In Olanda posti di lavoro
ai rifugiati: è così che
si combatte il populismo

Da questo mese, ed entro due anni, verranno assegnati tremilacinquecento posti di lavoro a tempo indeterminato ai rifugiati che si trovano nei Paesi Bassi. Per altri diecimila profughi, già all’interno del Paese, o in attesa in vari campi dell’asilo in Olanda, cominciano programmi di formazione.  L’impegno è di preparare e presentare a datori di lavoro questi uomini e donne costretti a fuggire. Se lo preferiranno saranno aiutati ad avviare una loro impresa o professione entro il 2021. L’hanno annunciato a Utrecht, al Summit economico sui rifugiati, quindici grandi compagnie dei Paesi Bassi, comprese Shell, Philips, ING e la ditta di costruzioni Dura Vermeer.

“Questa è l’agenda morale della grande economia, ed è qualcosa di separato dalla politica”, ha detto l’ex amministratore delegato di Unilever Paul Polman, uno dei motori dell’incontro di Utrecht. L’altro protagonista è il magnate curdo dello yogurt e filantropo Hamdi Ulukaya, 45 anni, figlio di pastori della valle dell’Eufrate, in Turchia. Arrivato a ventidue anni negli Stati Uniti, Ulukaya ha avuto successo con il suo marchio Chobani. Un terzo dei suoi dipendenti sono reclutati tra migranti  che arrivano da posti difficili in Asia e Africa.  L’imprenditore ha creato la Fondazione Tenda, The Tent Parternship Foundation, che aiuta i rifugiati, i profughi, gli emigrati economici.

Inserire a livelli adeguati e formare 13.500 rifugiati non è poco per uno Stato come i Paesi Bassi che ne hanno accolto di recente già 100.000. A questo numero vanno aggiunti i migranti senza la qualifica di richiedenti asilo. Ogni impresa ha deciso di prendersi una parte di responsabilità: Rabobank, ad esempio, assumerà sessanta profughi come impiegati.  La Philips, storica multinazionale della tecnologia con base ad Amsterdam, ne prenderà cento divisi tra gli stabilimenti in Olanda e in Germania, ING mette subito a disposizione dieci milioni di euro per aiutare i siriani fuggiti in Turchia ad avviare una loro attività, ABN Amro assume ottanta rifugiati, mentre il gruppo di pulizie Asito ha al momento lavoro per cinquanta profughi.

Le imprese che aderiscono all’iniziativa sono consapevoli che vi potranno essere reazioni al momento negative. “Le persone a volte sono spaventate e alcuni leader politici offrono soluzioni a breve termine, soprattutto per trarne un loro guadagno – osserva Polman- La nostra iniziativa è un modo per combattere il populismo”.

Hamdi Ulukaya, che ha promosso a Utrecht, con la sua Fondazione Tenda, questo passo importante delle imprese dei Paesi Bassi, prima di fare lo yogurt e il filantropo, ha condotto la vita del figlio di pastori, con una loro piccola attività di produzione di latticini di pecora e capra. Come tutti coloro che lavorano e nascono nel settore agro-pastorale, anche Hamdi Ulukaya ha conosciuto i periodi di stagionale nomadismo, con una tenda piantata vicina alle greggi, dentro la natura. Essendo nato durante un impegnativo alpeggio anche la sua data di nascita è oggetto di discussione in famiglia e per tagliar corto si è stabilito un 26 ottobre. Dopo gli studi di scienze politiche ad Ankara ha fatto il salto negli Stati Uniti, all’università dello Stato di New York per i corsi di economia.

La sua carriera non è stata una favola, ma una gran fatica: prima di azzeccare lo yogurt che ha conquistato un po’ alla volta i mercati, ha dovuto affrontare delusioni e molte difficoltà commerciali. Ulukaya ha sempre dato, anche in periodi di magra, una parte dei suoi utili in solidarietà. Donazioni divenute cospicue col tempo: due milioni nel 2014 all’alto commissariato per i rifugiati, donazioni ad associazioni di beneficienza musulmane in contatto con le popolazioni dell’Iraq e delle Siria, fino ad aderire a “The Giving Pledge”, “L’impegno a dare”, ideato da Bill Gates e in base al quale si dona la metà della propria ricchezza in vita o per lascito.

Hamdi Ulukaya

La Fondazione Tenda è nata dopo che Ulukaya ha visto a Lesbo le condizioni di vita dei siriani e ha trascorso del tempo con loro. Ogni giorno 44.000 persone si aggiungono al flusso globale dei rifugiati.  Paul Polman, che è anche incaricato dalle Nazioni Unite per gli obiettivi di sviluppo sostenibile e membro della Commissione ONU per l’economia e il clima, ha ricordato a Utrecht che “ognuno di noi potrebbe essere nato in Siria. Non dimenticatelo. E oggi sono qui perché il governo dei Paesi Bassi ha pagato per la mia educazione”. Polman, figlio di un impiegato e di un’insegnante che ha scelto di seguire la famiglia, ha tre fratelli e due sorelle e ha compiuto i suoi studi di economia all’università di Groningen.

Anche se politicamente non sembra aria, gli economisti e gli imprenditori hanno spiegato, ad Utrecht, che accogliere conviene per ottime ragioni demografiche, di integrazione e per fare affari equi con Paesi impoveriti, ma dal grande potenziale.  Non è facile governare processi come le grandi migrazioni: nei Paesi Bassi l’11% dei rifugiati ha un lavoro regolare e pagato dopo un anno e mezzo. Troppo pochi e troppo tardi, dicono gli esperti. Per questo le imprese hanno risposto a una chiamata sociale urgente.