Neve d’agosto
sul Monte Rosa

Venne la fine degli anni Settanta, e mentre Milano era a ferro e fuoco loro due rimisero gli scarponi ai piedi. Non puntarono a est, da dov’erano venuti, ma a ovest, come proseguendo la fuga: verso l’Ossola, la Valsesia, la Val d’Aosta, montagne più alte e severe. Mia madre poi mi avrebbe raccontato che, la prima volta, fu invasa da un inatteso senso di oppressione. Rispetto ai profili dolci del Veneto e del Trentino quelle valli occidentali le sembravano anguste, buie, chiuse come gole; la roccia era umida e nera, torrenti e cascate scendevano dappertutto. Quanta acqua, pensò. Deve piovere moltissimo qui. Non si rendeva conto che tutta quell’acqua nasceva da una sorgente eccezionale, né che lei e mio padre ci stavano andando proprio incontro.

Risalirono la valle finché non furono abbastanza in alto da uscire di nuovo al sole: lassù il paesaggio si aprì all’improvviso, davanti agli occhi, avevano il Monte Rosa. Un mondo antico, un eterno inverno che incombeva sui pascoli estivi. Mia madre ne fu spaventata. Mio padre invece diceva che fu come scoprire un altro ordine di grandezza, arrivare dalle montagne degli uomini e ritrovarsi in quelle dei giganti. E naturalmente se ne innamorò a prima vista.

Non conosco il luogo esatto di quel giorno. Chissà se era Macugnaga, Alagna, Gressoney, Ayas. Ci spostavamo ogni anno, allora, inseguendo l’irrequieto nomadismo di mio padre, tutt’intorno alla montagna che l’aveva conquistato. Più che le valli ricordo le case, se così si possono chiamare: affittavamo un bungalow in campeggio o una stanza in qualche pensione di paese, e ci restavamo per due settimane. Non c’era mai abbastanza spazio per rendere quei posti accoglienti, né tempo per affezionarsi a nulla, ma queste cose a mio padre non interessavano e nemmeno se ne accorgeva. Appena arrivati si cambiava d’abito: prendeva dalla borsa la camicia a scacchi, i pantaloni di velluto, il maglione di lana; di nuovo nei suoi vecchi panni diventava un altro uomo. Passava quella breve vacanza in giro per i sentieri, uscendo la mattina e presto tornando la sera o il giorno dopo, impolverato, bruciato dal sole, stanco e felice. A cena ci raccontava di camosci e stambecchi, di notti in bivacco, di cieli stellati, della neve che in alto cadeva anche in agosto, quand’era davvero contento concludeva: avrei proprio voluto avervi lì con me.

Il fatto è che mia madre sul ghiacciaio rifiutava di salire. Ne aveva una paura irrazionale e irremovibile: diceva che per lei la montagna finiva a tremila metri, l’altezza delle sue Dolomiti. Ai tremila preferiva i duemila – i pascoli, i torrenti, i boschi – e amava molto anche i mille, la vita di quei paesi di legno e pietra. La sera, una volta sgomberati i resti della cena, mio padre dispiegava sul tavolo una carta topografica, e si metteva a studiare i sentiero del giorno dopo. Aveva accanto un libretto grigio del Cai e mezzo bicchiere di grappa che ogni tanto sorseggiava. Mia madre si godeva la sua parte di libertà sedendosi in poltrona o sul letto, e immergendosi in qualche romanzo: per un’ora o due ci scompariva dentro ed era come se fosse da un’altra parte. Io allora salivo sulle ginocchia di mio padre per vedere che cosa faceva.

Lo trovavo allegro e loquace, tutto l’opposto del padre di città cui ero abituato. Era contento di mostrarmi la mappa e insegnarmi come si leggeva. Questo è un torrente, mi indicava, questo un laghetto, e quest’altro un gruppo di baite. Qui dal colore puoi distinguere il bosco, la prateria alpina, la pietraia, il ghiacciaio. Queste linee curve indicano la quota: più sono fitte e più la montagna è ripida, fin dove non si riesce nemmeno a salire; qui dove sono più rade la pendenza è più dolce e passano i sentieri, vedi? Questi punti segnati da una quota indicano le cime. È sulle cime che andiamo. Scendiamo solo quando arriviamo dove non si può più salire. Lo capisci?

No, non potevo capire. Dovevo vederlo quel luogo che gli procurava tanta felicità.

(Paolo Cognetti, Le otto montagne, 2016)