Nomine Ue: l’alleanza
con Visegrád
è un suicidio politico

Il governo Salvini-Di Maio sta trascinando l’Italia verso un suicidio politico. Mentre in queste ore a Bruxelles i leader europei sono impegnati in una difficilissima partita per la nomina dei vertici dell’Unione, il capo della Lega ha imposto con la prepotenza a Giuseppe Conte una linea che rischia di danneggiare pesantemente gli interessi dell’Italia. Per puro odio ideologico contro il candidato socialista alla guida della Commissione, l’olandese Frans Timmermans, Salvini a colpi di telefonate ricattatorie ha costretto Conte a schierarsi contro i partner storici dell’Italia, gli altri paesi fondatori dell’Europa, e ad allearsi con i quattro paesi di Visegrád per cercare una minoranza in grado di bloccare la nomina di “quello di sinistra che non accetteremo mai”, come continua a ripetere l’iracondo ministro di tutti i ministeri e vero capo del governo italiano.

Un veto che può costare carissimo

Ma il veto su Timmermans rischia di costare carissimo all’Italia. L’olandese è fautore di una linea di politica economica contraria all’austerity, è favorevole agli investimenti e alle spese sociali, proprio quello che corrisponde in questa fase storica agli interessi dell’economia italiana e che, paradossalmente, viene reclamato proprio dai leghisti e dai cinquestelle. Facendo saltare la sua candidatura, l’Italia rischia di configurare una soluzione molto più sfavorevole: la nomina alla guida della Commissione di una esponente liberale come la danese Margrethe Vestager, che imporrebbe all’esecutivo europeo una linea molto più attenta alla disciplina di bilancio, oppure il popolare Michel Barnier. Ma c’è di peggio: il rimescolamento delle carte provocato da un eventuale blocco contro Timmermans porterebbe con sé un altro pericolo per gli interessi italiani. Nel pacchetto delle nomine che rischia di saltare alla guida della Banca Centrale Europea è previsto il francese Villeroy de Galhau e si tratterebbe di una buona soluzione per noi, visto che i francesi hanno tradizionalmente problemi di deficit simili ai nostri. Se salta tutto, invece, c’è il rischio che a succedere a Mario Draghi, il prossimo novembre, sia designato il finlandese Erkki Liikanen. L’esponente, cioè, di un paese ultrarigorista, assai poco ben disposto verso i campioni europei del debito.

Frans Timmermans

Ma ricostruiamo, per quanto è possibile, ciò che è accaduto nelle ultime ore a Bruxelles e cerchiamo di capire come potrà concludersi una vicenda che rischia di portarci soltanto guai. I leader dei paesi dell’Unione hanno iniziato il loro Consiglio straordinario con un preaccordo che era stato perfezionato durante il vertice del G20 di Osaka, era uscito da lunghi colloqui tra Macron e la cancelliera Merkel ed era stato pienamente sottoscritto dallo spagnolo Sanchez, dagli olandesi e dai belgi. Quindi tutti i grandi paesi continentali eccetto l’Italia (la Gran Bretagna si era chiamata fuori per via della Brexit). Il preaccordo prevedeva Frans Timmermans alla guida della Commissione, il tedesco Manfred Weber, che era stato già Spitzenkandidat dei popolari per la Commissione ma su cui c’erano un veto di Macron e perplessità della stessa Merkel, alla presidenza del Parlamento europeo, il belga Charles Michel, liberale, alla presidenza del Consiglio e la bulgara Kristalina Georgieva come Alto rappresentante per la politica estera e della sicurezza, il posto che è occupato attualmente da Federica Mogherini.

Salvini dice no

Ma subito in Italia Matteo Salvini s’era messo di traverso, proclamando che il governo di Roma non avrebbe accettato di votare per un socialista: un uomo di sinistra? Mai e poi mai. Conte era partito per Bruxelles nella situazione, davvero difficile, di dover tener conto del veto di Salvini contro la posizione espressa da tutti gli alleati storici dell’Italia il cui appoggio politico era però indispensabile sull’altro spinosissimo dossier: la procedura d’infrazione per debito eccessivo che il premier italiano deve cercare a tutti i costi di evitare mentre in patria i leghisti (e un po’ anche i cinquestelle) gli sparano alle spalle dichiarando ad ogni pie’ sospinto che flat tax e altre spese si faranno checché ne pensino i “burocrati europei”. Il povero Conte, insomma, era costretto a un negoziato nel negoziato perché, insieme con il ministro Tria, doveva preparare l’assestamento di bilancio con il quale si dovrebbe cercare, stasera, di rispondere alle richieste di correzione venute dalla Commissione uscente quel tanto che basta per evitare l’avvio della procedura.

