Next Generation Ue,
l’accordo che limita
il ruolo dei governi

Quasi a sorpresa, la delegazione del Parlamento europeo incaricata dei negoziati sul bilancio europeo 2021-2027 e la presidenza tedesca hanno raggiunto prima il 5 e poi il 9 novembre un accordo sulle questioni principali che dividevano l’assemblea dai governi, modificando il compromesso raggiunto faticosamente dai capi di Stato e di governo il 21 luglio quando fu varato il Recovery Plan battezzato dalla Commissione europea Next Generation EU.

Quel compromesso voluto dai governi

Come sappiamo, il compromesso aveva consentito di trovare un punto di intesa fra gli interessi contrapposti dei paesi frugali, della alleanza per la coesione (di cui fa parte l’Italia) e del blocco di Visegrad accantonando la proposta franco-tedesca di un fondo (Recovery Fund) dotato di un capitale di 500 miliardi di Euro , finanziato da debito pubblico europeo, da distribuire fra i paesi membri a fondo perduto sostanzialmente senza condizioni sulla base di un accordo unanime fra i governi. Al posto suo il “piano” proposto dalla Commissione con un capitale di 750 miliardi di Euro finanziati da bond europei da spendere attraverso prestiti a lunga scadenza (loans) e sovvenzioni (grants) con spese suddivise in sei programmi legati all’emergenza nata dalla pandemia di cui la parte principale dovrà essere gestita al di fuori del bilancio europeo (lo strumento europeo per la ripresa e la resilienza, in inglese European Recovery and Resilience Facillity) sulla base di un complicato meccanismo di codecisione Consiglio-Commissione. Il resto all’interno di programmi comuni inquadrati nel bilancio europeo e dunque sottoposti alla sola competenza gestionale della Commissione.

Sfruttando l’immaginazione giuridica nei trattati europei, la Commissione aveva proposto di legare il “piano” ai principi del coordinamento delle politiche economiche che consentono al Consiglio di accordare – a maggioranza e a certe condizioni – un’assistenza finanziaria dell’Unione europea ad uno Stato membro in difficoltà ma di legare lo strumento per la ripresa e la resilienza alla politica di coesione economica, sociale e territoriale aggiungendolo così ai fondi strutturali già esistenti (regionale, sociale, agricolo) che prevede comunque la decisione a maggioranza del Consiglio ma anche un eguale potere del Parlamento europeo.

Le questioni rimaste aperte

L’accordo politico nel Consiglio europeo aveva lasciato aperte alcune questioni essenziali per garantire l’efficienza, la continuità e il carattere democratico dell’Unione europea. Riguardavano in particolare il rispetto dello stato di diritto nei paesi membri, il cui controllo sarebbe stato lasciato all’apprezzamento politicamente arbitrario dei governi nazionali, la salvaguardia di un finanziamento adeguato di politiche comuni vicine ai cittadini (ricerca, salute, educazione, ambiente…) all’interno del bilancio, l’obiettivo di garantire il rimborso dei bond europei emessi dalla Commissione attraverso vere risorse proprie (imposte europee) e non attraverso i contributi nazionali che avrebbero aggravato il peso fiscale sui cittadini, e il controllo politico del Parlamento europeo sulla Commissione.

Fondando il suo accordo sul principio non scritto (ed anzi escluso dal trattato) secondo cui il Consiglio europeo è legibus solutus, i capi di Stato e di governo avevano notificato al Parlamento europeo – attraverso i loro rappresentanti permanenti a Bruxelles – che il compromesso raggiunto il 21 luglio era blindato perché frutto della convergenza fra gli interessi nazionali e che se il Parlamento europeo avesse usato il suo potere di veto sui bilancio pluriennale si sarebbe assunto la responsabilità di far cadere o ritardare l’entrata in vigore del “piano” per la ripresa europea indispensabile nella lotta alle conseguenze economiche e sociali della pandemia.

