Olanda e Danimarca: due alternative per gli immigrati

Il progetto è stato definito “una cortina di fumo”, una forma di “giustizia classista”, fino ad arrivare a un tombale “idiota”. In Olanda sia i partner di governo, sia le opposizioni hanno affondato la proposta del capogruppo del VVD (Partito popolare per la libertà e la democrazia) alla Camera Bassa, Klaas Dijkhoff, di fare come in Danimarca con gli immigrati. L’ idea era di seguire l’esempio di Copenaghen introducendo pene più severe per coloro che delinquono e vivono in “aree problematiche”. Fra un mese il Folketing, la camera dei rappresentanti danese, dovrebbe varare in via definitiva tutti i provvedimenti. Riguardano posti definiti nella legge come “ghetto”, termine ufficiale utilizzato nel testo per indicare zone popolate prevalentemente da “immigrati non occidentali”.

Il governo, guidato dal Partito liberale di Lars Løkke Rasmussen e sostenuto dai nazionalisti del Partito Popolare Danese, ha presentato un insieme di leggi che riguardano l’8,7% della popolazione del Paese, che ha in tutto 5 milioni e 700 mila abitanti. In base a queste, sarà affidato alla polizia il compito di definire le aree in cui potrà scattare una pena doppia per alcuni crimini, solo in circostanze straordinarie e con una decisione ufficiale motivata. Le compagnie di edilizia sociale potranno rifiutare inquilini con alcuni tipi di condanne penali, purché le sentenze risalgono agli ultimi cinque anni. Sarà più veloce anche per i proprietari privati sfrattare immigrati con precedenti. Le municipalità avranno un accesso più facile ai dati personali dei residenti delle zone “ghetto”. Tutti i pubblici ufficiali che ometteranno di segnalare bambini immigrati in condizioni di disagio o povertà saranno puniti più severamente. Gli immigrati che ricevono il kontanthjælp e altre forme di sussidio, potranno avere delle decurtazioni se si trasferiscono in un “ghetto”. I bambini di queste aree dovranno frequentare il nido, la pre-scuola (dai 3 ai 4 anni d’età, poi la frequenza è obbligatoria per tutti) e i più grandi il dopo-scuola tutti i giorni. Si rafforzerà l’impegno per insegnare nel più breve tempo la lingua. I Comuni che riusciranno a collocare nel lavoro “immigrati non occidentali” avranno dei bonus economici, così come gli studenti “non occidentali” che miglioreranno nell’arco dell’anno il loro profitto scolastico. Obbligatori per tutti corsi di esposizione ai valori danesi, spiegando ad esempio cos’è il Natale o la Pasqua.

Un progetto che suonerà come musica alle orecchie dei leader nazionalisti di molti Paesi. I fatti mettono in dubbio l’efficacia di queste legge e la serietà delle premesse. Feargus O’Sullivan, uno degli autori di CityLab, la prestigiosa pubblicazione online fondata dall’urbanista e filosofo Richard Florida, ricorda che, secondo i dati dello stesso governo danese, il 90% dei bambini dai 3 ai 4 anni figli di immigrati va già alla pre-scuola. Il 76% dei figli di immigrati tra 1 e 2 anni va già al nido. Nel 2017 il 60% in più dei nuovi arrivati ha trovato un lavoro, senza chiedere sussidi governativi. Non scelgono i quartieri degradati, per molti di loro è l’unica opzione abbordabile economicamente.

La legge danese usa due termini, “ghetto” e “d’origine non occidentale”. Yildiz Akdogan, parlamentare socialdemocratica, ha nel proprio collegio anche la zona di Tingbjerg, classificata appunto come ghetto. “Mi chiedo – ha detto in un’intervista – se i danesi abbiano perso la loro sensibilità e si rendano conto dell’associazione di idee con l’antisemitismo e il nazismo che nel tempo farà scattare la definizione”. Un esempio del rapporto linguaggio/pregiudizio è poi l’espressione “immigrato non occidentale”. “Perché la facciamo tanto lunga? La definizione non occidentale nel contesto della legge vuol dire solo una cosa, musulmano”, ha scritto sul Giardian Nichala Bendixen, responsabile di Refugees Welcome Denmark. Gli olandesi non hanno preso bene la proposta di replicare la legge danese. Dopo il coraggioso e aperto discorso inaugurale di Re Wilhelm Alexander nella tradizionale cerimonia di apertura del parlamento, i rappresentanti hanno bersagliato il proponente Klaas Dijkhoff di domande per puro amor di polemica. Si è sentito chiedere se “picchiare un lavoratore dei servizi d’emergenza nel quartiere finanziario di Amsterdam sia meno grave che in una zona socialmente giù, sempre ad Amsterdam”.

Provocazioni a parte, politici e cittadini dei Paesi Bassi sanno che non è così che funziona, perché ci sono passati. In Olanda, fin dalla fine degli anni Ottanta, si comprese come esclusione sociale ed esclusione spaziale andassero di pari passo. In quell’epoca a Rotterdam, Amsterdam, L’Aia e Utrecht la disoccupazione aumentava e si alcune aree avevano un numero sempre più alto di inattivi da lungo tempo, livelli di criminalità più consistenti del comune, traffico di droga e larghe porzioni di poveri. Molti di loro appartenevano a minoranze etniche. Si stava cadendo nella spirale della ethni-city.

Con l’inizio degli anni Novanta, i Paesi Bassi sostituirono il concetto di rinnovo urbano con quello di rinnovamento sociale. La prima fase di intervento fu su elementi non costruiti, non sulle case, che per il momento potevano restare dove erano. Si intervenne sugli abitanti, favorendo la costruzione di un vicinato, sull’occupazione, sul buon mantenimento degli spazi comuni di verde o per lo sport, per quanto tristi fossero i luoghi. Si coinvolsero gli abitanti, partendo da ciò che erano, facevano ed erano socialmente in grado di dare, spesso pochissimo, ma pur sempre qualcosa. A Rotterdam questo metodo a basso costo, sostenuto dal governo, generò una miriade di associazioni di vicinato attivo. Nello stesso tempo questi cittadini chiesero e ottennero una modifica dell’approccio paternalistico dei lavoratori sociali incaricati di seguirli. Con la metà degli anni 2000, queste città si ridisegnano e si afferma un nuovo senso di cittadinanza.

Si consolida quella “società a maglie strette” che Wilhelm Alexander la scorsa settimana, nel suo trasformativo discorso del re al Prinsjesdag, aprendo l’anno parlamentare, ha citato come un elemento del buon vivere olandese. “L’economia crescerà per il sesto anno di fila, ma più persone- ha detto il re- dovranno veramente accorgersi che le cose vanno meglio”. Il Re ha ricordato che “Siamo stati liberati 75 anni fa, abbiamo imparato come i miglioramenti non possono venire da un singolo atto del parlamento, perché una società a maglie strette deve coinvolgere tutti”.