Niente premier né programma. Eppure Mattarella su richiesta concede altro tempo

Fumata nera. Nel palazzo che fu dei Papi si è consumato un conclave in due tempi senza risultato. Senza quell’esito positivo che sembrava certo dopo giorni di cervelli (maschili) riuniti attorno a tavoli nelle location più diverse. Pubbliche, da Montecitorio al Pirellone, private, le case di questo o di quello, ristoranti e bar.

Le certezze di Luigi Di Maio e Matteo Salvini sono state inferiori alle aspettative. Anzi non c’erano. E i due, in rapida successione, sono dovuti andare dal presidente della Repubblica a chiedere di dar loro un altro po’ di tempo per riuscire a “scrivere la storia”. Esercizio che si è dimostrato molto più difficile del previsto. Per ora i due hanno fatto scrivere solo pagine e pagine di cronaca molto spesso in contraddizione.

Il programma che sembrava fatto è ancora motivo di grandi conflitti. Troppo distanti le posizioni su immigrati, rapporti con l’Europa, infrastrutture, giustizia. E scusate se è poco. Nessun accordo sul premier del governo che verrà. E se non viene è pronto l’esecutivo del presidente e poi il voto. Su cui si allunga l’ombra di Berlusconi rimesso in campo dalla sentenza di Milano. Altro problema. I nomi si sono sprecati in queste ore. Qualcuno, come il professor Sapelli ci ha anche creduto, ma alla fine uno dei nodi irrisolvibili si sta mostrando, com’è naturale che sia, proprio l’identità dell’inquilino di Palazzo Chigi. Il protagonismo dei due competitor è difficile da tenere a bada. Nessuno vuole fare posto all’altro. Figurarsi al signor Terzo. Insomma cominciare dalla fine, la stesura del programma, senza individuare innanzitutto al figura di chi dovrebbe comporlo e gestirlo si sta dimostrando un errore forse irrimediabile.

Al Quirinale è stato convocato per primo Luigi Di Maio. Mezz’ora e poi grandi sorrisi di circostanza per convincere chi lo ascoltava (e forse lui stesso) che “ancora pochi giorni e faremo il governo del cambiamento”. Un’altra mezz’ora Mattarella l’ha dedicata a Matteo Salvini. All’uscita in versione ruspa ha detto che “le distanze sul programma continuano. O si inizia o ci salutiamo”. Palesemente di malumore anche perché sembra si sia dovuto misurare con l’altolà del Capo dello Stato davanti alla sua intenzione di guidare dal Viminale una battaglia non proprio da ministro dell’Interno per fermare e gestire l’immigrazione.

Unità d’intenti i due capi partito  sembrano averla solo nel chiedere altro tempo al Capo dello Stato che, paziente, glielo ha concesso anche perché al momento Mattarella non ha ancora deciso di non consentire che si facciano tutti i tentativi per dare un governo politico al Paese. Un impegno in cui lui ha creduto fin dal primo momento. E continua a crederci anche se immaginabile con sempre minore convinzione davanti allo spettacolo imbarazzante che grillini e leghisti stanno mettendo in scena davanti a un Paese che comunque aspetta delle decisioni.

Piuttosto che trovare delle soluzioni alle difficoltà di dialogo riscontrate in questi giorni i due cercheranno conforto nel rispettivo elettorato. I Cinque Stelle utilizzeranno la piattaforma Rousseau per consultare la base piuttosto infastidita sul progetto epocale di governo che per ora non c’è. Gli eredi di Alberto da Giussano si accingono a montare in piazza i tradizionali gazebo per consentire ai loro  elettori duri e puri che ormai ci sono anche al Sud di esprimersi sul legame con i peggiori nemici (almeno fino a poco tempo fa).

Il capo dello Stato, che in questi giorni paletti e indicazioni li aveva illustrati in modo esplicito in più occasioni, ha dovuto fare i conti con il pressapochismo di Di Maio e Salvini che avevano preannunciato un incontro decisivo. E invece niente da fare. I rebus di capo del governo e programma sono ancora da risolvere. Più il primo. Per il quale è stato fatto anche il nome del giurista Giuseppe Conte, uno dei saggi che Di Maio aveva inserito nella sua task force di governo. Mattarella ha scelto di assecondare la richiesta di un ulteriore rinvio anche se i tempi stanno diventando maturi per definire fallito il tentativo messo in campo in questi giorni. Forse sarebbe stato auspicabile che si passasse già oltre davanti a una palese incapacità, almeno finora. Ma comunque anche se si dovesse trovare la soluzione già troppo è andato avanti il tentativo.

Pochi giorni ancora, con una repubblica parlamentare gestita fuori dai luoghi deputati ma piuttosto con un clic o una scheda, e poi il presidente prenderà la sua decisione. E nessuno certo potrà accusarlo di aver tarpato le ali ad un nuovo De Gasperi. Che al momento non si vede all’orizzonte.