Sul no al nucleare
che dice l’Italia?

Mentre lo scorso 20 settembre nasceva Strisciarossa il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, apriva alla firma il Nuclear Ban Treaty, il trattato che mette al bando le armi nucleari, approvato lo scorso 7 luglio, con 122 voti a favore, dall’Assemblea generale dell’Onu. Nelle stesse ore il leader della Corea del Nord annunciava un nuovo esperimento atomico prossimo a venire, con una bomba H sul Pacifico. E poche ore prima il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, minacciava sia di annientare completamente il paese asiatico sia di denunciare l’accordo nucleare sull’Iran.

Insomma, siamo nel pieno di un ritorno sulla scena politica della minaccia atomica. Non poteva, dunque, arrivare più a proposito la 17ma Castiglioncello International Conference organizzata tra il 21 e il 23 settembre dalle Pugwash Conferences (premio Nobel per la Pace e dall’Unione scienziati per il disarmo) nell’accogliente frazione di Rosignano Solvay in Toscana con un titolo che si traduce da solo – International Security in the Trump Era – e con due o tre questioni che interrogano direttamente la sinistra italiana.
Sia chiaro, l’intento della conferenza realizzata da scienziati e diplomatici di svariati paesi non era quella di interrogare la sinistra italiana. Semmai il mondo intero. E tuttavia la discussione ha sollevato una serie di questioni urgenti che – volente o nolente – chiamano in causa anche la sinistra italiana.
La prima riguarda proprio il Nuclear Ban Treaty, firmato già nelle prime ore da oltre 50 paesi e apertamente osteggiato sia dalle nove potenze nucleari (USA, Russia, Regno Unito, Francia, Cina, Israele, Pakistan, India e Corea del Nord) sia da organizzazioni militari sovranazionali come la Nato. L’Italia non ha partecipato al voto che ha approvato il Nuclear Ban Treaty e non intende firmarlo. Molte organizzazioni civili italiane, come Rete Disarmo e Senzatomica, chiedono al nostro governo e al Parlamento di ripensarci e ai cittadini di firmare simbolicamente il nuovo trattato.

 

Ebbene, la sinistra italiana deve prendere una posizione netta e chiara, proprio perché la questione nucleare è ritornata in cima all’agenda politica internazionale. L’Italia deve firmare il Nuclear Ban Treaty? Deve promuovere un’azione affinché il tema sia discusso in sede di Unione Europea e magari in sede Nato? Esistono alternative al Nuclear Ban Treaty, che dichiara improvvisamente illegali tutte le armi nucleari o è meglio accelerare la discussione nell’ambito dell’NPT, il Trattato di non proliferazione nucleare, che lascia un tempo indeterminato alle potenze nucleari che lo hanno firmato di ridurre fino ad annullare il proprio arsenale atomico?

L’idea prevalente tra gli esperti convenuti a Castiglioncello è che sarebbe un atto politico significativo se l’Italia firmasse il Nuclear Ban Treaty. E, aggiungiamo noi, sarebbe certamente significativo se una sinistra di governo ponesse almeno il problema.

Una seconda questione riguarda la presenza in Europa di 180 testate nucleari americane. Sono dislocate in cinque paesi: Germania, Olanda, Belgio, Turchia e Italia. Il nostro paese – nelle due basi di Aviano e di Ghedi Torre – è quello che ne ospita di più: 60 o 70. Ora ci sono cinque fattori – oltre alla speranza di eliminarle tutte, le armi nucleari – perché gli Stati Uniti le ritirino. Il primo – dicono gli esperti di Castiglioncello – è che sono militarmente inutili. Altri sarebbero gli arsenali strategici in un eventuale, tragico confronto tra Usa e Russia. Il secondo è che, ancorché inutili per offendere, fanno del nostro paese un obiettivo nucleare. Il terzo è che gli Usa sono abbastanza inquieti per la presenza di loro armi nucleari nel sito di Incirlik, nella Turchia di Erdogan, ma non hanno il coraggio di ritirarle solo dal suolo turco per non irritare l’irrequieto alleato . Il quarto è che le armi americane sul suolo di potenze non nucleari che hanno firmato l’NPT costituiscono un oggettivo incentivo alla proliferazione nucleare: quali argomenti si potrebbero opporre alla Russia o alla Cina o all’India o a tutti gli altri di dislocare proprie testate nucleari in paesi amici? Il quinto, infine, è che ritirando queste testate inutili sul piano militare si darebbe un segnala positivo alla Russia e, forse, la indurrebbe a fare un gesto analogo.

L’Italia può lavorare su questo tema e proporre il ritiro totale da tutta l’Europa, con una mossa politica importante. E la sinistra italiana ha il compito di promuovere una simile soluzione diplomatica.

Certo, poi ci sono le questioni globali. Su cui la possibilità di incidere in maniera urgente e significativa è meno probante. Tuttavia occorre considerare che in questo momento l’rea più a rischio è quella dell’Asia centro-orientale, dove ci sono quattro potenze nucleari fisicamente connesse. Corea del Nord, naturalmente. Ma anche la Cina con una tensione mai completamente sopita con l’India. Ma soprattutto la stessa India con il Pakistan, due paesi perennemente sull’orlo del conflitto armato che posseggono oltre 350 testate nucleari. Ecco: questo è il punto più caldo in assoluto. Basta un incidente per scatenare una guerra nucleare. Con effetti catastrofici che causerebbero la morte di decine di milioni di persone sul posto, ma anche un successivo esodo biblico dei superstiti che sempre a milioni fuggirebbero dai luoghi contaminati e interesserebbe il resto dell’Asia e l’Europa.

Questo rischio va minimizzato. E l’unico modo è la rinuncia negoziata da parte dei due paesi all’arma nucleare. La sinistra italiana non può risolvere questo problema. Ma può almeno avviare una discussione fattiva e un’azione diplomatica dell’Europa.