Viktor Orban con Salvini

Proprio la necessità di non rompere subito e clamorosamente con Parigi, Berlino e Madrid aveva probabilmente suggerito a Conte prudenza sul capitolo delle nomine. La candidatura di Timmermans, aveva detto ieri pomeriggio, “la valuteremo”. Non l’avesse mai fatto. Salvini s’è attaccato al telefono e ha imposto a quello che in teoria sarebbe il suo capo di adeguarsi immediatamente al suo diktat. Ho parlato con ungheresi e polacchi, gli avrebbe detto. Devi metterti d’accordo con loro per bloccare il socialista. Conte avrebbe espresso qualche perplessità sulla prospettiva di mettersi contro gli alleati storici e naturali dell’Italia per metter su una carovana dei sovranisti che ben difficilmente potranno aiutare Roma ora che arriva al pettine la procedura. Che, anzi, pensano anche loro che i debiti (degli altri) vadano assolutamente contenuti e ridotti. Ma Salvini non sentiva ragioni. Da quel che si è saputo dagli ambienti della delegazione italiana, sarebbero state almeno tre le telefonate del leghista, sempre più infuriato, a Conte. Alla fine il capo (si fa per dire) del governo italiano s’è rimangiato tutte le obiezioni, ha chiesto di incontrare i colleghi ungherese, polacco, slovacco e cèco e ne è uscita una posizione comune, con tanto di foto di gruppo inviata a Salvini come controprova dell’avvenuto allineamento. Poiché i britannici sono costretti ad astenersi e l’astensione nel Consiglio europeo vale come voto contrario, i quattro di Visegrád più l’Italia, cui si sarebbero aggiunti i rumeni, i ciprioti, i croati e i lettoni potrebbero raggiungere numero di paesi e computo della popolazione necessari per formare la cosiddetta minoranza di blocco. A quel punto, i malumori contro Angela Merkel che si erano diffusi dopo l’accordo con Macron e Sanchez su Timmermans nel gruppo polare sono esplosi apertamente e  Antonio Tajani, presidente del Parlamento uscente, ha trovato il coraggio di ribellarsi e mettersi alla testa dei peones contro il “tradimento” ai danni di Weber e del metodo degli Spitzenkandidaten.

Prospettiva sconfortante

I colloqui per le nomine ai vertici delle istituzioni a questo punto si sono fatti ancora più complicati. Il Consiglio è stato sospeso e riconvocato per domani (martedì) alle 11. Il rinvio fa scivolare anche la riunione del Consiglio che dovrebbe decidere sulla procedura d’infrazione per l’Italia. Comunque  bisogna fare presto perché domani è prevista la prima seduta del nuovo Parlamento europeo e, almeno in teoria, bisognerebbe votare subito il presidente.

Vedremo che cosa accadrà. Intanto una cosa è già avvenuta, ed è molto sconfortante. L’Italia, uno dei paesi fondatori della Comunità e poi dell’Unione, contro la tradizione, le ragioni della storia e anche i propri evidentissimi interessi si allontana dall’Europa che conta per allearsi con paesi che hanno tradizioni, storia e interessi del tutto estranei ai nostri. L’Italia visegradizzata più Ungheria, Polonia, Slovacchia, Cechia, Romania, Croazia, Lettonia, Cipro: una compagnia abbastanza sgangherata sotto il profilo politico, perché ai regimi che teorizzano e stanno cercando di mettere in pratica la cosiddetta “democrazia illiberale”, come quelli dell’Ungheria e della Polonia, si associano governi che sono in grave difficoltà perché contestati duramente a causa della corruzione dei governi (Cechia e Romania) oppure con esecutivi che non godono più del consenso della maggioranza della popolazione come la Slovacchia, dove alle ultime elezioni presidenziali ha vinto la candidata progressista ed europeista Zuzana Čaputová.  Una sola cosa accomuna l’Italia di Salvini e Di Maio, l’Ungheria di Orbán e la Polonia di Kaczyński: l’odio verso i migranti e la voglia di costruire muri. Bisogna solo sperare che Giuseppe Conte trovi un po’ di coraggio e smetta di rispondere al telefono quando lo chiamano da Roma.