Licenziamenti, non sarà così che si salverà l’industria italiana

In seguito alla chiusura delle attività per lockdown e alla drastica caduta dei redditi che abbiamo registrato in Italia, con il Decreto Cura Italia il governo Conte aveva introdotto – e poi continuato a prorogare – il ben noto e contestato blocco generalizzato dei licenziamenti collettivi e dei licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo. L’ultimo intervento, con il ddl bilancio, ha esteso la proroga fino al prossimo 31 marzo 2021.

Sull’opportunità di prorogare ulteriormente il divieto di licenziamento si confrontano due visioni radicalmente opposte in base alle quali dovrà esprimersi anche il prossimo governo Draghi, l’una fatta propria da Confindustria e dai partiti della destra e l’altra fatta propria unitariamente dai sindacati CGIL, CISL e UIL e da parte dell’ala sinistra del Parlamento. L’associazione degli industriali ha esplicitamente richiamato alla necessità di lasciare le imprese libere di licenziare in modo da permettere loro di avviare ristrutturazioni e ripartire. In altre parole, il mondo imprenditoriale rivendica la libertà di sostituire almeno in parte i lavoratori che, con la propria professionalità, non rispondono alle mutate esigenze di un mercato in rapida evoluzione, oltre ovviamente alla possibilità di licenziare quelli che semplicemente un’azienda non può permettersi di retribuire.

Una rete di ammortizzatori sociali

Poco importa se, come ribadito più volte anche dai ministri del governo che ha affrontato finora l’emergenza pandemica, l’Italia non possegga una rete di ammortizzatori sociali di tipo universalistico. La promessa riforma degli ammortizzatori, su cui continuano a battere anche i sindacati, continua infatti a non materializzarsi. Poco importa, inoltre, se la posizione confindustriale risponde ad una visione meramente “mercatista”, secondo cui un mercato libero permetterebbe il giusto incontro tra domanda e offerta di lavoro, trascurando del tutto il ruolo fondamentale che riveste invece la domanda aggregata nelle scelte delle imprese e nella crescita economica; in altre parole, la loro miope visione trascura un quesito dirimente: se gran parte delle imprese comincia a licenziare, provocando un’ulteriore caduta generalizzata dei redditi e quindi della domanda aggregata, quanto potranno mai crescere davvero le loro aspettative di vendita e, con esse, l’esigenza concreta di nuove assunzioni? D’altronde, nell’arco dell’anno 2020, l’ISTAT ha rilevato un calo di ben 393mila dipendenti a termine e 209mila indipendenti, a fronte di un incremento di soli 158mila lavoratori permanenti sul quale, ovviamente, ha inciso in maniera positiva anche proprio il blocco dei licenziamenti per decreto. Nell’arco di un anno, dunque, la possibilità di ridurre i propri organici per tentare eventuali ristrutturazioni non è mancata affatto ed ora nulla garantisce che queste riorganizzazioni possano davvero aver luogo, se venisse meno il blocco, tra poche settimane.

Al contrario, un eventuale via libera ai licenziamenti, a maggior ragione alla luce dell’assenza di una rete universale di ammortizzatori sociali, lascerebbe centinaia di migliaia di persone senza fonti di reddito arricchendo, per usare un termine marxiano, “l’esercito di riserva del capitale”. Ci sarebbe cioè l’aumento dell’esercito di disoccupati e sottoccupati da cui attinge il capitale: uno strumento di disciplina dei lavoratori che avrebbe l’effetto di moderare le loro richieste in termini di retribuzione, diritti sugli orari di lavoro, diritti su salute e sicurezza e così via.

Contratti di solidarietà per sostenere occupazione e reddito dei lavoratori tramite riduzioni dell’orario di lavoro ed importanti investimenti in formazione, come chiede in particolare la CGIL, sono invece strumenti adatti ad accompagnare una fase di delicata transizione come questa. La pandemia e, per certi versi, alcuni indirizzi del Next Generation EU hanno infatti anche l’effetto di accelerare la “distruzione creatrice” di schumpeteriana memoria almeno, ma non solo, nei campi del digitale e della transizione ecologica. Parliamo cioè di quel processo formalizzato da Joseph Schumpeter, attento studioso di Karl Marx, che vede la “creazione” tramite l’innovazione di nuovi assetti nella struttura economica e che, inevitabilmente, porta con sé anche la “distruzione” dei precedenti assetti, con conseguenti fallimenti di impresa e perdita di posti di lavoro. Una fase naturale nelle economie capitalistiche che, però, necessita di adeguate forme di welfare, di formazione ai lavoratori e di riorganizzazione dei tempi di lavoro, se vogliamo evitare drammatiche conseguenze sociali.

Riduzione dell’orario di lavoro

A tal proposito, ci chiediamo infatti anche che fine abbiano fatto le proposte di riduzione dell’orario di lavoro che diverse forze politiche avevano avanzato durante la prima fase dello scoppio della pandemia. Si trattava di proposte di natura e di orizzonti diversi, ma che condividevano l’obiettivo di breve periodo di redistribuire le occasioni di lavoro esistenti tra un numero maggiore di individui, oltre a contenere intrinsecamente l’input per una discussione più ampia su una proposta invece strutturale riguardo  a una battaglia storica del mondo della sinistra: la redistribuzione di secolari guadagni di produttività anche al mondo del lavoro. Vale infatti anche la pena ricordare che, secondo l’OCSE, i lavoratori dipendenti italiani lavorano in media 1.586 ore all’anno contro, ad esempio, le 1.305 ore della Germania e le 1.420 ore della Francia, a fronte di una situazione opposta sul versante retributivo, con salari medi annui pari a 37.482 dollari in Italia e pari, rispettivamente, a 47.010 e 43.309 negli altri due Paesi. Considerando che neanche con questi numeri il nostro Paese registra performance di produttività più elevate dei suoi competitors, temere una perdita di competitività in seguito ad una redistribuzione del tempo di lavoro a parità di retribuzione vuol dire scaricare le responsabilità della produzione solo e soltanto sul fattore lavoro. D’altronde, come ci insegna quello che gli economisti chiamano “l’effetto Ricardo”, dal lato dell’offerta, una simile politica può agire anche da stimolo innovativo alle imprese, proprio per capitalizzare al meglio le ore di lavoro retribuite invece di competere sulla riduzione del costo del lavoro e, dal lato della domanda, può funzionare da spinta ai consumi, anche alla luce dell’elevato contenuto tecnologico – e quindi del maggior tempo di utilizzo che richiedono – molti dei beni realizzati oggigiorno.

In conclusione, la ripartenza dell’economia italiana non va legata affatto a presunte virtù salvifiche del mercato e della flessibilità nel mercato del lavoro, ma va guidata in un’ottica pianificatrice con la protezione dello Stato sociale, con i giusti investimenti in formazione e con la redistribuzione degli orari di lavoro in chiave solidaristica. D’altro canto, anche il mondo della sinistra politica, legata a doppio filo al mondo del lavoro, può ripartire con coraggio dalle stesse basi, con uno sguardo indietro alle pietre miliari della sua storia e con uno strategico e visionario sguardo in avanti.