Vince il Sinn Fein,
in Irlanda inizia una nuova era

L’inizio di una nuova epoca. La vittoria del Sinn Fein alle elezioni politiche irlandesi ha decretato la fine del secolare duopolio che ha visto governare alternativamente, sin dagli albori dell’indipendenza repubblicana, due partiti sostanzialmente speculari, entrambi moderati e di centro-destra. Perdono insieme quasi il 10% rispetto al 2016 il Fine Gael, partito del primo ministro in carica, Leo Varadkar, arrivato terzo col 20.9% e Fianna Fáil, secondo al 22.%.

Recentemente FG ha assunto posizioni più progressiste in materia di diritti civili e importanti traguardi, come il matrimonio omosessuale e la legalizzazione dell’aborto, sono stati raggiunti. Generalmente però i due partiti sono conservatori sia in ambito di diritti civili sia di diritti sociali, scegliendo da un lato di delegare il monopolio etico culturale alla Chiesa Cattolica, e dall’altro attuando politiche economiche chiaramente neo-liberiste. Queste ultime, accompagnate dalle politiche di austerity, hanno lasciato terreno alla crescita delle diseguaglianze ed al progressivo indebolimento del welfare: in Irlanda non esiste un sistema sanitario universale, i costi del sistema educativo sono molto elevati, molti aspetti essenziali del welfare come sanità e pensione sono “delegati” al sistema dei benefit aziendali. Gli investimenti sul trasporto pubblico sono insufficienti e sul piano dei diritti del lavoro c’è ancora tanto da costruire: la legislazione universale sul lavoro è molto soft e la contrattazione collettiva sia al livello settoriale che aziendale quasi del tutto assente, complice anche la debolezza delle trade union irlandesi e l’allergia innata delle “big corporation” ai sindacati.

Pieno impiego

La crescita economica e la condizione di quasi “full employment” del paese sono in larga parte dovuti all’attrazione di capitali esteri per via di una tassazione molto agevolata, quasi minima. Le grandi multinazionali americane dell’information technology hanno trasferito da Londra a Dublino i loro headquarter europei, complice anche lo spauracchio del fenomeno Brexit. Questo fa sì che l’economia irlandese sia abbastanza fragile al suo interno perché si regge appunto su capitali esteri e importazioni.

Ma la vera emergenza sociale è quella abitativa: si stima che circa 10.000 persone su 5 milioni di abitanti siano senza fissa dimora. Dublino è sì un cantiere a cielo aperto, ma solo per uffici commerciali e alberghi, non per le cosiddette “social housing”. Per non parlare del mercato degli affitti che negli ultimi anni è schizzato alle stelle, costringendo migliaia di persone a cedere metà della loro stipendio ai proprietari di casa.

Da questo contesto scaturisce il successo elettorale dello Sinn Féin , storico partito repubblicano di sinistra. Accusato spesso dagli avversari politici di non aver rinnegato i propri rapporti con ll’IRA, il partito è stato rilanciato dalla nuova leader Mary Lou McDonald che ha cavalcato l’onda progressista dei millennials stufi di un sistema politico bloccato e un sistema economico ingiusto. Un partito piú vecchio di Sanders e Corbyn ma con una leader piú simile a Nicola Sturgeon.

Questi risultati sono stati possibili anche grazie al sistema elettorale irlandese. Il cosiddetto “Single Transferable Vote”, è un sistema avanzato che da molta voce in capitolo all’elettore. Invece di indicare un solo voto gli elettori irlandesi hanno a disposizione una vera e propria classifica, dove possono indicare l’ordine dei candidati dal più al meno preferito. Gli eletti vengono selezionati a partire dalle “prime preferenze”. Ma una volta che il primo candidato viene dichiarato eletto, le seconde preferenze degli elettori che l’hanno scelto vengono aggiunte agli altri candidati contribuendo a scegliere anche il secondo, terzo etc. Anche gli elettori che preferiscono candidati di nicchia possono fare valere le loro successive preferenze. Lo spoglio infatti procede con una serie di conte dove l’ultimo classificato viene eliminato, “liberando” le sue seconde preferenze verso candidati più quotati. Un sistema elettorale che elimina il “voto utile” e anzi rappresenta in modo molto più fedele preferenze e antipatie degli elettori. Anche per questo i candidati di estrema destra hanno riscosso consensi irrisori, essendo in fondo alle classifiche di tutti gli elettori antifascisti. Se il Regno Unito avesse avuto questo sistema elettorale, Boris Johnson e la sua Brexit sarebbero stati sconfitti. Ce l’avesse l’Italia, Salvini non avrebbe molte chances.

Il sistema spiega anche perché tutti i partiti schierano un numero di candidati inferiore a quelli da eleggere. I candidati infatti sono presentati singolarmente, non in una lista, e dunque serve una campagna molto coordinata per spiegare ai propri elettori come distribuire le preferenze tra diversi candidati dello stesso partito. Di fatto nessun partito presenta più di 2 o 3 candidati in un collegio. Tuttavia lo Sinn Féinn ha sottovalutato il suo livello di consenso rinunciando in quasi tutti i 39 collegi a inserire un secondo candidato, perdendo in molti casi la chance di raddoppiare i 37 eletti e finendo per essere superato dai 38 di Fianna Fáil. Il sistema elettorale e la frammentazione del quadro politico non consentono di ottenere facilmente una maggioranza di governo: servono almeno 80 seggi sui 160 del parlamento, ma, al momento, nessuno dei tre più grandi partiti è in grado di governare da solo, senza alleati. La vera notizia è però che FG e FF nemmeno alleandosi otterrebbero la maggioranza.

Giustizia sociale

L’Irlanda è un paese che chiede finalmente maggiore giustizia sociale, maggiori diritti e garanzie sul posto di lavoro, ma soprattutto un tetto sotto cui vivere per tutti. Gli sfratti di intere famiglie ormai sono all’ordine del giorno: demolizioni di interi palazzi vengono autorizzate in vista della costruzione di residence di lusso o centri commerciali. In risposta a questo, negli ultimi anni sono nati diversi movimenti cosiddetti “grassroot”, ossia movimenti dal basso, radicati al territorio, che rivendicano non solo diritti civili ma anche sociali, come quello del salario minimo, adesso garantito per legge.

La sinistra irlandese ha pertanto una grandissima occasione, quella di andare al governo del paese, se solo farà scelte di lungo termine. Ci sono altre realtà interessanti al livello politico, pezzi della sinistra irlandese fuori da SF: People Before Profit, molto radicato e attivo nelle battaglie sociali più importanti, ma anche figure politiche afferenti alla sinistra che non si riconoscono in alcun partito, ma si collocano tra gli Indipendent. Se SF cercherà le alleanze con questa parte sana della politica, con il green party e con altre realtà di centro-sinistra (Labour, Social Democrats) allora un governo di vero cambiamento potrà finalmente insediarsi nella Repubblica.

Nonostante la Brexit non sia stato affatto centrale nelle scelte elettorali degli irlandesi, il referendum sull’unificazione tra Irlanda del Nord e Repubblica su cui la McDonald ha sfidato Boris Johnson sará tema di importanza crescente a sud come a nord dell’isola. Certamente favorito dalla Brexit, il referendum appare inevitabile in virtú degli stessi trend demografici e politici che hanno portato al successo elettorale di SF. Se così fosse, staremo a vedere, ma quello che ci sembra più significativo al momento è il manifestarsi di una grande sfida e occasione non sono per la sinistra irlandese, ma per tutta la sinistra europea.