Pd, eppur si muove.
Serve un’alternativa
che parta dal basso

Sono stati pressoché unanimi i commenti sulla recente assemblea del Pd. Non c’è stata solo strisciarossa, con Pietro Spataro, a dichiarare inutile quella riunione. Concetti simili li abbiamo trovati, ad esempio, nell’editoriale di Federico Geremicca, su “La Stampa”. Qualcun altro, come il mio amico Peppino Caldarola, aveva suggerito, non solo al Pd, ma anche a Leu, un atto di scioglimento. Davvero, però, dobbiamo considerare morto il Pd, anche se appare privo di forze vitali? Davvero dobbiamo considerare morti e sepolti quel 18 per cento che ancora li ha votati, ora già rifugiati nel mare infinito delle astensioni, nella fuga dalla politica poiché difronte a quel cadavere non scorgono un soggetto alternativo? E poi  chi possiamo sperare che s’incarichi di sciogliere Pd e Leu per rifondare  una nuovissima sinistra? Gli stessi che ora reggono il Pd, da Renzi in giù e che abbiamo tanto criticato? Senza contare il fatto che la parola “rifondazione” suona davvero male se si pensa alle vicende di Rifondazione comunista” da Cossutta, a Garavini, a Bertinotti, fino a Ferrero.

Sarebbe semmai il caso di immaginare un progetto della sinistra capace di nascere dal basso. Tutto da costruire, con molti anni di tempo a disposizione. É vero ci sono molte esperienze diffuse interessanti, una serie di associazioni impegnate in campi diversi. Soprattutto sui diritti civili. Oppure sui temi del lavoro, qualche volta per opera dei sindacati, non immuni, nemmeno loro, da  difficoltà e stanchezze. C’è stato un tempo in cui Maurizio Landini accennó a una possibile “coalizione” sociale, una ipotesi non chiara  e rapidamente abbandonata. Un altro dirigente della Cgil, Gaetano Sateriale, in un recente articolo dedicato al prossimo congresso Cgil, ha parlato di “rete sociale”, di contrattazione sociale. Modi diversi per allargare il ruolo politico-sociale dell’organizzazione sindacale.  Un tempo, come ha ricordato in un saggio Marco Calamai, la Cgil di Trentin aveva pensato ai “consigli di zona” come organismi aperti alla partecipazione di occupati, disoccupati, atipici, precari. Tante esperienze, non solo simboliche come possono essere state le magliette rosse che hanno per un giornata contrassegnato un pezzo d’Italia. Sono le fonti, la linfa di una possibile nuova sinistra, radicata nella società.

Non credo però che questi generosi propositi, bisognosi di tempi lunghi per affermarsi, possano fregarsene delle sorti del Pd, dandolo per definitivamente spacciato oppure ormai considerato in una specie di mastodontico centrodestra dove sono tutti eguali da Salvini a Di Maio, da Renzi a Martina, da Minniti a Delrio.

E’ vero che l’ultima assemblea del Pd non ha chiarito le idee ed è stata l’ennesima delusione. Non tanto per le mancate o scarse autocritiche sugli errori commessi. A me non basterebbero i mea culpa. Mi interessano di più i propositi, le proposte. Quelle disperatamente urgenti sul che fare subito. Per fermare Salvini. Senza perdere tempo, dopo che non si è fatto nulla per evitare il peggio ovvero la stretta alleanza tra Lega e 5 stelle. Un connubio pericoloso come tutti stanno capendo. Qui c’è stato il vuoto assurdo e colpevole dell’assemblea Pd. Non ha saputo votare, magari con votazioni a maggioranza, un documento chiaro di scelte politiche immediate. Quelle implacabili, giorno dopo giorno.  Ad esempio sui migranti, sapendo che le posizioni espresse di recente da un Orfini, non sono identiche a quelle di Minniti. Magari approvando quella “Disobbedienza civile” proposta su queste colonne da Pier Virgilio Dastoli, presidente del Movimento europeo. Oppure sui temi del lavoro, sapendo che sul alcuni aspetti in discussione del cosiddetto “decreto dignità”, trovano più affinità con le idee della Camusso che con le idee di Calenda.

Sento già il commento ironico: nel Pd non si muove foglia che Renzi non voglia. Certo lui ha cercato di dimostrarlo anche con le parole finali del suo intervento:  “Ci rivedremo a congresso e perderete ancora “. Eppure a me sembra di poter dire che oggi qualcosa nel Pd sta cambiando. Renzi è più solo. Si allunga, anche per suo “merito”, la schiera degli oppositori o quasi, da Gentiloni a Fassino a Veltroni, a Zingaretti, per non parlare di Cuperlo e Orlando. C’è una dinamica in parte nuova.  Chi ha cuore le sorti della sinistra non può disinteressarsene  e consolarsi sventolando le proprie ottime magliette rosse, del resto presenti, sia pure in modesta quantità,  anche nell’assemblea del Pd. Un segnale ostentato ma significativo. É in corso una lotta politica. Da stimolare, non da guardare con la sufficienza di chi sa già tutto.

Certo lo stato d’animo di chi ha vissuto passati gloriosi stenta ad uscire da una certa  depressione. Non sono più i tempi di Togliatti. Berlinguer. Amendola, Pertini, Nenni, Ingrao, oppure, stando al sindacato, di Lama, Trentin, Santi, Carniti, Benvenuto. Personaggi che del resto tanta parte delle nuove generazioni manco conoscono. Esistono, in quel che resta della sinistra, gruppi dirigenti che devono ancora conquistarsi un carisma, un’autorevolezza, una capacità di imporsi. Anche perché oggi forse il leader che s’impone è quello che sa costruire una leadership, un gruppo unito e propositivo. Quello che non ha saputo fare, tra le altre cose, Matteo Renzi. Che ci ha lasciato eredi capaci di commentare allegramente di fronte all’ascesa del centrodestra:  “non vedo l’ora che vadano al governo”.