Noi democratici
e il rapporto con il M5S
per cambiare scenario

Non credo che il Partito Democratico sia destinato necessariamente a lacerarsi sul crinale dell’alleanza o meno con i Cinque Stelle o della permanenza o meno di Matteo Renzi nel partito. Queste questioni sono, in un certo senso, delle piccole questioni. Le ragioni di un soggetto politico forte e con l’ambizione di rappresentare almeno un terzo dell’elettorato sono quanto mai attuali anche se tale prospettiva sembra, allo stato, essersi irrimediabilmente allontanata.

L’Europa è percorsa da una profonda inquietudine e da un senso di incertezza e di angoscia che mettono in discussione la stabilità sociale ed in prospettiva la pace. La povertà è una spinta oggettiva alla guerra, quando varca i limiti della sostenibilità e diventa tratto generale della condizione di un intero organismo sociale. Per settanta anni abbiamo vissuto in pace ed in condizioni di relativa stabilità. Le lotte sociali, pur aspre, non hanno mai assunto un carattere violento o insurrezionale ed il “sistema”, anche negli anni bui del terrorismo, non è stato mai davvero messo in discussione.

Oggi non possiamo più essere certi di tutto questo. In terra di Francia torna il mito dell’insurrezione come forma di lotta politica di massa ed un governo ritenuto forte e solido fino a pochi mesi fa deve trattare. Si torna a parlare di rischi di guerra, persino di guerra nucleare. Da anni, l’alleanza atlantica ha stabilito di portare al 2% del Pil l’impegno finanziario per le spese militari dei paesi membri, mentre la condizione di vita dei popoli occidentali si è fatta più difficile. Il capitalismo mondiale vive una nuova fase di globalizzazione dentro una nuova divisione internazionale del lavoro e della ricchezza. Sorgono forme politiche oligarchiche e populiste ed una competizione tra potenze continentali a democrazia autoritaria tra le quali l’Europa appare fragile e incerta.

C’è una domanda di giustizia sociale, di democrazia, di trasparenza, di diritti che la sinistra non coglie e non organizza perché non riesce a darsi una ambizione statuale ed una forma politica adeguata su scala europea e su scala nazionale.
Queste domande vengono raccolte dalla destra sovranista o da forme populiste che interpretano tali bisogni ormai insopprimibili nella chiave di una sicurezza particolare: individuale, etnica, nazionale o di gruppo. Nessuno potrà sfuggire alla catastrofe di un mondo intrappolato nella paura e dominato dall’idea di nuove gerarchie unilaterali se la sinistra e i democratici saranno incapaci di organizzare un punto di vista e di azione efficace. I valori “democratici” sono quanto mai attuali e a distanza di dieci anni si dimostra come essi siano anche più avanzati del tradizionale “orizzonte socialista” che mai risolse il tema delle libertà e dei diritti e solo in parte dette una risposta a quello della eguaglianza.

 

Libertà e uguaglianza

Se nel Novecento i liberali sacrificarono l’eguaglianza per partire dalla libertà ed i socialisti la liberta per partire dalla eguaglianza, nel mondo attuale non è possibile determinare condizioni di progresso senza portare avanti parallelamente entrambe le prospettive. Ecco perché, nella specifica situazione italiana, coltivare la prospettiva di un ritorno alle identità originarie del Pd significa aprire un varco incolmabile alla destra (e la scissione del 2017 lo ha già dimostrato) e risulterebbe all’un tempo una colpevole dispersione di una conquista senza precedenti nella storia dei progressisti ed un drammatico errore sul piano dell’interpretazione del mondo attuale. Nello stesso tempo non si può non prendere atto che la forma attuale del partito democratico in Italia non è più in grado di garantire una convivenza virtuosa delle tradizionali e fondamentali matrici, che si vanno di nuovo cristallizzando nella lotta interna tra i gruppi dirigenti più recenti, né di aprirsi ad apporti civici, associativi e di autentica formazione “democratica” ma incompatibili con la costituzione materiale del Pd, incollata al potere delle correnti.

