Nicotera, quei “misteri”
dietro il proliferare
delle liste locali

Una domanda sorge spontanea:  i partiti, che tra gli altri compiti avrebbero quello di garantire la trasparenza e pulizia delle proprie liste, dov’erano nel 2012, quando venivano formate, e successivamente, quando nasceva la giunta comunale di Nicotera? La prima parte della risposta èche  ufficialmente non c’erano, o meglio, avevano piazzato i loro rappresentanti nelle cinque liste civiche che si contendevano le poltrone di sindaco e consiglieri. Un esempio per tutti è quello di Pagano (area Pd), Mollese e Polito erano invece il perno di un’alleanza con la componente maggioritaria forzista.

Il risultato di tanta distrazione – annota la commissione prefettizia, citando un’indagine della magistratura – è “uno spaccato desolante delle attività economiche pubbliche e private svolte nel contesto territoriale…: tutte le più significative e importanti realtà commerciali e produttive  appaiono dominate dal potere mafioso che annienta la libertà di iniziativa economica privata, inquina la gestione della cosa pubblica, in una parola impedisce il reale sviluppo del territorio, in cui risorse naturali, lungi dall’essere patrimonio della collettività, in realtà diventano strumento di arricchimento e consolidamento dei componenti del gruppo criminale”.

Nessun controllo da parte dei partiti nazionali, che spesso godono della benevolenza dei clan nelle competizioni politiche. E’ emerso di recente per la Lega, proprio nella zona della Piana, confinante con il Vibonese, ma il meccanismo di scambio non è nato ieri  in Calabria ed è verosimile che altre fortune nelle urne siano nate nello stesso modo.  Non a caso Rosy Bindi, già presidente della Commissione parlamentare antimafia, in una relazione dedicata proprio ai Comuni sciolti per mafia (non a quello di Nicotera, però, perché  il provvedimento arrivò solo in una fase successiva), ha invitato i partiti più rappresentativi in Italia a farsi carico del problema, cioè a evitare di nascondersi dietro il paravento delle liste civiche:

“Colpisce, soprattutto  nel Meridione,  l’elevato tasso di irriconoscibilità dei partiti. Più che i partiti sono ormai singoli dirigenti che operano, interpretando la campagna elettorale in chiave identitaria, se non addirittura personalistica…Questo fenomeno genera forme di mimetismo e trasformismo locale che rischiano di essere veicolo di malaffare e infiltrazione criminale…In queste condizioni anche i programmi politici e di governo non possono essere molto circostanziati, ma si potranno rimodulare di volta in volta a seconda degli accordi che gli eletti troveranno. Saltano perciò anche le differenze tra una proposta e l’altra, in favore di una politica che si fonda sulla ricerca di un consenso pulviscolare, molto legato a situazioni personali e familiari e che quindi rischia di alimentarsi di compromessi e di favoritismi”.

Anche in questi contesti,sempre più spesso,si  ripete che destra e sinistra non esistono più; il progetto, ammesso che venga formulato,è costituito da scadenze a medio o brevissimo termine. Conta l’occupazione del potere, il controllo degli appalti, la distribuzione di incarichi e consulenze. Tutto il resto è definito “ideologia”. Eppure la Calabria è terra di eroi civili che contro la ‘ndrangheta rischiano tuttora o hanno dato la vita. Solo per citare quelli caduti sotto il piombo delle ‘ndrine: Giuseppe Valarioti, appunto, o  GianninoLosardo, altro militante caduto a Cetraro, dieci giorni dopo l’omicidio Valarioti;  Rocco Gatto, medaglia d’oro al valore civile, un mugnaio iscritto al Pci, assassinato nel ’77 a Gioiosa Ionica per essersi rifiutato di pagare il pizzo; il giudice Antonino Scopelliti, secondo un pentito assassinato dalla ‘ndrangheta su richiesta di Cosa nostra.

Sono passati lustri, ma sembrano anni luce. Anche per la ‘ndrangheta, che ha sviluppato la sua anima politica e finanziaria, stringendo un intenso rapporto di scambio con le istituzioni. Lo dimostrano tra l’altro conversazioni importanti come quelle registrate durante l’inchiesta Purgatorio bis.

Sono passati lustri, ma sembrano anni luce. Anche per la ‘ndrangheta, che ha sviluppato la sua anima politica e finanziaria, stringendo un intenso rapporto di scambio con le istituzioni. Lo dimostrano tra l’altro conversazioni importanti come quelle registrate durante l’inchiesta Purgatorio bis.

 La famiglia Mancuso è in fibrillazione per il conflitto quasi sempre sotterraneo che oppone il segmento familiare che fa capo a Giuseppe Mancuso  (Peppe  ‘mbrogghia) a quello dominato da Antonio e Pantaleone Mancuso, alias “vetrinetta”, classe ’47, uomo con agganci importanti nel mondo della massoneria, capace, a dire di amici e avversari, di condizionare politica e amministrazione giudiziaria. La conversazione si svolge in carcere, durante una visita di Domenico Mancuso allo zio Diego (ramo ‘mbrogghia).

