Non bastano i like per fare un poeta:
è ora di fermare la “Corrida letteraria”

Siamo a cavallo tra anni ’80 e ’90 e il sabato sera in televisione spopola “La corrida”, programma simbolo di una epopea televisiva che rispecchierà tutto quello che nel giro di pochi anni accadrà in Italia con l’arrivo di Berlusconi. Su Rai1 ne hanno riproposto una versione in parte edulcorata e in parte estremizzata, sebbene manchi in sostanza quel candore che apparteneva alla prima versione della trasmissione diretta a suo tempo dal compianto Corrado: perché quei cantanti stonati, quei rumoristi di paese incollavano milioni e milioni di persone alla televisione, avevano – si direbbe oggi – il consenso popolare che si dà alle attrazioni da sagra, quella leggerezza per il ridicolo che strappa una risata. Il nodo è che nessuna casa discografica a quegli artisti improvvisati avrebbe mai proposto un contratto, ed essi sarebbero durati appunto il tempo dell’esposizione mediatica, qualche minuto insomma, prima di tornare nella quotidianità fatta d’altro.

E oggi? Oggi le cose procedono diversamente, soprattutto in poesia, perché da qualche tempo si è scambiato il consenso (il numero di like, di condivisioni, di socializzazioni) con la qualità poetica, o meglio, a un certo punto si è deciso di utilizzare il metro del consenso come metro della qualità poetica. E a tutto questo si aggiunge un problema: quello della dispersione.

Difficile oggi, nell’immensità della proposta, per chi si affaccia alla poesia discernere chi è all’interno di un “lavoro onesto” (citando Saba) e chi invece non è in grado di trattare la materia. Succedeva anche negli anni ’80: una quantità elefantiaca di riviste aveva reso molto più difficile la percezione della qualità e aveva ingigantito il panorama delle pubblicazioni edonistiche, vere e proprie riviste “del sottoscala”, nel senso che spesso erano gli autori stessi a comprare centinaia di copie delle pubblicazioni che invendute sarebbero finite a prendere polvere in qualche magazzino per la gioia degli editori, o meglio ancora dei veri e propri “stampatori” – perché lì stava l’introito.

Il risultato è che di quella generazione in questo momento rimane troppo poco e tanti autori importanti e degni rischiano di perdersi in un vuoto editoriale che comincia a farsi davvero problematico, perché se attenzione viene data oggi ad esempio alla doverosa riproposizione di Rocco Scotellaro (Mondadori), Roberto Carifi (La nave di Teseo) o Mario Benedetti (Garzanti) non sempre le cose vanno così.

Il monumento a Goethe e Schiller a Weimar

E’ forse questa una nuova “dittatura dello spettatore”, per citare il celeberrimo titolo utilizzato da Francesco Bonomi per la 50esima Biennale d’Arte Contemporanea di Venezia, solo che questa volta la dittatura sembra piuttosto coinvolgere gli uffici stampa che pare si sostituiscano alla critica e alle direzioni editoriali. Giusto? Sbagliato?

Instagram d’altronde sta dettando legge anche nell’approccio al verso: esistono pagine da centinaia di migliaia di followers che ripropongono autori fondamentali a un pubblico ampio, e questo è un bene. Ma spesso la scrittura si semplifica, si impoverisce fino a diventare fragile. E questo sembra diventare il grande difetto contemporaneo: ci siamo ripetuti troppe volte che gli autori importanti erano spesso marginali; oggi si sono superati i confini e i margini, ma spesso quei vuoti sono stati occupati impropriamente e gli autori un tempo marginali sono rimasti ancora e nuovamente marginali.

Ci sarà spazio per loro in futuro? Un passo fondamentale lo devono fare l’editoria, le Università e la critica viaggiando tutti con criteri di qualità che, se verranno meno inevitabilmente, toglieranno qualsiasi corretto filtro al nostro approccio alla poesia.
Il filtro tra populismo letterario e danno ambientale è labile e speriamo che la diga letteraria non crolli, ma soprattutto non ci crolli in testa portando via tutto.