Noi ex e le parole
della sinistra

Mai come in questa stagione politica l’angoscia per la scomparsa o la perdita di fascino della sinistra è stata così al centro delle vite di tanti. Molti, anche fra i leader, sostengono che sia “sinistra” sia “socialismo” siano parole impronunciabili perché troppo legate a un passato che tanti, anche quelli di sinistra, hanno criminalizzato. Per non parlare della parola comunismo. Siamo rimasti senza parole. Siamo rimasti senza un popolo. Quello che abbiamo di fronte è un mondo di “ex”, un mondo, scriveva Predrag Matvejevic, “pieno di eredi senza eredità”…lo statuto di ex è più grave di quanto non sembri a tutta prima. Quell’ex è visto come un marchio, di volta in volta un legame involontario o una rottura voluta”.

Così accade che tutti noi veniamo da un ex mondo. E’ nella zona confusa e piena di nebbia dell’ex mondo che si agita ancora la sinistra senza trovare una strada ma facendo tanti tentativi. I popoli dispersi sono almeno due.

C’è il popolo socialista che ha sentito la fine avanzare con la stagione di Mani Pulite, la vicenda di Craxi ad Hammamet e la sua morte prematura. Quell’ex mondo, in cui ci sono tanti non craxiani, ha vissuto la fine del Psi come un tradimento o un complotto altrui, dei giudici e soprattutto degli ex comunisti che a quei giudici li hanno consegnati.
La rabbia e il rancore in cui ha vissuto la diaspora socialista, per molti risolta nelle file del berlusconismo, ha impedito di vedere che nell’ex mondo c’era tanta altra roba, cioè una storia centenaria e non il suo esuberante e tragico ultimo decennio.

Per il popolo comunista o quello che si aggirava attorno al Pci il trauma è stato diverso perché negato, ma fa sentire ora il suo dolore. Lo scioglimento del Pci, dramma di proporzioni colossali, è stato vissuto e proposto ai militanti come la festa del nuovo inizio. Tutti ex ma con allegria. Tutti ex per andare dove? Non per tornare indietro, ovviamente, né per andare verso il socialismo su cui volteggiava la damnatio memoriae, ma verso un “altrove” indeterminato. Hanno, abbiamo, tagliato la barba a Marx, buttato via i libri di Lenin, per fortuna gli studiosi mondiali ci hanno costretto a difendere Gramsci, Togliatti è stato eliminato dalle foto.

Poco a poco si è cancellato tutto. Anche le Resistenza di cui si sono solo ricordate le pagine oscure. Il sindacato è diventato una palla al piede. Il partito, inteso come comunità, un ingombro. Tutto ciò non è bastato ad alcuni ex sopraffatti dall’orrore di essere stati parte di una comunità maledetta. E’ da queste fila che vengono quelli che con la loro testimonianza hanno aumentano le paure della destra sulle sinistre. Non c’è sentimento, idea, storia che non sia stato passato al setaccio della modernità mediatica con l’obiettivo di trattare uomini, ricordi, passioni, ferite come stracci vecchi da mettere in una soffitta chiusa a doppia mandata.

Se ci chiediamo del perché Renzi, della difficoltà di fare una nuova sinistra, da qui dobbiamo partire. Da quel marchio che accompagna le nostre vite: sei un ex. Nascono da qui alcune idee che a me paiono sbagliate. La prima è questa. La sinistra è un nome che restringe il campo. E’ vero il contrario, la sinistra allarga la platea perché si rivolge a tutti coloro che si sentono fuori posto o gettati fuori posto da questa società. Se c’è una cosa che è fuori posto è, invece, il termine “moderati” o “centro”. Non esistono in natura. Qui si sente la puzza dell’ideologia.

La seconda è la necessità dei “papi stranieri”. Non c’è forza progressista al mondo, al mondo dico, che si sia sognata di chiamare un papa straniero per farsi rappresentare e dirigere. Faticosamente ciascuna forza socialista, di sinistra o progressista ha selezionato il proprio leader e quando ha sbagliato lo ha cambiato. Il papa straniero spesso è il riflesso di una bassa auto-stima. E’ quell’essere “ex” che porta a chiamare in soccorso l’amico importante per stare a tavola con chi conta.

Altra idea e parola sbagliata è governabilità. In suo nome si sono consumate tragedie sociali, come la legge sulle pensioni di Monti-Fornero. La sinistra, o come diavolo si chiama, ha un progetto di trasformazione (termine caro a Mario Tronti) che realizza in tutto o in parte, a seconda dei propri alleati, ma se non ce la fa sta all’opposizione, nel Parlamento e nel paese.
Infine bisogna stabilire che l’unico rimedio anti-settarismo non sta nelle formule politiche onnicomprensive (centrosinistra senza trattino) ma nelle alleanze chiare, anche brevi, anche con quelli brutti e cattivi.

Quella che io chiamo sinistra e che mi dispiace altri non vogliano chiamare così, deve decidere da quale data ripartire. Se vuole ripartire da tutti i suoi scioglimenti, finirà sempre in mani altrui, piccola o grande, ma sempre eterodiretta. Se si sentirà ex di tutto, erede con eredità, magari da selezionare severamente, riprenderà il cammino della storia. E’ buffo che alla nostra sinistra lo debba spiegare la sinistra americana.