Open Arms
la ferocia e il gioco sporco
di Matteo Salvini

Quando leggo di Salvini e delle sue memorabili imprese a difesa del patrio suolo dalle pretese di affamati predoni in viaggio dai libici deserti e dalla prepotenza della perfida Europa (una volta ci si accontentava con ben altra enfasi poetica della “perfida Albione”) mi rimbalza nella testa una celeberrima frasetta di un autenticamente grande italiano, Alessandro Manzoni, che descrivendo un povero curato di campagna lo paragonava ad un vaso di coccio traballante tra i vasi di ferro. Non si offenda il tremebondo Don Abbondio, che viveva in solitudine e assai silenzioso tempi cupi e, in proporzione, tante oscure paure. L’invasione di cui neanche poteva sospettare, quella dei lanzichenecchi, avrebbe portato al proprio seguito ben altre sciagure di quelle che stiamo per ora vivendo noi: carestia, peste, morti di ogni genere.

Il truce Salvini vive in un paese che ancora si regge grazie a regole democratiche (che purtroppo lui non conosce: non è che voglia cancellarle o modificarle, proprio non le conosce, come testimoniano i recenti episodi), che non soffre la fame, che non deve temere epidemie (malgrado ci abbiano più volte informato di subdole malattie tropicali che i migranti ci trasmetterebbero, quegli stessi migranti che s’ammalano invece delle nostre malattie).

Un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro

Ma torniamo al vaso di coccio, perché mi pare che la metafora manzoniana si addica particolarmente al nostro caso. Non solo nella versione più semplice, immediata e, credo, dialettale: “Ah Salvini, sei de coccio”. Ma nel significato più complesso: la posizione italiana nel quadro europeo. Non credo sia difficile constatare quanto si sia indebolita in un anno di governo gialloverde, constatare quanto l’Italia conti sempre meno per la fragilità delle sue finanze e la pretesa di dettar legge, di “sforare” e di pretendere soldi a prestito, tra le presunte alleanze con i nemici dell’Europa, tra Putin e Trump, e le minacce di mollar tutto, inventando piani contro l’euro, tra gli attacchi a questo e a quello in tema di immigrazione e la rinuncia alla politica, persino la diserzione dai summit europei che di immigrazione avrebbero discusso, gonfiando invece il petto davanti all’imbarcazione di una Ong, carica di poveracci, scegliendo l’isolamento e la presunzione.

Salvini alza la voce e mostra i muscoli sotto forma di pinguedine, ma, per rimanere ai confronti storici, mi ricorda quel nostro duce che faceva girare i carri armati (di latta) in tondo per far intendere che ne aveva a centinaia… Debole era e la debolezza si paga. Allora, anni quaranta, fu un disastro per il popolo italiano. Oggi ancora ci salviamo (se andiamo avanti così in economia non so per quanto). Ma è arduo ripararsi dal ridicolo.

Se Salvini indossa la felpa del fuciliere…

Nessuno può pensare che sia facile misurarsi con una vicenda come quella migratoria. Intanto bisognerebbe dotarsi di un sano realismo: intanto considerare che da sempre la gente migra, che dopo la guerra le migrazioni coinvolsero milioni di europei, valutare i numeri autentici, senza alzare le solite barriere retoriche urlando di invasioni e di ondate e di tsunami. Soprattutto bisognerebbe far politica con l’Europa, considerando che stiamo in Europa e che ben altra forza ci verrebbe dall’Europa. Altrimenti, se ci piacciono i muscoli, imbocchiamo pure la via che un altro eccellente leghista della prima ora, Mario Borghezio, ci aveva indicato: allertiamo la flotta, schieriamo le cannoniere. Se la sente Salvini di indossare tra le tante felpe che ha esibito anche quella del fuciliere che spara sui gommoni?

I diciotto giorni della Open Arms con in suoi cento naufraghi (che potrebbero occupare sì e no due carrozze di un treno qualsiasi in qualsiasi direzione) provano il fallimento di Salvini, secondo un canovaccio tragicamente ripetitivo. Provano anche la sua cattiveria, il suo opportunismo, quel gioco sporco di cercar consenso sulle spalle e sulle vite degli altri, ingannando, vietando, senza che alcunché di propositivo esca dalla sua bocca, senza mai mostrare una strategia di fronte ad un problema, che non è un’emergenza, che si manifesta da decenni, che nessun divieto riuscirà a risolvere. Forse, se il buon senso non facesse difetto, se non governasse solo il calcolo elettorale, Salvini avrebbe potuto rinunciare allo scontro con gli alleati europei, che saranno pure cattivi (e lo sono), ma si presentano assai più muscolosi di lui e di noi. “Se li prendano loro” non è politica. Le responsabilità sono tante e di tanti: politica è riconoscerlo. Salvini ha il vizio di dar sempre la colpa agli altri. Ma così non può che trovare porte e porti chiusi.