Il Parlamento europeo non ha ceduto invece al ricatto del metodo intergovernativo sfruttando la buona intesa con la Commissione europea, la forza della cosiddetta “coalizione Ursula” da cui era nata nel novembre 2019 la fiducia dell’assemblea verso Ursula von der Leyen – e a cui si sono aggiunti successivamente anche i Verdi europei con l’opposizione isolata del gruppo dove siede la Lega e dei parlamentari di Fratelli d’Italia nel gruppo conservatore – e last but not least la volontà del governo tedesco ed in particolare del ministro delle finanze Scholz di chiudere la sua presidenza con un semaforo verde al “piano” per la ripresa europea.

I punti salienti dell’accordo

L’accordo fra le delegazione del Parlamento europeo e la presidenza tedesca si fonda sui seguenti punti essenziali che facevano parte delle priorità indicate più volte dalle organizzazioni delle associazioni rappresentative della società civile e in particolar modo del Movimento europeo di cui abbiamo scritto più volte su Strisciarosssa:

  • Un meccanismo istituzionale, sottratto all’arbitrio politico dei governi nazionali, per il rispetto dei valori su cui si fonda l’Unione europea con una verifica della Commissione europea, il voto a maggioranza nel Consiglio e una procedura accelerata.
  • Un aumento dei programmi comuni (cosiddetti “faro”) per un ammontare totale di sedici miliardi di Euro finanziati dalle multe pagate dalle imprese che non rispettano le regole della concorrenza leale.
  • La verifica periodica dell’adeguatezza del bilancio europeo alle necessità dell’Unione (secondo un principio spalmato nel tempo di mid term review).
  • Un “dialogo costruttivo” fra Consiglio e Parlamento europeo laddove il Trattato esclude un potere di decisione dell’assemblea uguale a quello del Consiglio.
  • Un calendario vincolante per l’introduzione di nuove risorse proprie dal 2021 al 2026 secondo le proposte presentate dalla Commissione europea.

Il bicchiere del bilancio e del “piano” per la ripresa europea è così pieno? Il Parlamento europeo ha mostrato nel negoziato determinazione istituzionale, coesione politica e pragmatismo ma il bicchiere è mezzo vuoto perché il cammino del compromesso è seminato di insidie e perché la via dell’unione “sempre più stretta” resta condizionata dalla prevalenza del metodo intergovernativo e dalla ricerca ossessiva e paralizzante della convergenza fra apparenti interessi nazionali.

Le insidie più immediate riguardano l’approvazione dell’accordo da parte del Parlamento europeo in seduta plenaria a maggioranza assoluta (quasi scontata per la vasta rappresentatività di chi ha condotto le trattative) e del Consiglio a maggioranza qualificata. Più insidioso l’accordo unanime del Consiglio dell’Unione sul bilancio pluriennale se dovessimo attribuire peso e influenza alla minaccia del primo ministro ungherese di mettere il veto come ritorsione contro il meccanismo di protezione dello stato di diritto.
L’insidia principale riguarda tuttavia le risorse proprie sia perché i parlamenti nazionali devono ratificare entro la fine dell’anno l’aumento del loro massimale dall’1.2 al 2.0 % del Reddito globale dell’Unione europea per consentire alla Commissione europea di indebitarsi sui mercati dei capitali ed emettere bond europei per un ammontare globale di 750 miliardi di Euro pari al capitale totale del Next Generation EU, sia perché tutte le nuove risorse proprie da introdurre fra il 2021 e il 2026 richiedono l’accordo unanime dei governi e poi dei parlamenti nazionali passando in alcuni casi (come la cosiddetta webtax) dalle forche caudine di difficili negoziati internazionali.

Per superare queste insidie il Parlamento europeo dovrebbe promuovere un incontro con i parlamenti nazionali a Lisbona durante la presidenza portoghese seguendo l’esempio delle “assise” che si svolsero a Roma nel 1990 alla vigilia del Trattato di Maastricht. Tali “assise” potrebbero costituire una tappa sulla via di una nuova fase costituente per superare la paralisi del metodo intergovernativo e gettare le basi di un’unione politicamente integrata in una dimensione sopranazionale.