Non chiamate
quella di oggi
“questione morale”

La tentazione ricorrente e persistente è quella di considerarla soltanto una sottigliezza terminologica, priva di implicazioni concrete. Un dettaglio, una curiosità, un cavillo, buoni ad alimentare controversie accademiche, ma irrilevanti sul piano sostanziale. Che differenza volete che faccia – si sente spesso ripetere – se la si chiama “questione morale”, invece che chiamarla con un altro nome? Quello che conta è il merito, la “cosa”, non il modo in cui la si nomina.

Nel caso specifico della questione morale, si può anche citare un illustre precedente, visto che il primo a introdurre questa espressione nel lessico politico contemporaneo è stato niente meno che Enrico Berlinguer, nella famosa intervista concessa a Eugenio Scalfari nell’ormai lontano 1976. Allarmato dai numerosi “scandali” (altro termine molto discutibile, se non del tutto inappropriato), il leader del PCI aveva proposto quale tema centrale di analisi i sempre più frequenti casi di corruzione che avevano allora coinvolto in particolare i partiti di governo, Democrazia Cristiana e Partito Socialista in prima linea, sostenendo che erano il sistema politico bloccato e l’occupazione dello Stato da parte dei partiti le cause fondamentali di quella degenerazione.

Fu, quella di Berlinguer più di quarant’anni fa, una riflessione lungimirante che poneva al centro del dibattito pubblico il tema della riforma del sistema politico. Ma il termine usato dal segretario del Pci – la “questione morale” – era del tutto inappropriato perché sembrava richiamare un tema individuale piuttosto che politico generale.

Per questo considero fuorviante il fatto che, di fronte all’impressionante numero di politici indagati o sottoposti a misure restrittive in Lombardia, in Calabria o in Umbria, si torni ad evocare la questione morale. Per venire subito al dunque, il problema di fondo è che di tutto in realtà si tratta, salvo appunto che di questione “morale”. Se fosse un problema riguardante il comportamento di singoli personaggi – quindi la loro “morale” – dettato dalla mancanza di saldi princìpi a cui ispirarsi, la cosa potrebbe essere considerata non particolarmente preoccupante. Mele marce – si sa – ce ne sono dappertutto, e sarebbe strano se la politica facesse eccezione. Non particolarmente complicati sarebbero anche i correttivi, visto che basterebbero alcune misure preventive, sul piano della selezione del ceto politico, e taluni severi interventi riparativi, per evitare la diffusione di un fenomeno da ogni punto di vista certamente negativo.

Tutt’altra cosa se si tratta di qualcosa che ha a che vedere non con le scelte soggettive di singoli, ma con le modalità di organizzazione e di funzionamento del sistema politico-istituzionale nel suo insieme. Se ciò che si tratta di fronteggiare non è riconducibile a devianze circoscritte, ma attiene piuttosto alle regole materiali che disciplinano il rapporto tra politica e affari. Nell’avvicendarsi di governi di diversa ispirazione politica e culturale, questo problema è sempre rimasto sintomaticamente eluso. Mentre ciò che occorrerebbe porre in discussione sono i meccanismi concreti di funzionamento del processo decisionale, i rapporti concreti fra potentati economici e sedi politiche, le forme determinate di controllo a monte e di verifica a valle dei provvedimenti legislativi che implicano l’impiego delle risorse pubbliche.

Ostinandosi a parlare di questione morale, si mette tra parentesi il dato fra tutti più importante, vale a dire il carattere strutturale – e non occasionale o circostanziale – dei fenomeni di corruzione, il fatto insomma che non il singolo politico o amministratore, ma il sistema nel suo insieme funziona a regime perpetuando abusi e irregolarità di ogni sorta. In altre parole, ciò che dovrebbe seriamente preoccupare, e tradursi in interventi radicali, è che l’intreccio tra politica e malaffare non ha carattere patologico, ma fisiologico, in quanto attiene ai criteri effettivi di gestione del sistema politico. Questa consapevolezza, ove non fosse offuscata dall’improprietà terminologica, dovrebbe riaprire una questione di fondo, troppo presto frettolosamente archiviata, quale è quella delle riforme istituzionali. Ma di ciò converrà occuparsi ad una prossima occasione.