Finiti i corleonesi
ma la mafia no

Esattamente un quarto di secolo fa i corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano erano all’apice del loro potere. I loro nomi fecero il giro del mondo dopo le drammatiche immagini diffuse a Capaci e via D’Amelio, le orribili stragi che uccisero Falcone e Borsellino con le loro scorte e che sembravano aver annichilito lo Stato. Lo sconforto nelle parole pronunciate da Antonino Caponnetto nell’immediatezza del fatto sembravano aver messo una sorta di suggello ufficiale.

Eppure, dopo questo lungo tempo, la situazione di oggi è completamente ribaltata rispetto ad allora. Provenzano è morto da poco tempo e tutti gli altri capi corleonesi sono al 41-bis, e da lì non usciranno più a meno d’un’improbabile resa allo Stato.
I corleonesi non esistono più; di loro si può fare la storia nel senso compiuto del termine perché il loro ciclo è definitivamente concluso. Hanno commesso due errori clamorosi nel loro delirio d’onnipotenza che si sono rivelati devastanti: prima ancora delle stragi che si sono rivelate un pessimo investimento, c’era stato – esattamente dieci anni prima – l’assassinio di Pio La Torre subito seguito da quello del prefetto di Palermo Carlo Alberto dalla Chiesa. E lo Stato rispose con la legge Rognoni-La Torre che è stata la legge antimafia più efficace dall’unità d’Italia.
Questi due fatti hanno definitivamente rotto le regole della reciproca convenienza e convivenza tra Stato e mafia per come s’erano andate costruendo dall’unità in poi.

Sono finiti i corleonesi, non certo la mafia. Ma la mafia, proprio per la loro sconfitta, non è più quella d’una volta. Non ha più il sistema di relazioni con il mondo politico e delle professioni, ha perso la capacità di movimentare ingenti quantità di droga, non ha più la forza espansiva capace di attrarre giovani e di assicurare per questa via un ricambio; ha perso l’egemonia su settori rilevanti della società e dell’economia che un tempo erano punti di riferimento essenziali. Si può dire in un altro modo: la mafia è in crisi, in difficoltà, annaspa, non ha una prospettiva, una strategia vincente. Per la prima volta nella sua lunga storia fa meno paura e uccide molto di meno.

Se ne può ricavare una prima conclusione: non è vero che il fenomeno mafioso è per sua natura invincibile. Si può battere. Si può ridurre la portata della sua pericolosità sociale. Ma bisogna avere ben chiaro che di questo si tratta e non d’altro, e perciò occorre sempre tenere gli occhi aperti e lo sguardo attento sulle capacità di rigenerazione che la mafia ha sempre dimostrato di avere.

Non è un’esortazione generica, ma un dato di realismo perché settori sociali che con la mafia hanno convissuto e fatto affari per un lunghissimo periodo di tempo non sono scomparsi; semplicemente si sono ritirati nell’ombra in attesa di tempi migliori. E questi si possono presentare in forme inedite data l’enorme espansione della corruzione che può fornire a questi soggetti l’occasione di una rinnovata vitalità e ai mafiosi l’opportunità di riattivare gli antichi fasti; il tutto all’ombra della copertura di logge massoniche coperte o di associazioni – templari, cavalieri, ordini – variamente denominate la cui pericolosità molti hanno sottovalutato e preso sottogamba.

Ma non c’è solo la mafia siciliana; c’è la ‘ndrangheta, c’è la camorra e quel che resta della Sacra corona unita.