Occhi cercano il sole (senza trovarlo)
tra le macerie della nostra realtà

Mia figlia ha i miei occhi e so che
quegli occhi sono pieni di ombre,
nonostante il cielo plumbeo sanno
vedere il sole, ma nessuno
le dirà quanto è distante.

Questa poesia è tratta dall’ultima raccolta poetica di Ilaria Palomba, Città metafisiche. Il personaggio della figlia è attraversato da una serie di conflitti, inscrivibili tutti nella tensione tra il reale e il possibile. Gli “occhi sono pieni di ombre”, tuttavia “sanno vedere il sole”. La realtà è oscura, ciononostante quegli occhi, almeno in potenza, conoscono il valore della luce. L’uso del verbo “sapere” è emblematico: qui viene usato nel suo significato di “essere capace di”, ma in realtà evoca anche il senso della sapienza. È come se la possibilità di vedere il sole, di avere un punto di riferimento luminoso, sia da sempre già presente nell’essere umano, indipendentemente dalla sua esperienza: anche se il concetto di “figlia” dona l’immagine di un individuo ancora in formazione, lei già sa, come se questa conoscenza fosse un dato carnale.

Eppure la luce c’è

Eppure, la luce c’è: se gli occhi sono pieni di ombre, da qualche parte deve esserci una luce che permetta a queste di proiettarsi. Di fatto, la ragione di queste ombre è presto dichiarata: il cielo
plumbeo fa da schermo alla fonte di luce. Ma proprio nel momento in cui la poesia sembra ripristinare una certa speranza (il ritorno della luce è sempre possibile oltre le nubi), ecco che
sopraggiungono gli ultimi versi: “nessuno le dirà quanto è distante”. La frase è ambigua: potrebbe significare sia “nessuno le dirà che il sole è distante”, ma anche “nessuno le dirà la misura della
distanza dal sole”. Tutto dipende da quel “quanto”, che potrebbe assumere sia il suo significato esclamativo che quello interrogativo. In questa ambiguità risiede il conflitto tra il pessimismo del
reale e l’ottimismo del possibile: nel senso esclamativo si accetta la distanza del sole come un dato di cui prendere atto, mentre nel senso interrogativo si apprende la misura della distanza, aprendo così alla possibilità di poterla colmare.

C’è un ultimo conflitto che va individuato, anche se si nasconde dietro l’immagine di una immedesimazione, in cui la figlia personaggio e la madre io poetico condividono gli stessi occhi.
Anche quel “so che quegli occhi” può assumere due significati: la madre può conoscere ciò che la figlia vede oppure, conoscendo ciò che ella stessa vede, proietta questa sua conoscenza sulla figlia. La poesia di chi parla? Della madre o della figlia? L’ambiguità resta: potrebbe essere che la madre stia parlando di una sua condizione esistenziale “oscura”, che ella stessa riconosce attraverso gli occhi della propria figlia, oppure la madre descrive i propri timori sulla condizione esistenziale della generazione futura. Che la madre si riconosca nella figlia o che ella rifletta sul futuro della figlia, un elemento resta costante: in entrambi i casi la figlia è destinata a essere una figura passiva, a subire il pessimismo altrui o a essere mero specchio dell’altro. In ciò abita l’ultimo conflitto: l’io poetico è roso da un pessimismo del reale che lo porta a fagocitare non solo la luce, ma la stessa possibilità che ci possa essere una luce anche per gli altri. In quel “so che quegli occhi” il lettore scopre il piano di esistenza di quanto descritto: esso si trova nella mente della madre, nel suo “sapere”.

La presenza dell’altro

L’io poetico descrive un mondo che esiste solo nella sua coscienza, anche se cerca di dargli consistenza attraverso la presenza dell’altro:

Non voglio pensare alle macerie
e non leggo più i giornali, non ascolto più
la radio. Voglio rivedere i tuoi occhi
verdazzurri e perdermi come una bambina

tra le fotografie del mattino in cui
camminammo per tutta Napoli
senza mangiare nulla e guardando
il sole ci dichiarammo immortali.

L’io poetico fugge dalla realtà fatta di macerie (ma anche di cibo) o di narrazioni su tali macerie prodotte dai media. Vuole solo rivivere nei suoi ricordi, qui incarnati nelle fotografie o negli occhi
altrui: la realtà dell’io poetico è un’immagine proiettata dalla coscienza, in cui astrarsi dalla realtà materiale che si trova oltre. Le città metafisiche di Palomba, quindi, non sono luoghi trascendenti,
ma luoghi concreti che però si trovano accanto alla fisica che più interessa l’io poetico: quella delle sue paure, delle sue ossessioni, dei suoi fantasmi. Il mondo qui è la metafisica della nostra
coscienza.

Ilaria Palomba, Città metafisiche, Roma, Ensemble, 2020.