C’è l’esigenza ormai insopprimibile di un fatto nuovo, di una nuova “forma” politica capace di garantire un perimetro comune ed un rispetto delle diversità vecchie e nuove, persino nella loro consistenza organizzativa. Per questo fin dal 2016 (subito dopo le primarie per la candidatura a sindaco di Roma cui partecipai e che mi dettero la misura del punto ormai basso toccato dal PD) proposi l’avvio di una “fase costituente” che portasse al superamento del Pd in un soggetto di “movimento”, orizzontale e federato detto “Democratici”. Della “fase costituente” indicai un possibile percorso in due lunghi articoli pubblicati per l’Unità nel luglio e nel dicembre del 2016.

Oggi, a parole, la parola d’ordine della “fase costituente” sembra essere diventata di moda ma non si fa un passo avanti in quella direzione essenzialmente per un istinto di sopravvivenza cieco e disperato dei gruppi dirigenti. Diciamolo chiaramente: siamo un po’ come nelle battute finali del Titanic di James Cameron. Tutti capiscono che occorre cambiare natante ma le scialuppe sono insufficienti e si corre verso la poppa solo per ritardare il naufragio anziché immaginare una nuova soluzione, correndone i rischi. Bisogna mutare la nostra condizione. Non siamo sul Titanic ma nella Roma di Scipione, che cambiò schema di battaglia e formazione militare per sconfiggere un nemico mortale. Solo un soggetto con certe caratteristiche può garantire apertura e permeabilità sia verso i ceti popolari, sia verso le elìte intellettuali, riconnettendone le relazioni; operazione indispensabile anche per dare un profilo aggiornato ed una visione più conseguente ai Democratici.

La stessa situazione politica e parlamentare italiana impone un cambio di gioco. Discutiamo da mesi e senza costrutto del tema del rapporto tra il Pd ed i Cinque Stelle. Proviamo ad uscire per un momento dallo stupido referendum dei pro e dei contro. In Italia sembra affermarsi sempre più una destra radicale con forti radici popolari e con una vocazione di governo. E’ un pericolo che impone di unire tutte le forze possibili. Questo vuol dire fare un’alleanza coi Cinque stelle? No. Oppure vuol dire rinnegare le nostre recenti esperienze di governo? Nemmeno. Io non rinnego i governi Letta, Renzi e Gentiloni. Per certi aspetti nemmeno il governo Monti che abbiamo sostenuto tra il 2011 ed il 2013. Dobbiamo imparare a storicizzare i giudizi se vogliamo ricostruire un filo giusto nel rapporto tra il passato, il presente e le scelte future.

 

                                                                                                                                                                                                                                                       PD 30 settembre 2018 Foto Umberto Verdat

Una questione di credibilità

Berlinguer diceva che si possono chiedere sacrifici alla gente che lavora solo se si ha la credibilità per farlo. Quindi il nostro problema io non l’ho mai visto più di tanto nel fatto di aver sostenuto delle politiche che puntassero ad una stabilità finanziaria del Paese nel momento drammatico del 2011 o nelle riforme promosse e sostenute, con fortune diverse, tra il 2013 ed il 2018 e che puntavano alla crescita del Paese ed alla riforma del sistema politico. Si può discutere sulla attuazione più o meno riuscita di tutte queste azioni e della loro gestione ma la linea era giusta e non ricordo dissensi cosi radicali sulla sostanza delle nostre scelte. Il problema è altrove e qui il richiamo alle parole di Berlinguer appare estremamente illuminante. Ci sono mancate la faccia, il modo, il tono, le parole per conquistare, in un epoca difficile e non favorevole, il favore della maggior parte possibile del sentimento delle persone al grande sforzo che chiedevamo al Paese.

C’è stato un limite culturale e comunicativo, oltre che morale, nel senso ultimo del nostro riformismo che è apparso freddo e cinico, privo di calore e incapace di motivare il perché e la prospettiva di certe scelte e dar loro un valore positivo. E’ stato così per gran parte della sinistra europea che è apparsa incapace di raccontare il nesso tra le politiche di stabilità finanziaria e quelle per la crescita. Non abbiamo interpretato e praticato il cardine concettuale essenziale che era alla base dei trattati di Maastricht del 1998 e che fondava l’unificazione monetaria proprio sul nesso tra “crescita e stabilita”. Anche per questo serve un “tagliando” delle politiche economiche, finanziarie e sociali europee che restituisca un senso al binomio “crescita e stabilita” dal momento che oggi non è possibile percepire né l’una né l’altra.

