Cari Salvini e Calenda
non ci sono “fregature” dietro l’accordo Ue

Sentite, sentite. Magari non sarà una “fregatura grossa come una casa” raccontata nel suo linguaggio nazional-pecoreccio da Matteo Salvini, ma l’accordo sulle quote del Recovery Fund che arriveranno all’Italia non è per niente la meraviglia che il governo e i partiti della maggioranza vogliono farci credere. Non è vero, come sostengono in queste ore media e social devoti alla causa del sovranismo, che il nostro paese riceverà, oltre ai 127,4 in prestiti, 81,4 miliardi a fondo perduto.  Da questi 81,4 miliardi, infatti, ne andrebbero tolti 56, che sono quelli che l’Italia si troverà a pagare in più nel prossimo bilancio pluriennale comunitario essendo, come è noto, tra i paesi contributori netti. Non è per niente chiaro come e perché il calcolo degli aumenti dei contributi arrivi proprio a 56, come hanno sostenuto alcuni giornali, mentre altri hanno creduto di ricavare dalla lettura del documento finale del Consiglio europeo una cifra molto inferiore: 26 o 27 miliardi. Ma diamo per buona la cifra di 56. Quello su cui potremmo contare, alla fine della giostra e cioè alla fine del settennato di bilancio pluriannuale, sarebbero 25,4 miliardi, ovvero gli 81,4 meno i 56. Ecco la fregatura.

“Perché non mi leggete?”

Sorvolando disinvoltamente sulla considerazione che pure su venticinque miliarducci e mezzo, di questi tempi, non parrebbe proprio il caso di sputarci sopra, questa è la denuncia della “fregatura” che circola abbondantemente, in queste ore.  E siamo certi che sarà l’accompagnamento sonoro ossessivo di tutta la prossima campagna elettorale dei sovranisti: quelli di Bruxelles fanno finta di darci i soldi, ma in realtà ce li tolgono.

Ma non sono solo i salviniani di stretta osservanza a sostenere questa tesi. L’altra sera, l’ha fatta propria in tv anche Carlo Calenda, il quale ha usato toni sprezzanti verso gli altri ospiti della trasmissione, accusati di non sapere nulla, di non leggere le carte e di dire cose false. I soldi a fondo perduto che arriveranno davvero da Bruxelles sono 26 miliardi. Punto e basta. Io, Calenda, lo avevo già scritto prima del vertice europeo: perché non mi leggete?

È vero: lo aveva scritto. Ma aveva scritto una stupidaggine. L’aspetto penoso nel fatto che l’abbia ripetuta con tanta arroganza in tv non è nella sua perseveranza (ripeti una cosa tante volte e in modo sempre più aggressivo e alla fine ti crederanno, raccomandava un celebre cattivo maestro della propaganda di altri tempi), ma sul fatto che nessuno degli altri ospiti sia stato capace di obiettare alcunché. Eppure non sarebbe stato difficile.

Facciamo due conti

Vediamo. L’Italia è contributore netto con uno sbilancio d’esercizio di circa 2 miliardi e mezzo. Ne versa infatti circa 12 e ne riceve, in forma di fondi (agricolo, sociale, regionale, sociale) e contribuzioni varie, circa 9 e mezzo. Anche se il Recovery Fund non esistesse, se fosse stato tutto un sogno e nessuno avesse mai pensato di regalarci alcunché, quella differenza continueremmo ovviamente a pagarla e alla fine dell’esercizio ammonterebbe a 18,9 miliardi (2,5 per 7) che, comunque andrebbero tolti dai 56 ipotizzati da Salvini, Calenda e truppe ausiliarie come aumenti a carico del contributo italiano. Sarebbero quindi 37,1 i miliardi da togliere agli 82 dei versamenti a fondo perduto e saremmo, perciò, a riceverne 44,9. Che sono ben più di 26.

Ma non basta. L’ipotesi-fregatura (Salvini) o semifregatura (Calenda) non tiene conto delle decisioni politiche che accompagnano il piano degli aiuti ai paesi per la ripresa dall’epidemia. Poiché, come s’è detto e ripetuto in tutte le salse, le risorse verranno costituite con l’emissione di bond garantiti dal bilancio comunitario – ed è la straordinaria novità politica di questa fase – il bilancio stesso dovrà conseguentemente essere rafforzato almeno del 10-12%. Ma questo aumento, nelle intenzioni della Commissione Ue condivise dal Consiglio (e cioè dai governi), non si tradurrà, o non si tradurrà solo, in un aumento dei contributi nazionali ma, in misura totale o comunque predominante, in un aumento delle risorse proprie, ovvero delle entrate che l’Unione europea incamera in quanto Unione. L’identificazione delle risorse proprie sarà un processo lungo, difficile e probabilmente controverso, ma alcune linee di indirizzo appaiono già abbastanza definite: tasse europee sulle produzioni più pericolose per l’ambiente (plastica e carbone), generalizzazione ed europeizzazione dell’imposta sulle transazioni finanziarie (Tobin Tax), imposizione di tasse giuste ed eque alle grandi multinazionali del web e via esercitando fantasia e buona politica fiscale.

Su questo capitolo il vertice di Bruxelles è stato ben meno convincente che sugli aiuti ai paesi e non ha mancato di ingenerare una certa pericolosa confusione sul piano dei rapporti tra la Commissione e il Parlamento europeo da un lato e il Consiglio dall’altro. Una possibile deriva intergovernativa che dovrebbe inquietare – questa sì, piuttosto che i calcoli astrusi su quanto diamo e quanto riceviamo. – i sinceri europeisti.