Austria, in trappola
non solo Strache
ma tutti i sovranisti

Non è una storia austriaca. La trappola micidiale in cui è caduto come un pollo Heinz-Christian Strache, capo indiscusso (fino all’altra sera) dell’estrema destra a nord del Brennero, porterà dritta dritta, lassù, ad elezioni anticipate delle quali è difficile al momento indovinare l’esito, ma ha implicazioni, conseguenze e significati simbolici che vanno ben al di là, e, per il molto che ci riguarda, al di qua dei confini del paese alpino.

La geniale organizzatrice della beffa, della quale circolano solo le immagini e un nome, Alyona Makarova, probabilmente falso, non ha stroncato solo la carriera, forse il matrimonio e certamente la reputazione di Strache, che da vicecancelliere rappresentava nel governo di Vienna le maschie ragioni dei duri e puri chiamati dal popolo a spazzare via le classi dirigenti ammollite e corrotte del passato. Né ha offerto solo succosa materia alla magistratura che sta già indagando su almeno quattro o cinque reati infamanti commessi dal capo della FPÖ e dal presidente del gruppo parlamentare Johannes Godenus che lo accompagnava, moglie al seguito, e faceva da interprete. No, Alyona ha inferto una bella bastonata ai sovranisti di tutte le latitudini. Al sovranismo in sé, diciamo così.

Nell’universo sovranista Strache aveva, infatti, una collocazione centrale. Era il primo esponente d’un partito d’estrema destra, xenofobo, razzista e furbescamente ambiguo sul passato nazista, che era arrivato al vertice di un governo fuori dall’area del gruppo di Visegrád. C’era arrivato due anni fa, ben prima della Lega in Italia, a segnalare il fatto che anche nei paesi al di qua della vecchia cortina di ferro, dove l’impero sovietico non era mai arrivato a comprimere identità e obnubilare ragioni storiche, il nazionalismo più becero ha le sue buone chance. Poi, quando anche nel bel Paese dove fioriscono i limoni la destra-destra s’era insediata al potere, le aveva fatto da sponda garantendo una sorta di continuità territoriale da Roma a Mosca del populismo europeo, nemico di Bruxelles, dei suoi “burocrati” e, soprattutto, dei suoi princìpi sociali e liberali.

Un’alleanza politica che non era priva di connotati umani, diciamo così. Tra Matteo Salvini e Karlk-Heinz Strache c’è un rapporto davvero speciale, forse anche più stretto di quello del leghista con Marine Le Pen, nel quale qualche screzio non manca (“prima gli italiani” o “sur tout les françaises”?).

I due si sono incontrati spesso e volentieri, hanno addirittura messo in piedi nell’estate dell’anno scorso un asse Roma-Vienna-Berlino che, passando per Monaco, avrebbe dovuto “definitivamente” risolvere il problema dell’immigrazione se il contraente tedesco, il ministro dell’Interno federale e padre padrone della Baviera, il cristiano-sociale Horst Seehofer, non si fosse presto sfilato per non farsi cacciare dalla cancelliera Merkel. Ma, soprattutto, incarnavano insieme, e assai meglio che tutti gli altri attori della compagnia di giro sovranisteggiante, la bozza di un disegno politico molto ambizioso: l’alleanza da stringere con i popolari europei, magari non per governare insieme le istituzioni dell’Unione ma per isolare i socialisti, combattere le battaglie ideali contro i valori laici e, en passant, accordarsi su qualche nomina, a cominciare da quella, ormai prossima, al vertice della Banca Centrale europea. La coppietta italo-austriaca poteva contare su due alleati preziosi: Viktor Orbán a Budapest e lo stesso capo di Strache in patria, il giovane e spregiudicato cancelliere Sebastian Kurz. Non era stato proprio Kurz a sdoganare clamorosamente la FPÖ di Strache chiamandola al governo?

Non stiamo qui a ricostruire i dettagli del come e perché l’operazione si sia impantanata. La presenza dell’”entrista” Orbán nelle file del PPE si è fatta più difficile e precaria perché il gruppo parlamentare, su iniziativa dei partiti più fedeli alle tradizioni democratiche e cristiane, lo ha messo in mora fino a dopo le elezioni. Poi lo stesso Kurz deve aver fiutato aria di trappolone e si è unito al coro virtuoso dei difensori dei valori dell’Unione contro l’estrema destra. Proprio lui che l’ha portata al governo… Un po’ come fanno ora i cinquestelle da noi, insomma. E però, nonostante il vento contrario, sia Strache che Salvini hanno continuato a vagheggiare con i popolari nel futuro parlamento avvicinamenti e strategie comuni per “isolare i socialisti” e “riaffermare le ragioni della libertà economica” nonché le “radici cristiane” dell’Europa. Il vicepresidente del Consiglio italiano lo ha fatto pure dalla tribuna della kermesse di Milano, con il rosario in mano e sulla bocca, blasfema, l’invocazione al cuore immacolato di Maria, prendendo con ciò anche qualche percepibile distanza da Madame Le Pen.

Ma nel video che ha rovinato Strache c’è anche qualcosa che va oltre la politica intesa in senso stretto, quello delle alleanze e dei progetti futuri. E che va oltre anche allo squallore morale messo sulla scena da un uomo di governo che vende se stesso e gli interessi del proprio paese tra una sorsata di whisky e un’occhiata alle belle gambe di Alyona. C’è il metodo. Nel momento in cui si fa corrompere, il capo della destra austriaca chiarisce anche il meccanismo della corruzione. In cambio di commesse miliardarie che lui dal governo le garantirà, la presunta plutocrate che gli sta davanti dovrà comprargli un giornale, la Kronen-Zeitung, che è il più diffuso tabloid popolare dell’Austria (un po’ come la Bild Zeitung in Germania), per fare  propaganda alla FPÖ, “facendoci passare dal 26% (questo era lo score del partito secondo i sondaggi quando la trappola è scattata, due mesi prima delle elezioni del 2017) al 34%”. Così potremmo realizzare – spiega Strache – un controllo sulla stampa austriaca “sul modello di Orbán in Ungheria”. Capita l’antifona? Con l’aiuto dei soldi russi si costruirà un sistema “ungherese” di controllo e soffocamento della stampa. Con i soldi di Putin si realizzerà, anche in Austria, la democrazia illiberale, quella per cui chi vince le elezioni si prende tutto e la funzione di controllo dei media va a farsi benedire. Chissà se anche questo “modello ungherese” è stato oggetto dei colloqui e delle corrispondenze di amorosi sensi tra il capo della FPÖ e quello della Lega.

Anche per questo, immaginiamo, dev’essere stato molto doloroso, per Salvini, assistere al tonfo nel disonore (chiamiamolo così) del suo amico Strache. Tanto doloroso che il ministro più querulo della storia d’Italia stavolta è ammutolito: non un tweet, non un cenno in uno degli innumerevoli comizi, non un affaccio su facebook, non una parola buttata lì tra un selfie e l’altro nella selva dei microfoni protesi.

Salvini sta zitto. Almeno finora. Anche per questo, grazie, Alyona.