Nell’attesa, il ruggito dei leoni

La notte, a Roma, par di sentire ruggire leoni. Un mormorio indistinto è il respiro della città, fra le sue cupole nere e i colli lontani, nell’ombra qua e là scintillante; e a tratti un rumore roco di sirene, come se il mare fosse vicino, e dal porto partissero navi per chissà quali orizzonti. E poi quel suono, insieme vago e selvatico, crudele ma non privo di una strana dolcezza, il ruggito dei leoni, nel deserto notturno delle case.

Erano giorni importanti. Il Ministero era caduto: il governo Parri era stato rovesciato, e la crisi si protraeva, con le sue attese, i suoi colpi di scena, le sue manovre. Sapevamo tutti benissimo, come una verità evidente e ovvia (anche se la maggior parte degli uomini politici dei vari partiti pareva non rendersene affatto conto), che quelli erano avvenimenti decisivi, che il futuro dell’Italia, per molti anni, ne sarebbe dipeso; che si trattava di decidere se quello straordinario movimento popolare che si chiamava la Resistenza avrebbe avuto uno sviluppo nei fatti, rinnovando la struttura del Paese; o se sarebbe stato respinto tra i ricordi storici, rinnegato come attiva realtà, relegato tutt’al più nel profondo della coscienza individuale, come una esperienza morale senza frutti visibili, piena soltanto delle promesse di un lontano futuro.

Si faceva, in quei giorni, la prova della sua forza, e non solo della sua forza, come grezzo impulso, desiderio, numero e peso, ma della sua capacità, della sua abilità (della forza, della capacità, dell’abilità degli avversari bisogna sempre fra conto – ed è la più vana delle abitudini il vezzo italiano di accusare, piangendo, i nemici delle proprie sconfitte). Era uno di quei momenti in cui i destini di ciascuno pendono incerti; in cui gli abilissimi politici meditano sulle forze in campo, e preparano mosse astute in un loro complicato gioco di scacchi, che essi sono destinati, in ogni modo, a perdere – perché il solo modo di vincere sarebbe di trovare quella parola che, suscitando forze nuove, buttasse all’aria la scacchiera, e trasformasse il gioco in una cosa viva. Sarebbe stata detta, questa parola?

Erano giorni di attesa, e, nel frastuono quotidiano, di silenzio. Altre parole, senza risonanza, riempivano l’aria; vecchie parole, piene di nobiltà e di ricordi, ma astratte o troppo usate dal tempo, che le aveva ridotte informi come ciottoli bianchi nel letto di un fiume. Il loro suono era dolce: democrazia, socialismo, libertà, potere alle masse, e così via; ma senza forza. Pure, gli uomini erano là, i contadini sui sentieri, con l’asino e la capra, gli operai nelle fabbriche, gli scaricatori sulle banchine dei porti, i marinai sulle navi, e tutti gli altri; e anche Teresa, la venditrice di sigarette che rabbrividiva felice al primo vento d’autunno, tutti i milioni di Terese, che nei campi, nelle strade e nelle case di tutta Italia, avevano lasciato per sempre la vita di prima, e imparato a soffrire e a rallegrarsi di se stesse, erano là, erano con noi, e noi con loro.

Che cosa dunque stava in mezzo a noi, e ci impediva di intenderci, e ci inchiodava, come giocatori stanchi verso l’alba, al tavolo verde, per giocare una partita perduta? Forse, quelle dolci parole, fumo d’incenso, oscura nebbia di vana nostalgia.

(Carlo Levi, “L’orologio”, 1950)