No alle navi quarantena
per stipare migranti
senza garanzie né diritti

L’utilizzo delle cosiddette “navi quarantena” per le persone migranti che arrivano sulle coste italiane, istituito il 12 aprile del 2020 con decreto del Capo Dipartimento della Protezione Civile «per contrastare la diffusione epidemiologica da Covid-19 con riferimento ai casi di soccorso in mare», desta in noi fortissime preoccupazioni.
Il fatto che questa misura, fonte di una significativa limitazione della libertà personale per via amministrativa, sia prevista solo per cittadine/i di paese terzi genera, innanzitutto, una questione di evidente discriminazione.

navi quarantena
Pur consci della gravità della crisi sanitaria in atto, ci preme sottolineare che in nessun caso è possibile comprimere i diritti inderogabili delle persone mettendoli in competizione con un principio generico di tutela della salute pubblica. Da questo punto di vista, riteniamo certamente possibile contemperare le esigenze di contenimento del Covid-19 con quelle di non-discriminazione, trasparenza e certezza rispetto alla tutela di questi diritti.

Inaccessibili alla società civile

Le nostre preoccupazioni riguardano, in questo senso, l’esistenza stessa di spazi inaccessibili per la società civile e le istituzioni preposte alla tutela dei diritti, rispetto ai quali non vengono diramate informazioni pubbliche di alcun tipo. Migliaia di persone, particolarmente vulnerabili – perché prive di status definito e provenienti da un percorso migratorio solitamente segnato da abusi e violenza – vengono, di fatto, confinate.
Questo confinamento appare ancora più grave poiché esso ha luogo in mezzo al mare ai danni di individui, in prevalenza, vittime di naufragi e che per tale ragione possono provare forte disagio psico-fisico nel permanere in questo limbo fisico, oltre che giuridico, lontano dalla terraferma.

Covid-19
Troppo poco si sa di quanto accade a bordo di queste navi, di cui si è parlato solo a fronte di eventi terribili e irrimediabili come la morte, nell’ottobre del 2020, del giovanissimo Abou, un ragazzo di 15 anni proveniente dalla Costa D’Avorio, deceduto a Palermo due giorni dopo lo sbarco dalla nave “Allegra” a seguito di una serie di incurie sulle quali è stata aperta un’indagine ad oggi in corso.

Trasparenza sulle procedure

Da quel momento in poi sembra che i minori non siano più trattenuti a bordo di queste navi – cosa peraltro incompatibile con le norme internazionali e le leggi italiane in materia di tutela dell’infanzia – ma anche su questo punto c’è bisogno di rassicurazioni certe che vorremmo fossero rese note pubblicamente.
Allo stesso modo serve trasparenza sulle procedure seguite a bordo per l’identificazione delle persone, per gli interventi sanitari, la gestione dell’ordine e della sicurezza e per garantire ai naufraghi l’esercizio di diritti fondamentali, non ultimo quello di avere assistenza legale e potere inoltrare una richiesta di protezione internazionale.

Quanto costano le navi quarantena?

Considerato, inoltre, l’enorme dispendio economico che le navi quarantena comportano – a iniziare dalle spese per l’affitto di mezzi privati, spese certamente molto superiori a quelle che si dovrebbero affrontare per espletare l’isolamento sanitario in strutture ubicate sulla terraferma – e di fronte ai dubbi espressi da diversi esperti ed esperte anche in relazione alla loro efficacia sul piano del contenimento del virus, ci chiediamo se la scelta di istituirle non persegua, primariamente, un valore simbolico-politico in termini di rassicurazione della cittadinanza italiana.


Temiamo che questi luoghi di separazione e invisibilità possano diventare dispositivi permanenti di gestione delle migrazioni verso l’Italia, trasformandosi in spazi galleggianti di selezione e filtro degli ingressi rispetto ai quali è particolarmente difficile per le persone far valere e azionare i propri diritti, innanzitutto di difesa da respingimenti o espulsioni arbitrarie, nel corso di procedure che non considerano adeguatamente la situazione di ciascuna persona come il diritto obbligherebbe invece a fare.

Abolire un confinamento che discrimina

Chiediamo quindi al Governo italiano di fornire dati certi e informazioni complete su modalità e durata dei trattenimenti, sulle presenze fino ad oggi, sul numero di minori, e su tutte le procedure attuate a bordo e dopo lo sbarco da questi mezzi.
Chiediamo, infine, chiarezza sul complesso dei costi economici sostenuti e, in generale, chiediamo di abolire al più presto l’utilizzo di questa misura di confinamento che appare irragionevole sotto tutti i punti di vista e particolarmente pericolosa sotto il profilo dell’effettiva tutela dei diritti fondamentali delle persone.

Le firme

Salomé Archain (Clinica legale sui diritti dei richiedenti asilo, Univ. di Firenze), Luca Baccelli (Univ. di Camerino), Clelia Bartoli (Univ. di Palermo), Barbara G. Bello (Univ. di Milano), Ilario Belloni (Univ. di Pisa), Silvio Bologna (Univ. di Palermo), Marco Brigaglia (Univ. di Palermo), Matteo Buffa (Univ. di Genova, Clinica legale), Thomas Casadei (Univ. di Modena e Reggio Emilia), Vincenzo Casamassima (Univ. del Sannio), Stefania Consigliere (Univ. di Genova),

Silvia Donà (INAPP e Univ. La Sapienza), Ernesto Fabiani (Univ. del Sannio), Gianluca Famiglietti (Univ. di Pisa), Isabel Fanlo Cortes (Univ. di Genova), Orsetta Giolo (Univ. di Ferrara), Tommaso Greco (Univ. di Pisa), Nicola Lettieri (INAPP e Univ. del Sannio), Leandro Limoccia (Univ. di Napoli ‘Federico II’), Alessio Lo Giudice (Univ. di Messina), Chiara Magneschi (Univ. di Pisa), Letizia Mancini (Univ. Statale di Milano), Delfina Malandrino (Univ. di Salerno), Realino Marra (Univ. di Genova), Lorenzo Milazzo (Univ. di Pisa), Andrea Mulas (Fondazione Lelio Basso)

Francesco Parisi (Univ. di Palermo), Enza Pellecchia (Univ. di Pisa), Gabriella Petti (Univ. di Genova), Giusto Picone (Univ. di Palermo), Letizia Palumbo (Univ. Ca’ Foscari di Venezia e Univ. di Palermo), Stefano Pietropaoli (Univ. di Salerno), Valentina Punzo (INAPP e Univ. LUISS), Federico Rahola (Univ. di Genova), Lucia Re (Univ. di Firenze), Matteo Rinaldini (Univ. di Modena e Reggio E.), Giancarlo Ruffo (Univ. di Torino), Emilio Santoro (Univ. di Firenze),

Francesca Scamardella (Univ. di Napoli ‘Federico II’), Aldo Schiavello (Univ. di Palermo), Alessandra Sciurba (Univ. di Palermo, Clinica legale per i Diritti umani), Stefano Simonetta (Univ. di Milano), Eleonora Sirsi (Univ. di Pisa), Vincenzo Sorrentino (Univ. di Perugia), Luisa Stagi (Univ. di Genova), Massimo Starita (Univ. di Palermo), Valeria Verdolini (Univ. di Milano – Bicocca), Rocco Zaccagnino (Univ. di Salerno).

Per adesioni scrivere a: matteo.buffa@edu.unige.it