Non solo Covid-19.
La crisi morale
della democrazia Usa

INCHIESTA/2 – La cupa profezia che l’America era inesorabilmente destinata a diventare una “nazione composta da due società separate, ineguali e ostili”, formulata in un’indagine voluta dal presidente Lyndon Johnson alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, si sta avverando in questi tempi cupi della presidenza Trump. Solo qualche giorno fa la pandemia – quella che, secondo Trump, doveva “miracolosamente” scomparire con i primi caldi – ha superato, negli Usa, la soglia dei 100mila morti. E questo ci dicono le statistiche: che una sproporzionata percentuale dei deceduti – oltre il 30 per cento – è composta da neri (che sono il 10 per cento della popolazione).

Così come da neri (o comunque da minoranze etniche) è formato l’esercito di quelli che vengono oggi definiti “lavoratori essenziali”. Essenziali e, in quanto tali, destinati ad esser mandati allo sbaraglio nel nome d’una illusoria ripresa economica che, misurata sul falso metro di Wall Street, è volta soprattutto ad alimentare le possibilità di rielezione del presidente in carica. Donald Trump ha riassunto questa sua strategia elettorale in uno slogan molto trumpianamente ridicolo e pomposo – “transition to greatness”, transizione alla grandezza (la sua grandezza ovviamente) – che d’acchito è stato molto più adeguatamente ribattezzato “to die for the Dow”, morire per il Dow, il più importante indice di borsa.

Il partito del culto di Trump

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Foto di Ralf Genge da Pixabay

Nell’America della pandemia e di Donald Trump i poveri (che in maggioranza sono “di colore”) restano, nella sostanza, “disposable lives”, vite a perdere. Ancora una volta non-uomini, così come non-uomini erano gli schiavi che lavoravano nelle piantagioni.
Donald Trump non è in fondo – lo era prima della pandemia e la pandemia lo ha ancor più evidenziato – che l’ultimo e più aberrante, sbrindellato e letale prodotto di quella che va sotto il nome di “southern strategy”. Ovvero: della strategia che – partendo proprio dalle battaglie (vinte) per i diritti civili e dalle proteste della seconda metà degli anni ‘60 – ha marcato la politica del partito repubblicano. O di quello che è oggi diventato, in un’estrema e nefasta trasfigurazione, il partito del culto di Trump.
Che cos’è la “southern strategy”? È una sorta di reazionario controcanto battaglia per i diritti civili, un’implicita ma chiarissima riassicurazione rivolta alla “white America”. A concepirla ed inaugurarla fu Richard Nixon (che proprio grazie a questa strategia, facendo appello alla “maggioranza silenziosa” ed ai principi di “legge ed ordine”, vinse le elezioni del 1968. Un’esperienza che, su non molto dissimili basi, Trump potrebbe replicare il prossimo novembre). Ma nulla meglio definisce il senso di questa “strategia” delle cinque parole con le quali, nel 1980, Ronald Reagan aprì la sua campagna presidenziale in quel di Philadelphia.

Il revascismo bianco del presidente

Foto di StockSnap da Pixabay

No, non si tratta della città dove, nel 1787, venne firmata la Costituzione, bensì della Philadelphia della Noshoba County, in Mississipi. Quella stessa Philadelphia dove, nel 1964, il Ku Klux Klan aveva, con la complicità dell’intera comunità bianca – ricordate il film “Mississippi burning”? – massacrato tre attivisti per i diritti civili, Andrew Goodman, Michael Schwerner e James Chaney. “I believe in states’ rights”, disse Reagan di fronte a quella qualificatissima platea. Io credo nei diritti degli Stati. Ossia: in quegli stessi diritti (o negazioni di diritti) che le leggi di Johnson avevano messo in mora… Parole pesanti. E rese pesantissime dal fatto che Reagan avesse scelto, per pronunciarle, una località divenuta, con pieno merito, simbolo della violenza razzista.

Donald Trump – che ha debuttato in politica cavalcando la tigre del “birtherism”, vale a dire della teoria che, con consapevole menzogna, denunciava la nascita in Kenya di Barack Obama e, conseguentemente, la illegittimità della sua presidenza – ha notoriamente, prima e dopo la sua vittoria elettorale, fatto appello al revanscismo bianco in termini ancor più volgarmente scoperti. E, lungi dal cercare di riunificare un paese, nel corso della crisi seguita alla morte di George Floyd, non ha esitato a riesumare, nelle sue notturne raffiche di tweets, il peggior lessico d’un passato che molti s’illudevano fosse stato sepolto.

Incitamento a sparare, annuncio di “armi funeste”

Lo ha probabilmente fatto, data la sua più che provata e sesquipedale ignoranza storica, molto più per una naturale propensione alla violenza razzista che per una volontaria referenza ad un passato che, è facile immaginare, neppure conosce. “When the looting starts, the shooting starts” quando comincia il saccheggio, comincia la sparatoria. Questo ha scritto Trump, ripetendo, quasi alla lettera, quello che, sullo sfondo delle proteste degli anni ‘60, notoriamente amava ripetere il capo della polizia di Miami, Walter Headley, una delle più riconosciute icone del razzismo dell’epoca.