Ma il nostro riformismo nella difficile e complessa sfida della costruzione di un organismo statale e sociale europeo ha risentito delle patologie che forse sono insite nell’idea stessa di riformismo e dalle quali bisognerebbe sempre guardarsi per tempo. Esse, particolarmente in Italia, sono di due tipi. Per un verso la tendenza a stabilire il rapporto con la società quasi esclusivamente attraverso l’esercizio del potere e della funzione di governo, la qual cosa determina anche una mutazione genetica di comportamenti, linguaggi, atteggiamenti della classe dirigente “riformista” che si fa casta, saccente, autocentrata. Per altro verso vi è stata in molte circostanze una pratica riformista che ha confuso il “compromesso politico” ai fini del governo con il “compromesso sociale” ai fini del cambiamento, seppure graduale, dei rapporti di forza nella società.

Queste sono le patologie che hanno intaccato nel corso di oltre 150 anni di storia diversi momenti della parabola del movimento socialista e che in Italia hanno segnato anche la storia degli ultimi trenta anni di vita del Partito Socialista Italiano dalla “stanza dei bottoni” di Nenni alla tangentopoli di Craxi. E’ su tutto questo che occorre riflettere, traendone conclusioni radicali sul piano della pratica politica, della forma politica e della concezione del nostro riformismo piuttosto che discutere sulle riforme dei nostri governi e sul rapporto astratto con i Cinque Stelle intesi come burocrazia parlamentare. Anche il Movimento Cinque Stelle è in tutta evidenza di fronte ad un bivio. L’esperienza di questo nuovo soggetto politico, che si è affermato negli ultimi setto o otto anni sulla scena politica, ha introdotto delle novità che sarebbe cieco non riconoscere. Il tema principale che esso ha posto in modo irreversibile è quello del valore della democrazia diretta nel mondo della globalizzazione e della disintermediazione. Sarebbe sciocco demonizzare questa questione altrettanto come eleggerla a modello.

La democrazia diretta completa e integra la democrazia delegata e la rafforza, imponendo un ripensamento generale delle stesse forme politiche. Il Movimento Cinque Stelle ha fatto irrompere questa enorme questione democratica in modo rivoluzionario con i pregi ed i difetti di questo tipo di approccio. Lo stesso Movimento Cinque Stelle ha avuto inoltre successo grazie al fatto di aver messo l’accento sul conflitto tra la persona (intesa come cittadino) e le armature statali, politiche, economiche, lobbistiche, finanziarie, scientifiche che si generano nel mondo contemporaneo caratterizzato da un rafforzamento delle strutture oligarchiche e da uno svuotamento di quelle democratiche, cioè da una “crisi di rappresentanza”.

 

Quale rapporto con i Cinque stelle?

Noi democratici, paradossalmente, non abbiamo interpretato con la necessaria radicalità questo tema. Occorre riconoscerlo. Ma adesso il Movimento Cinque Stelle governa con una destra sovranista, filo-fascistica, identitaria e ne subisce giorno dopo giorno l’egemonia. In Parlamento ci sono molti giovani in gamba del Movimento Cinque Stelle che soffrono questa condizione di imbarazzo e che si rivolgono a noi democratici, al cui travaglio guardano non senza interesse, con parole e atteggiamenti impensabili solo pochi mesi fa. Bisogna guardare alla oggettività dei processi politici e cercare di volgerli nella direzione più favorevole alle fortune democratiche. Non deve interessarci il rapporto diplomatico con questo o quell’esponente del Movimento Cinque Stelle; deve riguardarci il problema di come accentuare certe contraddizioni e volgerle verso un cambio di scenario.