Diego: “Io a vetrinetta lo devo sistemare…Chi comanda là? …Lui ha tutta quella squadra”

Della squadra farebbero parte, secondo Diego Mancuso, un procuratore della Repubblica e “i servizi segreti”. Per questo chiede di rivolgersi a gran cerimoniere onorario del Grande Oriente d’ItaliaDomenico Macrì, calabrese trapiantato in Toscana.

…”Hanno arrestato uno che era ‘cazzo e cucchiara’ (espressione equivalente a ‘culo e camicia’, di uso comune in altre zone d’Italiandr)con lui (Pantaleone “Luni Vetrinetta” Mancuso ndr), a quello lo arrestano e a lui no…A tutti arrestano e a lui no”.

Il nome di Macrì è emerso in un’indagine su Vincenzo Barbieri, il già citato broker della droga colombiana in affari coi Mancuso. Era stato Macrì il tramite che aveva permesso a Barbieri, assassinato nel 2011, di trasferire il denaro odoroso di muffa in casse sammarinesi.  Ora questo Macrì viene descritto da Diego Mancuso come uno “che può spostare le montagne”.

“Mi vuole bene come fossimo fratelli…E’ il maestro della loggia P2 del Vecchio Oriente, è una cosa… che vedi può spostare le montagne”

Non si sa se Diego Mancuso faccia riferimento proprio alla loggia di Licio Gelli (morto quattro anni dopo la conversazione tra lui e il nipote) o se, come ritiene il Gip di Catanzaro, si tratti più che altro di uno strafalcione. Resta però il fatto che i canali massonici, più o meno regolari, vengono tenuti in altissima considerazione da ‘ndranghetisti alla ricerca di trattamenti di favore, di investigatori disposti a chiudere uno o entrambi gli occhi, di giudici pronti a spingersiben oltre i limiti di legge. I tempi sono cambiati, la vecchia ‘drangheta si è rinnovata assumendo una struttura ancora più piramidale, dividendosi in società minore e società maggiore, la cosiddetta Santa. Come ha spiegato il pentito Francesco Fonti, la Santa “non dà alcun conto delle sue decisioni, delle sue attività, al ‘locale’ (una delle strutture di base della ‘ndrangheta ndr) di appartenza. Nessun affiliato di grado inferiore al santista può partecipare alle riunioni della Santa, che si può dunque definire un’élite. Il tutto ha un ‘evidente radice massonica…”

E’ un contesto che forse consente di comprendere il caso di due funzionari  della  Mobile accusati di Vibo Valentia accusati di  concorso esterno in associazione mafiosa (imputazione  da cui sono stati entrambi assolti in primo grado, uno di loro è stato condannato per violazione del segreto d’ufficio), in rapporti di estrema consuetudine con Pantaleone Mancuso “ ‘u Scarpuni”, classe ’61,  tanto che l’avvocato del bossGiuseppe Galati, intercettato, lo rassicurava: sì, le loro visite si sono diradate, ma solo per motivi di cautela, comunque vi mandano  i loro saluti e presto verranno a trovarvi, magari con la scusa di una perquisizione.   Scrive il Gip di Catanzaro che quando i due dirigevano la Mobile di Vibo (2009-2011), l’attenzione investigativa ai Mancuso si era azzerata. Un paio d’anni di black out, durante i quali ad andare avanti erano solo le inchieste su cosche rivali. Una circostanza che si sovrappone perfettamente allo sfogo a cui, in  carcere, si era abbandonato Diego Mancuso.E fa impressione ascoltare lo stesso funzionario che, in una intercettazione, confida adAntonio Galati, legale dei Mancuso, di volersi  “togliere lo sfizio” di leggere i vecchi fascicoli sul clan. “…perché alla fine io sento parlare di personaggi come Luigi Mancuso… Diego Mancuso…Peppe Mancuso… Antonio Mancuso,..cazzo Mancuso… Cosma… Michelina…Micheluccio…Vetrinetta…eccetera eccetera e non so perché sono quello che sono. A questo punto mi è venuta la curiosità. Mi voglio togliere lo sfizio di leggere la storia di questa gente su cui io non ho potuto indagare…”. E perché, di grazia, non ha potuto?

La spiegazione di quelle parole è probabilmente  in una sorta di confessione  dello stesso funzionario, che  dichiara di non aver potuto e voluto sottrarsi a un patto di fedeltà “gerarchicamente impostogli”. In altre parole,  sostiene di aver ubbidito a ordini superiori. Da chi venivano quelle direttive?  Nelle alte sfere qualcuno aveva a cuore il destino dei Mancuso? E per quale motivo? Per come è stato esposto, sembra  un caso di doppia fedeltà a cui ci avevano abituato, ad esempio, le cronache della P2. Il fatto che la loggia di Gelli, in modo più o meno appropriato, venga chiamata in causa nelle intercettazioni non è probabilmente casuale.  Fenomeni come questi contribuiscono enormemente al consolidamento dei poteri criminali e all’isolamento delle vocinon gradite ai  clan.Troppo spesso la politica tace e i giornalisti vengono minacciati e aggrediti. O, forse, i giornalisti vengono minacciati e aggrediti perché la politica, nel migliore dei casi, tace. Ammesso e non concesso che l’altra politica, quella dei Valarioti, dei Losardo, dei Gatto, dei Tripodi sia un pezzo di modernariato,è stata l’unica a sfidare la ‘ndrangheta in campo aperto e a ottenere vittorie.