Non rinunciare ai concerti si può:
Luca Aquino al Roma Jazz Festival

In tempi di pandemia (tempi che si prolungano a dismisura…) sono tante le cose che ci mancano e che prima davamo per scontate. Fra le tante, assistere a un concerto in sala era una pratica preziosa, quanto andare al teatro, al cinema o in un museo. Oggi che non si può ripieghiamo, quando possibile, su soluzioni moderne ed efficienti, per quanto mai ugualmente appaganti.

Ecco allora che, fra le alte occasioni di arricchimento culturale, il Roma Jazz Festival 2020 propone gran parte degli appuntamenti previsti inizialmente come fruibili on line, ad un prezzo decisamente basso, giustificato dalla mancata disponibilità delle comode sale dell’Auditorium Parco della Musica. È strano, ci si sente allo stesso tempo come adepti di una piccola setta e come intrusi, effetto doppio amplificato dalla scena finale del gruppo che ringrazia una parte di spettatori plaudenti attraverso uno schermo con diversi quadratini che risultano essere poi persone. Stranezze della combinazione moderna fra l’emergenza e la tecnologia più avanzata.

Ma, venendo al concerto, lo spettacolo di martedì 17 novembre spazza via qualunque dubbio sull’opportunità di assistervi. Il progetto “Gong” di Luca Aquino, eccellente trombettista beneventano, debitore ed emulo del migliore Miles Davis, dedicato alle storie di alcuni tra i più leggendari pugili della storia combinate ed intrecciate con il suono del jazz più appassionato ed espressivo, buca lo schermo e, pur nella distanza, arriva al nostro cuore toccandolo nel punto giusto. Merito del leader, e parimenti del suo qualificatissimo ospite, il batterista Manu Katchè e degli altri due musicisti, Antonio Iasevoli alla chitarra e Pierpaolo Rainieri al basso.

Ma la lista dei protagonisti non si chiude qui: c’è il fondamentale apporto dell’artista Mimmo Palladino con i suoi disegni e ci sono le parole che accompagnano ed intervallano la musica, su testi scritti da Giorgio Terruzzi. Storie brevi di questi campioni, storie tristi ed allegre, drammatiche e gloriose, ognuna a modo suo irripetibile. Si parte da Primo Carnera ad inizio ‘900 e si arriva a Mike Tyson quasi ai tempi nostri, passando a metà del percorso per la parabola indimenticabile di Cassius Clay-Mohammed Ali e del suo orgoglio black e musulmano.

Ogni storia convive con il gruppo in scena, il breve racconto recitato all’inizio da una voce sempre diversa, le immagini di Palladino e gli emozionanti filmati in bianco e nero dell’epoca. Grazie alle combinazioni visive scelte sul palco, alla bellezza folgorante dei racconti e soprattutto alla eccellente musica, tutto risulta bello, diretto, spontaneo. Aquino guida i temi con la sua tromba ed è protagonista anche dei momenti solistici più intimi e toccanti, Katchè ricama il campo ritmico con sapienza e conquista nella seconda parte del concerto meritati spazi per magnifici assolo, sostenuto ottimamente dal basso di Rainieri. Il ruolo del chitarrista Antonio Iasevoli risulta spesso determinante nei passaggi delle storie e nel cambiamento umorale della musica.

Tutti molto bravi, nella proposta di un jazz moderno, elettrico, pulsante, appassionato, proposto in una formula di grande efficacia nell’accostare le arti e compenetrarle (musica, video, letteratura, fotografia, pittura, teatro…) come già accaduto recentemente con successo con lo spettacolo “Tempo di Chet”. E nel ricordo del succitato modello Miles Davis che ad inizio anni ’70 dedicava un magnifico disco al pugile Jack Johnson.

Il Festival continua per alcuni giorni con proposte innovative ed originali. E con spettatori attenti ed adeguatamente distanti.