riguardo.

E la democrazia, applicata in modo radicale. C’è bisogno di ascoltare la popolazione. Non solo chiedere loro di rispondere ad alcune domande decise dal governo. Si deve permettere ai cittadini di porle. Quanto cambierebbe le cose se venissero organizzate assemblee cittadine per tutta la nazione, per permettere ai cittadini di esprimersi su come risolvere questa situazione? Con argomenti che includano quale approccio sarebbe preferibile sulla Brexit e, ancora più fondamentale, i cambiamenti da operare per migliorare la nostra democrazia. Il Paese approverebbe un approccio “riformiamo prima, decidiamo se rimanere poi”? Credo che lo farebbe e che afferrerebbe l’opportunità di riprendere in mano il processo decisionale.

DiEM25 UK sta lavorando insieme ad altre organizzazioni per sviluppare un piano di democrazia radicale che potrebbe trasformare completamente il dibattito sulla Brexit. La nostra campagna ha messo alla prova questo approccio in aree del paese che hanno votato prevalentemente per andarsene. A Newcastle, Wellingborough, Stoke on Trent, sia votanti “leave” che votanti “remain” si sono detti d’accordo sul fatto che sia avere un approccio di riforma per rimanere che favorire assemblee cittadine sono idee sensate per un Partito Laburista desideroso di ascoltare le ragioni dei leavers. Tutti si sono detti entusiasti all’idea che la Brexit possa rivelarsi un’opportunità per cambiare l’Europa in senso progressista. Tutti i partecipanti hanno capito che il Labour potrebbe essere d’ispirazione per tutta la sinistra europea. Di fatto, la partecipazione del Labour alle elezioni europee potrebbe cambiare il loro esito, prevenendo la presa di potere sulle istituzioni europee dell’estrema destra e galvanizzando gli attivisti in tutta Europa che correrebbero volentieri a sostegno di Jeremy Corbyn.

È innegabile che vi sia un consenso crescente fra le forze progressiste in Europa riguardo la necessità di scelte radicali per affrontare lo status quo neoliberista, dal trasformativo Nuovo Contratto Sociale del Partito Socialista Europeo al Green New Deal nel programma della Primavera Europea di DiEM25. Riforme come queste aiuterebbero ad affrontare molti dei problemi con la partecipazione della Gran Bretagna all’UE. Per questa ragione è il momento che il Labour si interessi a queste proposte, per elaborare un manifesto Laburista per l’Europa, per le elezioni del 2019, allo scopo di portare avanti una sfida internazionalista e socialista allo status quo, sia in UK che in EU.

Il compito è enorme. È necessario seppellire per sempre il Progetto Paura per 65 milioni di cittadini nel Regno Unito che hanno perso il referendum europeo nel 2016. Dobbiamo lanciare un Progetto Speranza per 500 milioni di cittadini in UK e nel resto d’Europa attraverso il quale il Labour potrà vincere le elezioni europee e potrebbe assicurare la permanenza dell’UK in un’Europa riformata. Rimbocchiamoci le maniche per farcela.

(Traduzione di Giuliano Gambacorta, che ringraziamo per la gentile collaborazione)

 

 

*L’autore è ricercatore presso l’University of Oxford. E’ membro del Labour Party, fa parte del collettivo nazionale di DiEM25 in UK ed è coordinatore della campagna “Take a Break from Brexit”.