Niente Europa,
siamo inglesi

Il Regno Unito ha un problema con il continente e viceversa: la Brexit ha fatto diventare un luogo comune un po’ trito una realtà politica con cui l’Europa (Gran Bretagna compresa) dovrà fare i conti per anni. Dopo il vertice dell’Unione fissato per il 25 novembre si apre un lungo dibattito parlamentare a Westminster per arrivare al “meaningful vote”, la conta vincolante e decisiva sulla proposta di uscita dall’UE presentata da Theresa May. Poteva andare peggio, poteva andare meglio: ognuno ha il proprio parere su un accordo che non è detto sia approvato.
Uno dei punti più attesi riguardava l’immigrazione, cavallo di battaglia dei contrari all’Unione Europea. Curiosamente, la bozza di intesa usa solo una volta il termine immigrazione. I cittadini europei e le loro famiglie potranno continuare a vivere nel Regno Unito fino a dicembre 2020, poi dovranno chiedere un nuovo permesso di residenza. Per il principio di reciprocità lo stesso varrà per i britannici residenti in Europa. La Corte di giustizia europea, il massimo arbitro per controversie e procedimenti che riguardano Stati membri, individui e violazione delle leggi europee, dopo il periodo di transizione sarà sostituita per la Gran Bretagna da un organismo separato, che comunque si atterrà alla giurisdizione europea. Per il commercio sembra che l’accordo tenda a cristallizzare la libertà di scambio: il documento dice infatti che se non vi saranno intese nuove, varrà l’unione doganale, quindi nessuna tariffa in entrata o in uscita per le merci. Resta aperta la questione del confine tra Repubblica d’Irlanda, indipendente e Stato membro dell’Unione Europea, e Irlanda del Nord o Ulster, parte del Regno Unito. Questione delicata per i rapporti tra i due stati, che hanno da tempo fatto la pace e reso la frontiera invisibile. L’unico confine terrestre tra Gran Bretagna ed Europa, dice l’Unione, deve restare impercettibile, un passaggio aperto per i Paesi membri. Non la pensano così i conservatori unionisti protestanti che sono per una netta demarcazione, col rischio di cancellare vent’anni di vantaggiosa integrazione economica e di riesumare tensioni. Infine su ricerca ed educazione la bozza dice e non dice, rinviando tutto a dopo il periodo transitorio. Le università britanniche vedono con terrore l’eventualità di perdere accesso ai fondi europei e d’altronde scienziati e docenti europei nel Regno Unito non sanno cosa sarà della loro carriera dopo il 2020. Finora le università britanniche sono state tra i maggiori beneficiari dei finanziamenti dell’Unione e tutto fa pensare che cercheranno un accordo separato per riunirsi al club europeo della cultura diventandone un partner esterno.
Questi punti, piuttosto aleatori in sé, ma non totalmente isolazionisti, potrebbero essere sonoramente bocciati, per opposte ragioni, dalla camera dei comuni. Ogni tentativo di calcolare cosa deciderà il parlamento del Regno Unito va considerato con cautela. Servono 320 voti per approvare l’uscita relativamente morbida abbozzata da Downing Street. Per ora mancano all’appello 10 voti del DUP, il partito unionista dei protestanti conservatori irlandesi, non ci sono neppure 58 voti dei conservatori più euroscettici, i “tory brexiteers”. Per ragioni opposte la bozza di accordo non avrà neppure 10 voti dei conservatori favorevoli a restare, ma non alle condizioni imposte dalla May.

Anche tra i laburisti si va sotto di 15 voti per l’opposizione dei rebels, che considerano un errore andarsene dall’Unione europea. Secondo il calcolo fatto dalla BBC ad oggi mancano i numeri e il rischio è che si torni a trattare da zero, ma è anche vero che il primo ministro potrebbe riuscire a convincere molti oppositori. Lo scenario che prevede nessun accordo è così caotico da indurre a pensare che nessuna delle parti lo consentirà: dal sistema di trasmissione dati alle patenti, dalla condivisione delle informazioni Europol alle forniture di farmaci, dalla cooperazione scientifica e accademica al commercio, tutto si paralizzerebbe da e verso oltremanica. Un dispetto troppo costoso anche in un divorzio conflittuale. Comunque sia le conseguenze negative, anche con l’accordo presentato in questi giorni, saranno inevitabili per l’una e l’altra parte. L’economia europea vale più di 14 bilioni di euro ad oggi. Quella britannica, considerata come una porzione di questo mercato, vale 2 bilioni. L’Europa è il maggior partner commerciale della Gran Bretagna: l’anno scorso metà dell’export era verso i Paesi membri dell’UE. Quindi anche per l’Unione non è poco perdere una fetta rilevante della propria economia. Il periodo di transizione inizierà il 29 marzo e potrà durare fino a dicembre 2020. Sembra tardi per i rimpianti. La speranza è che prevalga un accordo ragionevole. Il comico scozzese Leo Kearse dice che “è come se il Regno Unito si fosse preso una sbronza e avesse accidentalmente cancellato dagli amici di Facebook l’Europa”.