No Cap: nei campi la dignità del lavoro
contro l’economia illegale del Sud

Qualsiasi diritto, quando viene esteso, acquista maggiore valore, e la lotta per la sua affermazione ha ricadute anche su chi, solo apparentemente, non ne è coinvolto. Questo vale per il diritto alla casa, alla salute, all’istruzione, al lavoro. Può succedere, quindi, che a condurre le battaglie a volte siano persone, lavoratori, provenienti da altri Paesi e che le difficoltà da loro vissute facciano emergere le contraddizioni di una società, quella occidentale, che si proclama democratica e inclusiva.

Se viene riconosciuta la dignità del lavoro a un bracciante immigrato, ad esempio, è la società tutta a beneficiarne, se finalmente qualcuno è strappato allo sfruttamento, chiunque guadagna un pezzetto di libertà, se allo stesso viene dato un alloggio dignitoso, lo spazio della convivenza civile è salvo.

La prova tangibile che questa strada sia percorribile è Yvan Sagnet, attivista camerunense, da anni in Italia, dove si è laureato in Ingegneria delle telecomunicazioni. In prima persona ha conosciuto la realtà del caporalato, lo ha combattuto animando lo sciopero di Nardò, in Puglia, che portò alla condanna di alcuni caporali e all’introduzione del reato. Ne ha parlato nei suoi libri, continua farlo con l’impegno costante e diretto a favore dei diritti dei braccianti. Un altro importante traguardo in questa direzione è la creazione di No-Cap, un’associazione internazionale che persegue sostenibilità sociale ed economica insieme.

“La filiera agricola – dice Yvan Sagnet – è qualcosa di molto complesso. Non si ottengono i risultati necessari e sperati, se si interviene solo in un settore. Non basta, cioè, occuparsi del bracciante sfruttato, ma occorre adoperarsi anche per le aziende vittime delle multinazionali e della grande distribuzione”.

“Il nostro essere consumatori”

Sagnet ci porta al cuore della questione, invitandoci a riflettere sul nostro essere “consumatori”: “Quando si entra in un supermercato e si sceglie di acquistare la frutta o la verdura che costa meno, bisognerebbe chiedersi il perché quei prodotti siano così a buon mercato. Quasi sicuramente lo sono perché vengono da lavoro sfruttato”. Questa consapevolezza è già un risultato e farla circolare, allargandola a un numero sempre maggiore di consumatori, diventa una buona pratica, in cui il rispetto per il lavoro, l’ambiente, la salute dei cittadini siano prioritari, perché fondati su una scelta etica, prima che politica o economica.

“Una questione che finora non è stata affrontata nella sua complessità. – continua Sagnet –L’originalità di No-Cap, pertanto, sta proprio nel mettere insieme tutto questo, perché ognuno possa fare la sua parte. L’economia illegale e sommersa in Italia è stimata pari a 25 miliardi di euro, i lavoratori sfruttati nei campi sono circa 500.000 – dati Flai Cgil. Dalla dignità del lavoro passa la dignità dell’essere umano, non c’è altra soluzione”. No-Cap, in poche parole, ha messo insieme braccianti, agricoltori, aziende pulite e sensibili, per il conseguimento del “prezzo giusto”, dei diritti e della legalità. In poco tempo, ha già salvato dalla schiavitù circa 400 braccianti. E lo ha fatto nelle regioni del Sud dove maggiore è la presenza del caporalato, come in Puglia, in Basilicata, in Sicilia, da poco anche in Calabria. Qui, in particolare, interviene nella Piana di Gioia Tauro, a Rosarno, in cui le condizioni dei migranti parlano la lingua dello sfruttamento e, purtroppo, della morte. Yvan Sagnetci ha raccontato lo stato in cui ancora oggi vivono, dei tanti che, non trovando posto nella baraccopoli, si sistemano nei ruderi delle campagne limitrofe, privi, questi, di acqua, luce, gas, peggiorando ulteriormente la loro condizione già di per sè precaria. Ma ci ha raccontato pure della bella realtà che è appena venuta alla luce, grazie al sostegno della cooperativa I frutti del sole e Chico Mendes Altromercato, cui presto si aggiungerà la cooperativa Della Terra – Contadinanza Necessaria. Per arrivare a poter commercializzare prodotti agricoli etici, bisogna togliere dai ghetti i lavoratori, farli assumere garantendogli una paga dignitosa, dare loro una casa degna di questo nome, portarli nei campi su mezzi adeguati e gratuitamente. Azioni semplici, che in una realtà di caporalato e sfruttamento diventano gesta eroiche e rivoluzionarie. Ma quei braccianti, la cui età media è di appena 23 anni, provenienti in prevalenza dall’Africa subsahariana, devono poter dire che qui, in Italia, in Europa, hanno potuto conoscere anche il volto pulito dell’onestà, non solo quello della malavita e dell’illegalità. E noi possiamo anche ammettere, infine, che attraverso la loro liberazione passi anche la nostra.