Neo-femminismo
gialloverde

Ahimè, Postumo, vizio antico e inveterato violare il letto altrui, disonorando la santità del talamo nuziale. Dall’età del ferro ci vengono crimini e crimini, ma già in quella argentea si videro i primi adulteri. E tu in tempi come i nostri prepari contratto, rito e sponsali, ti fai acconciare da un maestro coiffeur e forse in pegno hai già dato l’anello. Io ti credevo saggio: eppure, Postumo mio, prendi moglie! Dimmi: è Tisífone con le sue serpi che ti rende insensato? Con tutte le corde a disposizione, con tante finestre spalancate lassú da dare le vertigini e col ponte Emilio a due passi, ti senti di sopportare una moglie?

***

Senti le disavventure di Claudio. La moglie, non appena lo vedeva addormentato, spingendo la sua audacia di augusta meretrice sino a preferire una stuoia al talamo del Palatino, incappucciata di nero, l’abbandonava scortata da una sola ancella. Nascondendo la chioma scura sotto una parrucca bionda, varcava la soglia di un lupanare tenuto caldo da un tendone malandato, dove in una cella a lei riservata, col falso nome di Licisca, si prostituiva ignuda, i capezzoli dorati. Quando poi il ruffiano mandava via le sue ragazze, usciva a malincuore, con la sola concessione di poter chiudere per ultima la cella. Sfiancata dagli uomini, ma non sazia ancora, se ne tornava a casa: il viso ammaccato di lividi, impregnata del fumo di lucerna, portava il lezzo del bordello sin nel letto imperiale.

***

Se hai la sventatezza di sposarti, di votarti anima e corpo a una donna sola, allora giú la testa e prepara il collo a portare il giogo. Non ne troverai una che rinunzi a tormentare chi l’ama. Anche se lei ne è innamorata, godrà a torturarlo, a spogliarlo. E piú il marito sarà amorevole e buono, meno, meno assai gli varrà la moglie. Senza il suo permesso non potrai far regali, vendere o comprare alcunché se lei si oppone o non lo vuole. Sceglierà lei i tuoi affetti; e cosí sarà cacciato di casa persino un vecchio amico, quell’amico che la tua porta vide con la prima barba. “Crocifiggi quel servo!’ “Ma per quale delitto merita il supplizio? Ci sono testimoni? una denuncia? Ascolta: non son mai troppi gli indugi, se in gioco è la vita di un uomo”. “Lo voglio io. Se ordino che sia messo a morte, la mia volontà dovrebbe bastarti!”. Finché poi vive la suocera, no, non avrai pace. È lei che le insegna a rovinare il marito. Che vuoi che le inculchi la madre? Costumi onesti, diversi dai suoi? Illuso! A vecchie spudorate troppo utile torna educare una figlia spudorata!

***

Non ha limiti l’impudenza di una donna: colte in fallo traggono dalla colpa furia e coraggio. Da dove vengano tali mostruosità, che origine abbiano, questo vuoi sapere? Una condizione modesta garantiva un tempo la castità delle donne latine; le distoglievano dal contagio dei vizi la casa minuscola, la fatica, il sonno limitato, le mani rovinate e

irruvidite dalla lana etrusca, l’assillo di Annibale alle porte di Roma e i mariti in armi sulla torre Collina. La pace troppo lunga ci ha guastati: piú funesta della guerra, su noi incombe la lussuria a vendicare il mondo che abbiamo sottomesso. Da quando la sobrietà romana è scomparsa, nessun crimine è assente qui fra noi, nessun misfatto di libidine. Sui nostri colli si sono installate Sibari, Rodi, Mileto e ubriaca fradicia Taranto, con le sue corone e le sue indecenze. L’oscenità del denaro ha introdotto costumi esotici e le mollezze della ricchezza hanno corrotto il nostro tempo con gli eccessi piú vergognosi. Venere ubriaca non ha ritegno.

***

Odio la donna che ha sempre in mano e consulta la Grammatica di Palèmone, senza mai trasgredire le regole della lingua, e che, ostentando erudizione, cita versi a me sconosciuti, che rimprovera a un’amica incolta parole a cui nessun uomo farebbe caso: vivaddio, che almeno al marito sia permesso un errore di sintassi! Nulla esiste che non si permetta una donna, nulla che reputi scorretto, se può cingersi il collo di smeraldi o appendersi alle orecchie tutte tese pendagli smisurati. Il viso, gonfio di pomate, tutto un effluvio di ceroni poppeani, in cui s’invischiano le labbra del povero marito. Finalmente svela il suo volto: tolto il primo strato d’intonaco, ecco, ora sappiamo chi è; poi si massaggia con il latte: si sa, anche se fosse esiliata al polo artico, condurrebbe con sé una mandria d’asine. Io domando: è una faccia questa, cosí mutata in maschera, sostenuta da tanti impiastri, tutta madida per gli impacchi di farina bollente, o non piuttosto un’ulcera?

(Giovenale, “Satira VI”, 101-132 d.C.)

Ps Questa rubrica è dedicata a Enrico Esposito, vicecapo dell’ufficio legislativo del ministro Di Maio