Niente responsabili
Meglio il voto sfidando
Salvini in campo aperto

L’Italia vive una situazione drammatica – fra le più drammatiche della sua storia – e al tempo stesso grottesca nella sua prevedibilità: si sapeva che Renzi avrebbe, come si dice, fatto il diavolo a quattro cercando al tempo stesso di non far cadere il governo perché se c’è una cosa che capisce sono i rapporti di forza, in politica come nella vita. È curioso che oggi invece gli si facciano dei processi e lo si metta alla gogna in trasmissioni televisive alle quali partecipano solo i suoi avversari politici e nessuno fra quelli schierati dalla sua parte. È anche questo un segno della situazione in cui siamo e del modo brutale con cui oggi si fronteggiano gli eserciti schierati in campo.

Quei parlamentari come timballi

Era altrettanto prevedibile, anche per il modo con cui erano stati eletti, che i membri del Parlamento avrebbero fatto di tutto per sopravvivere e che sarebbero stati pronti a cambiare continuamente casacca e a trasferirsi volta per volta nei gruppi parlamentari a loro giudizio più adatti a proteggerli e a permettere loro di continuare a sedere in Parlamento. Come direbbe Fortebraccio, somigliano a timballi che il cuoco non riesce a staccare dalle teglie perché si è dimenticato di mettere l’olio. Allo stesso modo erano prevedibili le difficoltà del governo che è nato, ad opera di Renzi, con una manovra di palazzo che ha mandato all’opposizione le forze che sono maggioranza nel paese e al governo quella che è ancora oggi la minoranza. È un altro effetto velenoso e maligno della crisi della democrazia rappresentativa.

Quello che era meno prevedibile è la dichiarata scelta, da parte di autorevoli rappresentanti del Pd, di sostituire Renzi e i suoi “clienti” (come li ha giustamente definiti Macaluso) con un gruppo di “responsabili”, i quali sarebbero pronti a sostenere il governo in nome del bene comune e dell’interesse dell’Italia – in termini concreti per salvare il loro posto in Parlamento. E anche questo è un ulteriore segno della degenerazione della democrazia rappresentativa – il carattere di fondo della storia italiana degli ultimi decenni, acuitosi in maniera veramente drammatica nei tempi recentissimi. Per capire dove siamo arrivati bisogna partire di qui. Se non si capisce la profondità di questa crisi non si intende nemmeno il fenomeno delle cosiddette “sardine”, le quali nuotano nell’abisso che si è aperto tra le istituzioni parlamentari e il “popolo” – per usare una espressione generica ma in questo caso utile per cercare di definire la situazione. Galleggiando quindi su vere e proprie sabbie mobili e, per cercare di sopravvivere, il governo ha scelto di affidarsi a chiunque, purché sia disposto a sostenerlo.

governo Conte-2

Sono chiaro: il governo sta facendo bene

Vorrei essere chiaro su questo punto: io credo che Conte e i suoi ministri stiano facendo un buon lavoro. Per venire a un settore che conosco meglio, il ministro Dario Franceschini ai Beni Culturali sta facendo cose ottime e personalmente ho anche molte speranze nel nuovo ministro dell’Università e della Ricerca, Manfredi. Quello che sto discutendo non è la bravura dei ministri, ma la situazione politica e parlamentare nella quale procede questo governo; una situazione singolare che si potrebbe definire nei termini di una riduzione della politica a tecnica: una sorta di nuovo “dispotismo illuminato” imperniato sul primato della amministrazione.

Al fondo di queste posizioni ci sono convinzioni precise: il governo fa l’interesse del popolo – questa è la cosa più importante –, se necessario, anche senza il consenso e il coinvolgimento del popolo. Governano le minoranze, il popolo capirà col tempo. Ora è necessario fare il bene del paese, a qualunque costo, sfruttando tutte le occasioni.
Perciò occorre giovarsi anche di fenomeni come quello delle “sardine” che sono però paradossalmente – anche se non si dice – un segno palpabile della crisi della democrazia rappresentativa e quindi una critica politica delle modalità con cui questo governo è nato e cerca di sopravvivere. Il governo e il Pd si propongono quindi di servirsi di una realtà opposta alla loro, che nasce contro di loro, e che cambierebbe natura se si lasciasse vincolare dai poteri costituiti.

E non si riflette su un punto: le cosiddette sardine, a loro volta, sono il segno della crisi, non la via per risolverla – a meno che non diventino una forza che si pone in modo programmatico il problema della risoluzione della degenerazione della rappresentanza, in tutte le sue forme. Si vedrà, e non ci vorrà molto tempo per capirlo.

Ma questa situazione – ed è ciò che voglio sottolineare – non può durare a lungo perché produce una degenerazione e una corruzione delle basi delle fondamenta istituzionali ed etico-politiche della repubblica e del vivere repubblicano. Apre la strada a soluzioni di carattere esplicitamente autoritario, come avviene quando una élite non è in grado di rinnovarsi e riduce la sua esistenza alla sopravvivenza, e la sua sopravvivenza a scelte e modelli di tipo trasformistico. E quella che faccio – e lo sottolineo – è una riflessione di ordine politico e istituzionale, non di carattere morale. Anzi, io apprezzo gli sforzi che fa il segretario del Pd, e la sua bona fides. Mi riferisco a quello che è diventato il problema centrale: ai processi di trasformazione morfologica – e di degenerazione – della democrazia italiana che stanno avanzando in modo tanto violento quanto tumultuoso. Siamo di fronte ad alternative radicali.

La destra mette paura, ma bisogna sfidarla

Intendiamoci: anche io ho visto in azione i rappresentanti della destra e mi vengono i brividi pensando che possano tornare alla guida del paese con gente come Salvini o la Meloni, in punti di massima responsabilità. Ma si è ormai aperto un problema che va oltre questa situazione specifica e coinvolge il destino della democrazia rappresentativa: non si può governare a lungo se si è una forza minoritaria, senza conseguenze sull’intero assetto della nazione. La situazione d’eccezione deve essere delimitata, e gestita, nel tempo, altrimenti si apre la strada a prospettive che hanno poco in comune con il vivere democratico.

Quando Salvini aprì la crisi da cui è nato questo governo alcuni di noi sostennero, anche su questo giornale, che bisognava andare alle elezioni, sfidando la destra, nella persuasione che il risultato non fosse affatto scontato e che non fosse possibile pensare a strategie di lungo periodo senza il consenso popolare. Oggi alcuni commentatori cominciano a dire che sì, allora sarebbe stato meglio andare al voto. Come si sa del senno di poi son piene le fosse, e soprattutto riflettere sulle scelte sbagliate in politica non serve a niente, nemmeno a salvarsi l’anima.

La mia convinzione è che l’esigenza di andare al voto sia diventata oggi anche più stringente e che questa sia la strada da imboccare sfidando l’avversario in campo aperto e avendo fiducia nella possibilità di una vittoria. Non è scritto da nessuna parte che le forze del centro-sinistra debbano soccombere se riescono a definire un programma credibile, se riescono a valorizzare quello che hanno fatto, se trovano candidati adeguati, se fanno le alleanze opportune.
Ci sono situazioni nelle quali l’etica della responsabilità costringe a scegliere strade difficili: per le forze di sinistra è uno di quei momenti. Dalla palude in cui stiamo precipitando si può essere travolti. Continuo ad essere d’accordo con Jacques Delors: si può perdere una elezione, non la propria anima.