Nell’era di Trump
serve più Europa

Nelle relazioni tra l’Europa e gli Stati uniti è accaduto un fatto inedito e carico di conseguenze. I ministri finanziari dei cinque maggiori paesi dell’Unione prima e poi il vicepresidente della Commissione di Bruxelles hanno formulato critiche molto severe alla riforma del sistema fiscale americano appena strappata da Donald Trump al Congresso, e le hanno messe nero su bianco su documenti ufficiali. Si tratta di mosse assai poco diplomatiche, giacché non sono usuali le ingerenze di questa natura negli atti legislativi di altri paesi, ma evidentemente si è ritenuto che fossero necessarie. Il timore, da questa parte dell’Atlantico, è che la riforma metta in difficoltà le aziende europee che operano negli Usa e che, soprattutto, le nuove regole tributarie americane, molto favorevoli alle imprese, determino un pericoloso dumping fiscale che farebbe degli Stati Uniti una specie di colossale paradiso finanziario. E non è facile allontanare il sospetto che questo sia proprio uno degli obiettivi perseguiti con la riforma dalla attuale amministrazione di Washington.

Ma lo scontro non è solo nel campo dell’economia. Allo schieramento che nell’assemblea dell’Onu a stragrande maggioranza  ha inferto una durissima batosta a Trump sulla questione di Gerusalemme appartenevano tutti paesi dell’Unione eccetto quelli dell’est (Cechia, Ungheria, Polonia, Croazia e Romania) che comunque si sono astenuti. Il Dipartimento di Stato Usa aveva annunciato la sospensione degli aiuti americani a tutti i paesi che all’Onu avessero votato la  risoluzione che condanna la decisione di spostare l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme e l’ambasciatrice di Washington ha pronunciato una esplicita minaccia per i reprobi: “ci ricorderemo di loro”. Ma la minaccia non ha avuto alcun esito: nessun paese dell’Unione ha votato con gli Stati Uniti: 23 hanno votato contro e di questi due, la Gran Bretagna e la Francia, sono membri permanenti (con diritto di veto) del Consiglio di Sicurezza.

Questi due avvenimenti danno da soli la misura del conflitto che va aprendosi tra le due sponde dell’Atlantico. Quando eravamo tutti più giovani ci spiegavano che uno dei motivi per cui era un bene che esistesse la Nato era che così si evitava il decoupling, ovvero la differenziazione degli interessi tra gli Stati Uniti e l’Europa. Ora un signore di una certa età, diplomatico con alle spalle una grande carriera – esercitata ad altissimo livello anche nella Nato –  e oggi autorevole commentatore di politica internazionale sui giornali e in televisione ci dice che l’Alleanza non ha più ragione di esistere. E bisogna ammettere che a chi tanti anni fa andava gridando via l’Italia dalla Nato, via la Nato dall’Italia le parole di Sergio Romano fanno un certo effetto. Il fatto è che il decoupling c’è stato eccome, e non è nato con Trump. C’è stato in realtà da quando si è dissolto il blocco sovietico ma allora fu nascosto con la decisione, che non era affatto scontata, di mantenere l’alleanza tenendo in vita il concetto di “campo occidentale” pure se militarmente non aveva più ragione di esistere. Il conflitto in tutti questi anni si è manifestato in varie occasioni senza che nessuno, né da questa parte né dall’altra parte dell’Atlantico ne traesse le conseguenze, ma dopo l’arrivo di Donald Trump è diventato così esplicito e non più componibile da imporre una riflessione molto seria, e molto urgente, sul nuovo assetto da dare al sistema delle relazioni tra gli Usa e l’Europa.

È in grado l’Unione di riconoscere e governare questo mutamento? Torniamo alla cronaca di questi giorni. Nelle stesse ore in cui Trump annunciava trionfante la riforma fiscale e in cui all’Onu l’ambasciatrice Usa dava fiato al diktat sulla questione di Gerusalemme, la Commissione di Bruxelles faceva sapere di aver avviato la procedura per l’applicazione dell’articolo 7 del Trattato nei confronti della Polonia, dopo che a Varsavia il presidente della Repubblica aveva firmato uno dopo l’altro i decreti governativi che fanno a pezzi l’indipendenza della magistratura e la sottopongono al controllo del governo, alla faccia del barone di Montesquieu. È anche questo un fatto inedito perché è la prima volta che si ricorre all’articolo 7. Al tempo del primo governo di Vienna con la partecipazione dell’estrema destra, se ne parlò ma non se ne fece nulla.  

Come si sa, è molto difficile che la procedura porti alle estreme conseguenze, cioè alla sospensione della Polonia o al blocco del suo diritto di voto in Consiglio, perché c’è almeno un paese, l’Ungheria di Viktor Orbán, pronto a porre il veto. E certo c’è una buona dose di ipocrisia nel ricorrere a uno strumento del quale si sa che non funzionerà proprio perché fu concepito senza coerenza e senza coraggio. Come giustamente fa notare il presidente del movimento europeo Virgilio Dastoli, si sarebbe potuto seguire una strada molto più veloce e più sicura. Però si tratta comunque di una presa di posizione politica: vale non solo come un monito per la Polonia, e per l’Austria di Sebastian Kurz, ma anche come un richiamo ai valori che sono, o dovrebbero essere, i princìpi fondanti dell’Unione.

Un segnale politico: ci illudiamo? Forse. Da molti anni le istituzioni di Bruxelles e i governi dei maggiori paesi sembrano averli dimenticati, quei valori, e l’orizzonte dell’Unione si è ristretto a una mera politica di disciplina finanziaria. Tanto che, in modo abbastanza paradossale, il decoupling dagli Stati Uniti si è proposto, negli anni dell’amministrazione Obama, con Washington che perseguiva politiche espansive e Bruxelles che praticava una durissima austerity. Però l’avvento di un presidente americano che proclama “America first” e, rovesciando completamente la linea economica Usa, rende esplicita la contrapposizione, mette l’Europa di fronte a una scelta che non può ignorare come troppo a lungo ha fatto in passato: o recupera le ragioni della propria essenza, che è fatta di princìpi e di coerenza delle politiche ai princìpi (coerenza da imporre intanto ai propri membri), o trova il modo di riprendere seriamente il cammino verso l’integrazione politica oppure nella dissoluzione del “campo occidentale” finirà per perdersi nel nulla. Rimarrà solo la Nato, alleanza in cui i partner hanno ormai interessi del tutto divergenti e il cui apparato militare però è ai diretti e insindacabili ordini di un comandante americano che obbedisce al presidente americano. Un paradosso. E anche un rischio.