Nessuno sa se nei prossimi mesi andremo verso una fine anticipata della legislatura o verso un cambio di maggioranza con la nascita di un governo organico di destra col sostegno di un manipolo di transfughi “destrorsi” del Movimento Cinque Stelle. In questo secondo caso la loro articolazione interna diverrebbe esplosiva ed il tema di un coordinamento delle opposizioni parlamentari ad un Governo Salvini diverrebbe oggettivo, mutando tutto lo scenario e mettendo all’ordine del giorno l’esigenza di una “terza fase” del cammino dei democratici, come da tempo sostengo, con alleanze e forme organizzative del tutto inedite. In ogni caso già adesso esistono le condizioni perché tra PD e Movimento Cinque Stelle si mettano a fuoco le reciproche ragioni e i reciproci torti. Noi abbiamo percorso la strada del riformismo in nome dell’Europa come condizione di stabilità, prosperità e pace ed abbiamo esercitato il governo con contenuti che rivendichiamo: non cederemo mai al populismo parolaio.

Nel fare questo non abbiamo tenuto un profilo giusto e complice con quella parte di italiani che maggiori sacrifici hanno dovuto sopportare per sostenere lo sforzo del paese ed il peso delle riforme. Se lo avessimo fatto il prezzo elettorale che abbiamo pagato sarebbe stato comunque alto ma non catastrofico come il 4 marzo. Il Movimento Cinque Stelle ha introdotto temi centrali riguardanti la qualità della democrazia e del suo funzionamento; ha posto il tema della cittadinanza al cospetto delle armature oligarchiche contemporanee; un merito da riconoscere. Nello stesso tempo ha disconosciuto che ogni cambiamento reale necessita di un’attrezzatura culturale, di una visione organica, di un approccio “riformista” e “gradualista” e che non basta la sovversione interattiva ma occorre prendersi delle responsabilità e governare.

L’ascesa di Salvini e della destra sovranista, filo-fascistica impongono la ricerca dei punti comuni tra le forze storicamente esistenti qui e ora e che possono opporsi a tutto questo. Solo ponendo questi temi sul tappeto in modo aperto, quanto rigoroso e conflittuale, si può pensare di esercitare un’egemonia. Ho rammentato, al riguardo, l’esempio di come Craxi ebbe a rapportarsi col PCI dal giorno dopo la sua elezione a segretario nel 1976 . Il PSI valeva quattro volte meno del PCI ma ebbe la capacità di collocarsi su una posizione culturale dialettica (Proudhon e non Marx) e di sfidare il PCI sul terreno del riformismo e dell’alternativa in modo totalmente diverso dal dilemma storico tra alleanza organica o subalternità. Craxi, poi travolto dal corso della vicenda italiana e dal suo irreversibile bisogno di potere, accese una dialettica interna al PCI che pose a Berlinguer seri imbarazzi interni negli ultimi anni di vita.

Fino ad oggi noi abbiamo discusso di alleanze e di Cinque Stelle in modo confuso, astratto e puerile senza una vera linea politica seria alimentata di orgoglio ma anche di autocritica, oscillando tra abiure del nostro lavoro e rifiuto isterico dei nuclei di verità sollevati dai nostri avversari. “Possiamo imparare persino dai nostri peggiori nemici” diceva Ovidio, di cui celebriamo il bimillenario della morte. Se il dibattito del nostro congresso sarà incentrato sul futuro di Matteo Renzi o sulla separazione tra ex Ds ed ex Margherita sarà una sconfitta, in primo luogo per quella generazione che aveva l’ambizione di rinnovare il Pd e che invece farebbe fallimento.

Io sosterrò Nicola Zingaretti perché ritengo che per temperamento e per l’esperienza compiuta e dimostrata sul campo rappresenti la figura che meglio può interpretare una nuova fase e incarnare una voglia dei tornare a vincere della nostra gente, perché ha saputo farlo anche in momenti avversi. E perché può provare a percorrere la strada obbligata che abbiamo davanti: costruire uno schieramento inedito ed un nuovo soggetto politico “democratico” che non getti a mare il nostro riformismo ma lo consolidi con una vocazione popolare più forte.

Cambiando il registro ed i criteri stessi del confronto con i Cinque Stelle: non come astratto tema parlamentare ma come sostanziale questione storica che i numeri impongono alla sinistra di elaborare con intelligenza.