Né ha mancato, il presidente in carica, di rievocare, minacciando a cinguettii i giovani che vanno da giorni manifestando di fronte alla Casa Bianca, immagini di cani feroci, “vicious dogs” evidentemente parenti stretti di quelli tanto cari al tristemente famoso Theophilus Eugene “Bull” Connor, il Commissario per la Pubblica Sicurezza che, sempre negli anni ’60, a Birmingham, in Alabama, guidava a manganellate e morsi le cariche contro le manifestazioni per i diritti civili.
E non solo: Trump ha completato l’opera vagheggiando, contro quegli stessi manifestanti, l’imminente uso di non meglio precisate “ominous weapons”, armi funeste “mai viste prima”, maneggiate dai giovani e robusti agenti segreti ai quali è stata da lui stesso affidata la vigilanza della Casa Bianca. Ed ai quali, lasciava chiaramente intendere il presidente, già prudono le mani. Il tutto condito da trasparenti inviti al più duro zoccolo dei suoi seguaci ad organizzare contromanifestazioni. O, più precisamente, un “MAGA night”, una notte del “Make America Great Again”, alla Casa Bianca.

Il partito repubblicano, che usa l’insulto, la menzogna e la calunnia

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Foto di Javier Robles da Pixabay

Parole di un buffone? Certo, di un buffone, o della brutta imitazione di un dittatorello da repubblica bananiera, che è diventato presidente del paese più potente e della più antica democrazia del mondo. E che, nel diventarlo, ha rivelato non solo la profondità d’una crisi politico-morale, ma la realtà di una trasmutazione genetica – o di una sorta di anti-darwiniana involuzione della specie – che viene da molto lontano. E che va corrodendo l’essenza della democrazia Usa.

Il partito repubblicano, il partito che fu di Abraham Lincoln, è oggi il partito di Donald Trump. Il partito del discorso di Gettysburg è oggi il partito – peggio, è l’asservita corte – del presidente che ha normalizzato la menzogna e la calunnia, beatificando l’insulto, la violenza e l’ignoranza. Il partito dell’uomo che, solo qualche settimana addietro, nel pieno d’una pandemia delle quale s’era fino al giorno prima burlato, ha – in una delle sue ormai innumerevoli “trumpate” – “ipotizzato” la possibilità di curare il Covid-19 con iniezioni di disinfettante nei polmoni.

Tempo fa, nel cercare le ragioni della duplice sconfitta del GOP di fronte a Barak Obama – il presidente nero da Trump tanto odiato – Bobby Jindal, ex governatore della Louisiana (ed un tempo stella nascente del partito) aveva sentenziato: “We’ve got stop being the stupid party”, dobbiamo smetterla d’essere il partito stupido (o il partito degli stupidi). Vale a dire: il partito dell’anti-scienza e dell’anti-cultura, dell’ostentato anti-intellettualismo che – in dichiarata contrapposizione ad un ipotetico “establishment cultural-mediatico”, nonché, ovviamente, al vituperatissimo “politically correct” – è progressivamente divenuto una dei più visibili vessilli del GOP.

Uno stupido e bigotto partito anti-scienza

minneapolis, AneriucaE proprio questo è quel che, contro le esortazioni di Jindal, è infine accaduto. Come nella ballata dell’apprendista stregone di Wolfang Goethe, tutte le alchimie del “partito degli stupidi”, architettate per calamitare il consenso dell’America più bianca e bigotta, hanno finito per produrre un mostro – un mostruoso concentrato di stupidità – che si è infine mangiato l’intero partito repubblicano. E con il partito repubblicano, una metà del sistema politico ed una parte essenziale della infrastruttura etica – una infrastruttura fatta di “valori compartiti” – che, nel bene e nel male, aveva fin qui sostenuto ed alimentato la democrazia americana.

Una prova di questo precipitare nell’abisso? Negli ultimi giorni, nel pieno dell’incedere della pandemia, Donald Trump ha prepotentemente accelerato non solo l’impressionante ritmo delle sue menzogne quotidiane – più di quindici al giorno, secondo tutti i fact-checking – ma anche il loro peso specifico. Tra l’altro accusando il suo predecessore, Barak Obama, d’avere commesso (nell’ambito d’una vicenda legata al “Russiagate”, che troppo lungo sarebbe qui riassumere), non un semplice crimine, ma, a tutti gli effetti, “il più grande crimine politico della storia degli Stati Uniti”. Posto di fronte alla più elementare delle domande – quale crimine? – Trump non ha mancato d’enfatizzare, parossisticamente aggettivandola, la sua accusa. Ma non è stato in grado di indicare un solo fatto.

Il grido dell’America: non posso respirare

In altri tempi – tempi pre-trumpiani – questo sarebbe stato (negli Usa come, credo, in ogni altra parte del mondo) uno scandalo con due sole possibili vie d’uscita: o la prova delle accuse (con tutte conseguenze del caso), o la porta d’uscita (senza nemmeno la formalità d’un processo d’impeachment) per l’accusatore. Nell’America di oggi, non si è trattato invece che di un altro giorno, o meglio, di un’altra notte consumata nelle tenebre del trumpismo.

È in queste tenebre che le fiamme della irrisolta “questione razziale” sono tornate, a Minneapolis ed in tutto il paese, ad illuminare l’America. Ed è in questo deserto morale che la pandemia del Covid-19 ha assunto, sospinta da venti fetidi ed irrespirabili, la forza e le dimensioni d’una tempesta perfetta. “I can’t breathe” è, oggi, nell’aria infettata dal coronavirus ed avvelenata dal trumpismo, il grido di un’intera nazione, l’ultimo anelito d’una democrazia che muore.

2/FINE  QUI LA PRIMA PARTE