Per le strade di Mosca
sognando la Rivoluzione

Ulitza Tverskaya è una grande arteria di Mosca. Nel suo tratto finale collega Piazza Puskin con Piazza Rivoluzione, subito a ridosso della Piazza Rossa. È un ottimo punto di osservazione per comprendere le dinamiche della nuova Mosca. Sui lati si affacciano le vetrine scintillanti dei grandi stilisti, caffè aperti fino a tarda notte, ristoranti di sushi e di cucina italiana. Ma sui palazzi più antichi non è difficile incontrare iscrizioni dell’epoca sovietica, con tanto di falce e martello e CCCP ben leggibile.

È proprio su questo boulevard, o per meglio dire su una sua corsia laterale, che lo scorso 7 novembre è sfilato il corteo dei comunisti che ha celebrato il centesimo anniversario della Rivoluzione bolscevica. Solo questo ha concesso Putin riservandosi l’utilizzo del palcoscenico più prestigioso, quello della Piazza Rossa, per una sua “parata di governo”, propagandata come celebrazione della vittoria nella seconda guerra mondiale, ma di fatto orchestrata per occultare il fantasma del passato comunista. Un fantasma che per le strade e le piazze di Mosca sembra però non essere affatto del tutto scomparso.

Ci sono andato apposta a Mosca per assistere al giubileo della Rivoluzione, fedele ad una promessa fatta a un amico quand’ero ragazzo, in un tempo in cui nessuno avrebbe osato pronosticare la fine imminente dell’Unione Sovietica e del suo impero. Allora le ricorrenze del 7 novembre che si vedevano in tv avevano qualcosa di sinistro. La sfilata dei missili nucleari di fronte al Cremlino e l’icona immobile di Leonida Breznev col colbacco e le cento mostrine sul petto, attorniato dagli altri leader del partito e dello stato, esaltavano la potenza bellica di quel mondo e trasmettevano un’idea di stabilità incrollabile. Dalla vicinanza o meno rispetto al segretario generale i cremlinologi occidentali misuravano gli equilibri di potere nella nomenklatura e si sforzavano di prevedere le dinamiche future. Oggi al Cremlino c’è solo Putin, e la festa dei cento anni l’ha voluta relegare in un cantuccio della memoria collettiva, come se non ci fosse mai stata, o come se si trattasse di una pagina secondaria della storia nazionale.

Eppure il corteo non è andato affatto deserto. La federazione moscovita del partito comunista russo ha fatto del suo meglio per omaggiare la memoria del 7 novembre 1917. Per quanto sconfitti ed emarginati i comunisti russi costituiscono una forza di tutto rispetto e rappresentano un bel pezzo della società russa. Alle ultime elezioni hanno raccolto oltre 7 milioni di voti e contano su una quarantina di deputati alla Duma. Eccoli dunque sfilare con le bandiere rosse, le falci e martello, gli striscioni in cirillico inneggianti al proletariato internazionale. Saranno stati in tutto 30mila, non molti, ma neppure pochissimi. Sui più anziani si legge lo sguardo nostalgico di altri tempi e lo sconforto di non essere riusciti ad adeguarsi alla nuova realtà socio-economica che ha imposto frenetici cambiamenti di valori e di stile di vita.

Ma l’aspetto che più colpisce è la dimensione anche internazionale della manifestazione in ricordo della rivoluzione: accanto alle schiere ordinate dei comunisti sovietici lungo Ulitza Tverskaya sfilano anche molti militanti di varie nazioni, venuti evidentemente a Mosca per l’occasione. Ce ne sono di spagnoli, di portoghesi, di francesi. E ce ne sono tanti di italiani, ovviamente divisi in gruppi che rivaleggiano tra di loro: si vedono le bandiere di Rifondazione, quelle del Partito Comunista di Marco Rizzo, e perfino quelle di alcuni militanti di Varese che vorrebbero rifondare il vecchio Pci. Un Pci del quale però non accettano, ad esempio, il ricordo di Enrico Berlinguer e delle sue posizioni circa l’esaurimento della “spinta propulsiva” della Rivoluzione d’Ottobre. L’impressione era di assistere a una scena nella quale il tempo non sembrava essere mai passato. Ovvero che non fosse crollato il muro di Berlino e non fossero venute meno tutte le esperienze del cosiddetto “socialismo reale” all’Est.

Seguo il corteo fino al grande piazzale di fronte a teatro Bolshoi, dove ancora troneggia una monumentale statua di Karl Marx. Qui si svolgono i comizi ufficiali. Ascolto il discorso di Gennaij Zjuganov, segretario del partito comunista russo, senza capire una parola, ma percepisco che si tratta di un appello a mantenere vivi i valori della stagione rivoluzionaria di un secolo fa. È probabile che se ci fosse ancora l’URSS oggi sarebbe lui, Zjuganov, ad occupare il posto al centro della gigantesca tribuna che era stato di Breznev e poi di Andropov, Cernienko e Gorbaciov. Alla fine si canta “Bella ciao” in russo e si chiude con l’Internazionale.

Dicono che nel 1889 i festeggiamenti per il centenario della Rivoluzione francese furono modesti e che ci volle ancora un bel po’ prima che fosse sancito il recupero completo delle varie fasi di quell’epocale evento storico. Sarà così anche per la Rivoluzione russa? Cosa se ne dirà nel 2117? Qualcuno ne festeggerà il bicentenario o l’annacquamento perseguito da Putin o chi per lui avrà avuto definitivamente la meglio? Con questi pensieri in testa visito il Mausoleo di Lenin, un tempio che mantiene intatta la sua solennità. All’uscita passeggio tra le tombe dei grandi leader e generali dell’Unione Sovietica sepolti nelle mura del Cremlino, e con stupore scopro che sulla tomba di Stalin la quantità di garofani rossi depositati è nettamente più grande rispetto alle altre tombe. Che sia proprio vero quello che si dice, cioè che nell’immaginario collettivo odierno del popolo russo, nella ricostruzione della memoria operata da Putin, si salva la figura di Stalin, l’eroe della resistenza antinazista e della vittoria nella grande guerra patriottica, senza tener conto, nello stesso tempo, dell’eredità sanguinosa dello stalinismo?