Non è con questo Pd
che si potrà fermare
il governo giallo-verde

Sia consentito ad un osservatore esterno dubitare che il Pd sia minimamente in grado di contrastare l’ascesa di Salvini e della destra etnica. E poichè la sinistra nella sua interezza non sembra messa meglio, da questa constatazione dovrebbe partire ogni onesto progetto per tentare di sottrarre l’Italia al suo scivolare verso sconosciuti abissi. Del Pd colpisce lo scarto tra le analisi allarmate e le reazioni svagate: se rischiamo la china ungherese perché un congresso necessario a dotarsi di una linea e di un segretario avverrà soltanto a tre mesi da elezioni cruciali per l’Italia e per l’Europa? Se è vitale cambiare, perchè il Pd ripropone liturgie, facce, schermaglie tra capi delle correnti (pardon, componenti), che sono grosso modo quelli di prima? E se è indispensabile fare i conti con gli errori del passato, come è possibile che si continui a schivare i motivi della disfatta di marzo? Se ne addossa la colpa a nebulose cause esterne (insicurezza, paura, odio), e l’unica vaga ammissione di colpa, la lontananza dai propri elettori, non può certo scardinare la percezione diffusa che vuole gran parte del gruppo dirigente malato di carrierismo, ipocrisia, opportunismo, inettitudine. Saranno pure pregiudizi, ma un partito avvertito come fiacco e inautentico non ha un gran futuro in un Paese che premia con una travolgente popolarità l’abilità di Salvini nel recitare la parte del decisore che parla chiaro e forte, che fa quel che dice – coerente, deciso, lineare.

E le idee?, domandava la delegata Katia Tarasconi all’assemblea nazionale, con l’impeto e la capacità di trasmettere emozioni che difettavano a quel flemmatico consesso. Le idee non ci sono più perchè sono spariti da tempo gli strumenti per produrle e per discuterle. E con quelle è sparito da tempo anche il tentativo di esprimere un sistema di idee coerenti. Il renzismo non lo prevedeva. Si affidava alle modalità della tv di intrattenimento, anche nell’illusione di nascondere i propri limiti: strumentazione concettuale povera, scarsa attitudine al pensiero critico, nessuna conoscenza del mondo, estraneità al senso tragico della storia. I 5stelle non sono diversi: qualche sabato fa il Renzi dialogante alla Leopolda con Bonolis eletto a interlocutore, e il Di Maio che arringava il raduno pentastellato con sottofondo di musica new age, parevano usciti dallo stesso format. Inevitabile che antropologie così simili finiscano per combattersi con spruzzi di tweet sui rispettivi genitori, un ‘li mortacci tua’ versione 2.0.

Beninteso oggi tutte le famiglie della sinistra sono infelici, e il modo in cui è infelice il pd non è neppure tra i peggiori. Al suo interno restano grandi riserve di passione civile e di integrità, anche nel vertice (Cuperlo, per dirne uno); e i candidati alla segreteria sono ottime persone. Ma neppure quelli possono onestamente credere che il partito dei Migliore e degli Anzaldi, degli Zanda e dei Fiano, riesca a recuperare non dico i cinque milioni di elettori persi in quattro anni, ma almeno parte di quelli che hanno scelto l’astensione. O che il pd ci riesca, unito o diviso, con l’apporto di misteriosi ectoplasmi esterni, dai Comitati civici di Renzi ai sedicenti Liberal di Bianco. Questo probabilmente lo sanno anche coloro che la stampa amica chiama ”i big”, i ‘grossi’ della Lilliputh pidina. Diversi dei quali sembrano preoccuparsi soprattutto di strategie di sopravvivenza funzionali alla propria sorte. Vasto programma.

PD 30 settembre 2018 Foto Umberto Verdat

Nelle aree limitrofe al Pd c’è vivacità e linearità. Ma anche scetticismo, rassegnazione, fino al ragionevole disgusto motivato da Peppino Caldarola su queste pagine. Molti sperano nell’apparizione di un movimento per novità equivalente al Podemos spagnolo o ai Grunen tedeschi: ma invocarlo non ne accelera la nascita. Altri confidano in un’alleanza tra il pd di Zingaretti e l’area Fico, quest’ultima piccola e per nulla convinta. Altri ancora vorrebbero rilanciare una sinistra autentica e incontaminata equivalente a ciò che ritengono essere stato il Pci: ma quale progetto di Italia oggi vi corrisponda, nessuno lo spiega e probabilmente nessuno lo sa. E tutti aspettano eventi esterni che scompongano la geografia politica – una scissione nel Pd, lo sfaldarsi della maggioranza, lo squagliarsi dei 5stelle, il nuovo segretario del Pd… E’ lecito questo attendismo mentre è in gioco il futuro dell’Italia e la sorte dell’Unione? Mentre Salvini opera per allineare l’Italia ai desiderata e agli alleati di Trump, come ci confermerà a giorni la sua visita in Israele? E non sarebbe più produttivo, più intelligente, più onorevole dirsi finalmente la verità? Non solo le sinistre italiane da sole non sono in grado di fermare il nazional-populismo anti-europeo e trumpista, ma a quanto pare non ne sentono neppure l’urgenza. Eppure non sarebbe impossibile tentare (almeno tentare!) di circoscrivere un’area politica più larga della sinistra, valorizzare affinità, stabilire confini, e con quelli verificare chi sta dentro e chi sta fuori. Occorrerebbero un metodo e uno strumento tecnico. Ma anche volontà, generosità, coraggio, immaginazione, perfino patriottismo. Sono qualità divenute piuttosto rare ma tuttora presenti in alcune riserve strategiche (una delle quali, lo confermano molti tra i testi pubblicati, è certamente questo sito). Non sarebbe ora di metterle in gioco?