“Notturno” di Rosi: concentrato di realtà
nel quale vorremmo poterci orientare

Alla Mostra di Venezia è passato in concorso “Notturno” di Gianfranco Rosi. Era probabilmente il film più atteso del festival. Dopo un Leone d’oro veneziano per “Sacro GRA” e un Orso berlinese per “Fuocoammare”, Rosi è ormai una star, almeno nella “bolla” cinematografica dei festival. “Notturno” è, al confronto di quei due film, un’impresa umana e artistica da far tremare i polsi. Rosi ha alzato il tiro e ha allargato l’ambito della sua ricerca. “Sacro GRA”, sul Grande Raccordo Anulare di Roma, era una ricognizione in un territorio dove la cosa più simile a una guerra che possa accadere è un ingorgo automobilistico, con personaggi anche teneri e buffi, e con la comodità logistica di riparare comunque in città alla fine di una giornata di riprese. “Fuocoammare” ha comportato una “full immersion” di mesi a Lampedusa, isola circoscritta e in fondo amena, certo luogo di drammi e di dolore. Ma per “Notturno” Rosi è scomparso per tre anni e nemmeno gli amici sapevano dove fosse. Si è mosso, da solo o con pochissimi assistenti, in zone di guerra, sempre a due passi dall’Isis, come tirando i baffi alla tigre cercando di non cadere nella sua tana. Una didascalia iniziale ci informa che il film è stato girato lungo i confini fra Libano, Siria, Kurdistan e Iraq: è già una dichiarazione politica, equiparando tre stati reali a uno “stato” – il Kurdistan – che non esiste. Ma il film è tutt’altro che politico, se non in senso lato – se non ritenendo “politico”, come forse è giusto, ogni appello all’umanità, al rispetto, alla pace.

Ma non esiste il documentario “puro”

La sensazione è che Rosi sia tornato da tre anni nella zona più terribile del pianeta con un film visivamente bellissimo che però non è tanto inferiore alle attese, quanto “altro” rispetto alle attese. E siccome le attese sono nostre, non sue, forse bisognerebbe confrontarsi con ciò che Rosi voleva fare. Invece le recensioni, fin qui, sono quasi tutte auto-referenziali, non parlano del film in sé ma del film che i recensori avrebbero voluto vedere. Si è oscillati come sempre dal “capolavoro” alla “abiezione”, glorificando la qualità tecnica del lavoro di Rosi (sempre straordinaria, certo) o accusandolo di falso ideologico. Il punto vero è: quanto “Notturno” sia “messo in scena”, quanto ciò che Rosi riprende sia autentico, immediato, o piuttosto ricreato, ricostruito. Sarebbe bene ficcarsi in testa una volta per tutte che il documentario “puro” non esiste, nessun regista fotografa la realtà così com’è per il semplice motivo che è impossibile. Anche Flaherty, Ivens e Rossellini osservavano la realtà e poi la facevano “mettere in posa”, trovando o inventando delle storie perché tutti i film, anche quelli che non sembrano farlo, raccontano storie.

Rosi lavora con un procedimento di immersione. Va in un luogo, in uno spazio, e lo fa diluire nel tempo. Osserva, si informa, individua delle persone. Costruisce con queste persone (come il dottor Pietro Bartolo di Lampedusa) un rapporto di fiducia, che spesso necessita di lunghe frequentazioni. Quando la complicità si è stabilita, tira fuori la macchina da presa e a quel punto le persone diventano “personaggi”, pur rimanendo se stesse: e la macchina da presa è come se non ci fosse. In questo senso “Notturno” è assolutamente coerente alla poetica di Rosi, e i dubbi – che anche noi abbiamo, perché negarlo? – nascono semmai dal contesto, e dalla difficoltà di afferrarlo. Perché un conto è girare in tondo attorno a Roma o raccontare un microcosmo, per quanto simbolico, come Lampedusa; tutt’altro conto è restituire la complessità di un teatro di guerra che copre quasi un subcontinente. Tra l’altro – e anche questo è spiazzante – il film non mostra mai la guerra, la tiene in sottofondo. I militanti dell’Isis si vedono solo nella condizione di prigionieri, chiusi in una galera. Della guerra sentiamo i rumori, e vediamo l’effetto sulle persone: il cosiddetto fronte interno, che da quelle parti è fluido, mobile e confuso come quello vero.

Paura da spettatori?

Visto che non siamo migliori di coloro che fraintendono totalmente gli intenti di Rosi, confessiamo la nostra perplessità: abbiamo passato l’intera durata del film a domandarci di continuo “qui dove saremo?”, “queste persone chi sono?”, “da che parte stanno?”. “Notturno” non dà indicazioni. Né geografiche, né politiche, né militari. Rosi lo rivendica. “Nel film volevo annullare la geografia, le separazioni, i confini e dare importanza alle storie universali dei personaggi. Ero alla ricerca della dimensione umana”, ha dichiarato un po’ a tutti coloro che gli chiedevano ragione di questa scelta. Noi continuiamo a pensare che delle banalissime scritte che indicassero almeno la collocazione geografica di ogni singola storia avrebbero aiutato. Ci avrebbero consentito di orientarci in una “dimensione umana” che ovviamente cambia da zona a zona, da vissuto a vissuto. Ma forse è solo la nostra paura di spettatori, la voglia di esser presi per mano, di “capire” nel modo un po’ meccanico in cui “capiamo” i reportage giornalistici (che sono un’altra cosa). È curioso: questo scorcio di 2020 ci pone ripetutamente il problema di “capire” ciò che ci viene detto al cinema, di voler decodificare i messaggi come se fossero formule matematiche. In “Tenet” – il misterioso film di Chris Nolan – questo fa parte del gioco, in “Notturno” forse anche, perché siamo pur sempre di fronte a cinema del reale, in cui il patto iniziale fra autore e spettatore sembra essere quello di vedere LA realtà. Ma siamo sicuri che con Rosi il patto sia proprio quello? Di fatto, assistiamo a un concentrato di realtà in cui tre anni di lavoro diventano due ore di cinema. Il nostro compito sarebbe quello di portare quelle due ore nel nostro vissuto, nella nostra coscienza, di lavorarci sopra. Ma lo spettatore del 2020, evidentemente, non ha molta voglia di lavorare. Ha visto troppe serie e troppi tg durante il lockdown. Ci siamo impigriti gli occhi. Bisogna ripartire, in ogni senso.