Noi dell’Unità
e quel Comitato centrale del Pci…

Uno dei momenti più difficili e drammatici vissuti in quasi trent’anni da resocontista del Comitato Centrale del Pci l’ho vissuto nell’autunno del 1969 con la sessione dedicata al caso del Manifesto. Relatore Alessandro Natta, tensione assai alta, clima civile ma da evidente resa dei conti con gli “eretici”. Si sapeva in partenza come sarebbe andata a finire: non l’espulsione (misura greve, troppo grave e immotivabile), ma la subordinata, ugualmente severa (e comunque, non solo per me, sbagliata): la radiazione, cioè in pratica la estraneazione.

Rossana Rossanda

Parlarono tutti e tre, i membri del CC che, con Lucio Magri, avevano dato vita alla rivista mensile che precedette la fondazione del quotidiano. Tra i primissimi a parlare fu proprio Rossana, l’allieva preferita di Antonio Banfi, già responsabile della commissione culturale del partito. Avrebbe parlato più dei venti minuti prescritti, ma assicurò “che non ne avrebbe abusato”. E così fu. Intervento severo, eloquio emozionato (“ma mai scaduto nella mozione degli affetti”), ferma rivendicazione della scelta propria e dei suoi compagni. Ricordo bene la conclusione: “Un gesto di obbedienza forse ci acquieterebbe, ma spegnerebbe coerenza morale e presa di responsabilità”. Parlò due ore dopo Luigi Pintor, che era stato non solo vicedirettore de l’Unità ma anche e soprattutto lo straordinario, efficacissimo polemista non solo sul giornale (sino a quando non fu rimosso) ma anche nelle storiche, primordiali tribune politiche nella tv in bianco e nero. E infine parlò Aldo Natoli, ex partigiano, poi a lungo segretario della federazione comunista romana, deputato in carica. Furono, i loro, interventi duri e appassionati, quanto lo era stata la relazione di Natta.
Ero già allora il responsabile della squadra dei resocontisti (tutti redattori de l’Unità, naturalmente) che lavoravano stretti in una stanza ricavata dentro il salone del CC, al quinto piano del Bottegone. Era un locale angusto che, pure, dividevamo con la squadra dei tecnici addetti alla registrazione delle sedute. (Mi è necessario a questo punto spiegare le norme cui dovevamo attenerci: poche e poco elastiche. Ai dirigenti periferici e comunque a quanti non erano membri della Direzione o del vertice della Commissione di controllo era assegnato lo spazio di una cartella e mezzo; tre cartelle ai big, ma anche meno o anche più, giocavano vari e contingenti fattori. Chiusa parentesi.)

Aldo Natoli

Quando terminò la fase cruciale del dibattito, riunii i colleghi (una decina al solito) e posi un problema: come facciamo a considerare burocraticamente gli interventi dei tre, misurando col bilancino delle righe e delle cartelle quelli che – per loro stessi, per i lettori de l’Unità e della stampa “borghese” che riceveva i nostri resoconti, per l’opinione pubblica – sarebbero stati gli ultimi interventi nella sede di quel Pci che si apprestava a radiarli? Furono tutti d’accordo: impossibile, bisogna dare agli interventi dei tre del Manifesto lo spazio necessario perché il loro pensiero sia chiaramente espresso e compiutamente compreso. Tra l’altro solo questo era il modo corretto per fronteggiare le immancabili soffiate ai giornalisti che si affollavano nell’androne del palazzo in attesa delle conclusioni del dibattito.

Mi assunsi l’onere di parlarne subito con lo stesso Natta, con cui già allora avevo un rapporto assai amichevole che sarebbe durato per decenni, sino alla vigilia della sua scomparsa “da semplice frate” e da tempo non più iscritto. Secondo noi – gli dissi – gli interventi di Rossanda, Natoli e Pintor vanno dati ampiamente: non solo perché faranno notizia ma anche perché è inutile ed anzi controproducente che i giornali “borghesi” si servano di altre fonti per riferire di tre interventi che erano di certo il fulcro della giornata politica. Non ci fu bisogno di una trattativa, come pure altre volte era invece accaduto. Natta riconobbe subito il valore dell’osservazione. Avemmo via libera.

Non ci furono obiezioni. Ma non venne neanche un apprezzamento, un riconoscimento della lealtà della squadra dei resocontisti. Peraltro sempre considerati, anche nel loro giornale, una sottospecie del giornalismo politico.
(Per la cronaca, il verbale che, a conclusione del lungo dibattito, certificò la radiazione dei tre, registra questi risultati della votazione: contrari: 3 – Natoli, Pintor, Rossanda; astenuti: 3 – Chiarante, Lombardo Radice, Luporini. Tutti li altri hanno votato a favore. Successivamente Garavini, assente al momento del voto, inviò una lettera “nella quale dichiara che, se fosse stato presente, si sarebbe astenuto”.)