Non è un omaggio alla modernità rompere il silenzio della montagna

Una cosa giusta Jovanotti l’ha detta: “Non discuto con Messner di montagna, non mi permetterei mai… “. Messner la montagna la conosce, con la montagna è sempre vissuto. Ha scalato i quattordici ottomila, primo al mondo, ha aperto vie di grande difficoltà. Poi ha camminato per chilometri e chilometri, lungo sentieri, sui ghiacciai e sulle pietraie, nei boschi o nei deserti di sassi. Come peraltro milioni di altre persone: da sempre si cammina tra valli e monti e ancora oggi.

Tutti sanno che nell’oceano galleggiano isole di plastica, che le balenottere muoiono ingurgitando bottiglie e lattine, che i fiumi scaricano in mare quantità incommensurabili di liquami, che monti e valli non sono stati risparmiati dalle strade, dalle seconde case, dagli impianti di risalita, dai bidoni di gasolio, dai rottami del gatto delle nevi, da sciovie, funivie, cabinovie, dai fuoristrada, dai quad (moto a quattro ruote motrici), da veicoli di ogni genere.

Plan de Corones, dove Jovanotti vorrebbe esibirsi in concerto il 24 agosto, dà l’esempio, nel bene e nel male: un altopiano a oltre duemila metri di quota (2275 metri), al culmine di una montagna dai fianchi morbidi, un panorama senza pari, a 360 gradi sulle Dolomiti fin sulle montagne dell’Austria, un museo dell’alpinismo voluto da Messner e progettato da Zaha Hadid,  una distesa frequentata nei giorni di neve come un supermercato alla vigilia di Natale. Si scia e per sciare si richiedono impianti di risalita (a pochi viene in mente che si può anche salire a piedi) a decine (dovrebbero essere più di trenta) e piste “costruite” abbattendo, smussando, spianando. Per i soldi del turismo si fa di tutto e qui di turismo la gente vive. Ogni occasione è buona. Chi può negare il valore economico del concerto di Jovanotti: gente verrà e pagherà la musica, il panorama è gratis.

Non c‘è dubbio che si può far di peggio: anni fa venne programmato un incontro internazionale di quad, poi la minaccia venne sventata. Non mi permetto di assimilare le note di Jovanotti al rombo dei motori. D’altra parte non ascolto Jovanotti da quando l’amico Michele Serra lo stroncò inesorabilmente sulle pagine dell’Unità. So comunque, per averlo letto da qualche parte, che Jovanotti nutre sentimenti ecologisti, che è una persona colta, di sinistra, che frequenta la Feltrinelli, che – ha garantito – farà tutto per bene, per tenere assieme “un evento rock con l’equilibrio ambientale”, mettendo in campo “tutte le conoscenze in questo ambito… per mostrare un modo nuovo di fare le cose, non quello solito che giustamente preoccupa Messner”. Jovanotti ci ha pure ammonito: “Il futuro non lo si affronta negandoci le esperienze ma immaginandone di nuove con nuovi mezzi”.

Non ci sono motivi per dubitare dell’intelligenza e della buona fede di Jovanotti. Immagino che un suo concerto a Plan de Corones avrebbe l’eco e gli incassi che non avrebbe se lo si organizzasse al campo volo di Modena. Sono convinto che Jovanotti sia rispettoso dei fili d’erba e delle margherite, che lui non lascerebbe lattine sui sentieri e che verso Plan de Corones si incamminerebbe volentieri a piedi, zaino in spalla, dal fondovalle. Ha ragione quando sostiene che le spiagge dovrebbero godere dello stesso rispetto dei prati alpini.

Ma proprio per questo, per i meriti che gli riconosco, rivolgerei a Jovanotti qualche semplice domanda: perché a Plan de Corones? Dove sta il futuro? Dove sta l’immaginazione? Vedo solo vecchi mezzi, vecchi trucchi, vecchie logiche per un mercato invadente già vecchio che cerca di ravvivarsi inventandosi occasioni di presunta originalità, sfruttando ciò che è di tutti, una montagna, il cielo, le cime attorno, i boschi. E se poi piove?

Non è vero che una lattina in più o in meno, che un’auto in più  in meno, poco cambia visto che nessun luogo ormai viene risparmiato, dal fiume sacro Gange, ridotto a una latrina, ai Fori imperiali, dal campo base dell’Everest, una pattumiera, alla cima del Monte Bianco (ricordo la battaglia che sostenne Messner in insieme con altri alpinisti di valore, come Alessandro Gogna, contro gli impianti di risalita, insegnando che in montagna si va a piedi, arrivando fin dove si è capaci). Ma una lattina in meno è meglio di una bottiglia di plastica in più e non è mai il caso di aggiungere danni ai danni, prati desertificati a spiagge “inquinate” dal cemento, dai capanni, dagli scarichi, persino dal rumore. La “goduria” (espressione di Jovanotti) della musica la si può “godere” senza dare il cattivo esempio (non ci saranno altri che si inventeranno simili “location”?), senza indurre in tentazione chi è meno cosciente e meno responsabile, senza lasciar intendere che con “nuovi mezzi” tutto si possa, in omaggio alla modernità. Senza occupare una montagna che sta lì per altri scopi, anche per restituirci il silenzio che non riconosciamo più. Non si può vendere tutto.