Non è il fascismo d’antan:
la democrazia tradita
dai non-partiti

Per un ministro della repubblica, che occupa lo stesso dicastero di Romita che diede l’esito del referendum del 1946, il 25 aprile non merita celebrazioni perché è solo il “derby tra fascisti e comunisti”. E’ del tutto evidente che il potere politico di oggi si considera estraneo ai principi che hanno ispirato la Costituzione. Alla base della repubblica c’erano i partiti, oggi dominano invece non-partiti e flaccidi capitani in divisa che disprezzano i valori della democrazia costituzionale.

C’è del vero in chi denuncia la resurrezione di un fascismo eterno che non si rassegna ad andar via dalla storia d’Italia. La caduta di lealtà costituzionale nelle credenze di massa, nelle consuetudini al conformismo dei poteri piccoli e grandi, è allarmante. Il problema di oggi non è però di combattere il fascismo trionfante, inteso nella sua forma storica. Questo impegno, a presidio della Costituzione repubblicana, deve sempre esserci dinanzi a qualsiasi manifestazione nostalgica, ma non è il fascismo novecentesco che si presenta a tormentare le democrazie. E’ una destra diversa, che non ha il volto dello squadrismo nero, quella che va affrontata sul campo perché insidiosa e oltremodo regressiva.

Il fascismo è una forma politica totalitaria inventata per combattere il farsi Stato del movimento operaio. Senza una minaccia socialista, che sconvolge gli assetti del potere delle classi dominanti, non è concepibile il fascismo, che si presenta come movimento di massa e di milizia armata finanziato dal capitale e dagli agrari per snidare il sovversivismo dei rossi. La crisi del capitalismo nell’età della globalizzazione non provoca problemi di tenuta per l’ordine del mercato e i populismi e i sovranismi sono un investimento per dirottare la contesa dal piano sociale dei diritti a quello del risentimento e della paura che si placa con le ordinanze prefettizie, con la chiusura dei porti, con l’esclusione dei bimbi poveri dalle mense.

Visto il successo che i politici della destra populista riscuotono in ogni angolo dell’occidente, inveendo contro i migranti e le élite politiche, per il conservatorismo odierno non si pone il problema di sospendere il rito delle regole del gioco elettorale. Le masse sono così sperdute nella loro consapevolezza critica che l’incantesimo facile che esercita su di esse il verbo populista non suggerisce ai ceti dominanti pensieri di scorciatoie. Ciò non significa che siano assenti rigurgiti di movimenti e soggetti politici di chiara marca fascista. Ma il loro ruolo è nel complesso ancora marginale e limitato alle escursioni nelle periferie delle metropoli a caccia degli zingari.

I gruppuscoli del terzo millennio cercano di ringalluzzirsi dinanzi a un’aria che percepiscono assai favorevole e che li lascia indisturbati occupare i palazzi della capitale. Aggrediscono la stampa di opposizione, ricorrono a gesti di violenza. Ma non è con le simbologie e le parole d’ordine del passato che le bandiere nere conquistano spazio. Le destre radicali sono in crescita in Europa solo dove hanno operato con successo la metamorfosi da formazioni fasciste in partiti populisti: come è successo in Austria o in Francia.

In Italia questa trasformazione non è stata effettuata dagli eredi del Msi, e quindi da ceppi con legami genetici con il regime, ma dalla Lega e, su un versante alquanto diverso, dal M5S. Il trionfo dei populisti avviene sul tramonto dei ricordi sbiaditi del conflitto sociale e quindi sembra impensabile che il fascismo, nelle sue vesti classiche, sia alle porte come rivoluzione conservatrice progettata per la difesa dell’ordine borghese.

Nel successo dei populismi odierni non compare una accanita incombenza dello spettro del comunismo da scacciare con ogni strumento lecito o illegale. E quindi non è una riedizione della guerra civile europea che alimenta la destra radicale odierna. Il fascismo è la specifica risposta a esplosioni di un grande conflitto di classe. Se queste tensione sociali che investono i fondamenti dei rapporti di produzione sono un lontano miraggio, non è lo squadrismo la tecnica giusta per aggredire le forme della democrazia. Non solo il conflitto di classe è da tempo sfumato, ma i ceti popolari, gli stessi iscritti al sindacato, votano in grande maggioranza per le destre e i 5 stelle.

La destra, proprio per questo, non indossa le maschere nere, ma, dinanzi a una classe lavoratrice spaesata e senza più coscienza, con i rimasugli dei vecchi partiti convertiti al lessico liberale, agita la rivolta contro la politica. E così la grande crisi del capitalismo vede sul banco degli imputati i partiti, l’élite, insomma tutti tranne il capitale. La crisi diventa una mera questione morale, un qualcosa da affidare alla soluzione giudiziaria e ai repulisti promessi dai movimenti dell’antipolitica che intimano “tutti a casa”, negano finanziamenti alla stampa libera, chiudono radio che sono un vero serbatoio di cultura politica.

Così le ribellioni contro la politica coprono, con deviazioni semantiche che affascinano i ceti subalterni, i nodi strutturali del capitalismo della tarda modernità. E’ evidente che, se la soluzione ai disagi sociali, viene dirottata nell’odio contro le funzioni cruciali della politica, nessuna grande trasformazione è concepibile e quindi il populismo è la strategia vincente della rivoluzione passiva. I populisti sono l’alleanza tra la microimpresa scarsamente innovativa e i poveri possibile con lo scambio tra “tassa piatta” e misure di assistenza. Il blocco sociale del populismo non è diverso da quello del fascismo classico ma gli strumenti illiberali per governare la reazione sono al momento diversi.

Si illude il Pd se crede di aver ritrovato il senso di una funzione storico-politica oscurata con un semplice cambio della guardia favorita dalle primarie. Il suo problema non è quello del conducente, è della macchina. Senza ripensare identità, radicamento, profilo organizzativo (e quindi abbandonando lo schema tecnicamente populista del leader scelto nei gazebo) le destre oggi al potere con un volto illiberale distruttivo non trovano argini capaci di resistere sotto le bandiere dell’antifascismo costituzionale ritrovato.