1995, due minuti all’apocalisse
venticinque anni dopo niente è cambiato

Se cercate Andøya sull’atlante farete fatica a trovarla. Si tratta di un’isoletta nell’arcipelago delle Vesterålen nel nord-ovest della Norvegia, circa 200 chilometri più su del circolo polare artico. Sull’isola ci sono un po’ più di tremila abitanti, un piccolo aeroporto e una base missilistica che non fa paura a nessuno perché non ospita ordigni distruttivi ma pacifici razzi impiegati per le ricerche scientifiche nel Grande Nord: per esempio lo studio dello scioglimento dei ghiacci a causa del riscaldamento globale, le derive degli iceberg o le condizioni in cui si formano le aurore boreali.

Eppure 25 anni fa, il 25 gennaio del 1995, dall’idillio invernale di questo insignificante angoletto d’Europa rischiò di cominciare la Fine del Mondo: un allarme nucleare che per soli due minuti non si tradusse in un micidiale first strike missilistico russo contro gli Stati Uniti e nella conseguente rappresaglia americana. L’inizio della terza guerra mondiale, verosimilmente l’ultima nella storia dell’umanità.

Quel che accadde in quel giorno d’inverno viene chiamato “l’incidente del missile norvegese” ed è considerato nella storia il terzo allarme nucleare per pericolosità dopo la crisi di missili a Cuba nel 1962 e la falsa segnalazione dell’inizio di un attacco massiccio da parte americana contro l’Urss che il 26 settembre del 1983 comparve sui radar della difesa sovietica e che il colonnello Sergej Petrov decise di non trasmettere ai superiori evitando così l’automatico avvio della controffensiva nucleare da parte di Mosca.

Un missile inoffensivo

Vediamo che cosa accadde in Norvegia e dintorni e perché fu così pericoloso. Nella base di Andøya, quel giorno, era previsto il lancio di un missile Black Brant, un vettore a raggio medio-corto (500-1000 chilometri) utilizzato per le ricerche scientifiche in ambiente artico. Si trattava di un razzo vecchiotto, che era stato progettato da un’azienda canadese nel 1957. L’esemplare da lanciare quel 25 gennaio avrebbe dovuto dirigersi verso le isole Svalbard, raccogliendo nel breve percorso una serie di dati sulla composizione dell’atmosfera nelle zone delle aurore boreali. Una procedura di banale routine.

Non si sa perché, se per un errore di programmazione dei tecnici norvegesi e americani della base oppure per una mancanza di comunicazioni con il comando militare Usa, il Black Brant quando raggiunge l’altezza di crociera si posiziona nel canale aereo destinato alla rotta dei Minutemen, i missili nucleari installati nel North Dakota e puntati diritti dritti su Mosca. La malasorte vuole che il razzo canadese abbia dimensioni e velocità di crociera simili a quelle dei Minutemen e così accade che quando viene inquadrato dai potenti radar della base sovietica di Olenegorsk, a un centinaio di chilometri da Murmansk nella penisola di Kola, scatta l’allarme al comando della difesa missilistica sovietica. Allarme fondatissimo perché a Mosca conoscono perfettamente lo schema d’attacco americano: all’inizio parte un solo Minuteman che ha il compito di sganciare in quota sul territorio dell’Unione sovietica una E-bomb, ovvero una bomba elettromagnetica in grado di mettere fuori uso tutte le apparecchiature elettroniche a terra, impedendo così la possibilità di una ritorsione. Quindi agli occhi dei sovietici quel missile che si sta dirigendo diretto verso Mosca passando sopra la Norvegia settentrionale e le Svalbard non può che essere quello con la E-bomb, l’avanguardia di un micidiale attacco massiccio a cui sarebbe impossibile rispondere.

Si calcolano i tempi della rotta. Dal momento dell’intercettazione sul radar all’arrivo sopra Mosca ci sono dieci minuti di volo. Dieci minuti nei quali Boris Eltsin, il presidente, deve decidere se e in quale momento lanciare i vettori terra-aria della difesa antimissilistica, oppure far abbattere il presunto Minuteman dalle armi montate sui sommergibili in navigazione nel mare di Norvegia o nel mare di Barents. Sarebbe l’inizio di uno scambio nucleare, giacché gli americani, ovviamente, si riterrebbero attaccati a loro volta.

La valigetta nucleare

Eltsin apre la čeghet, la valigetta che contiene i codici nucleari da inserire nel computer. L’ultima volta lo aveva fatto Kruscev, nel 1962. Si decide di allertare tutti i comandi e di avvertire della situazione i comandanti dei sommergibili che potrebbero essere l’unica arma a disposizione per la risposta nucleare. La popolazione civile, invece, non sarà avvertita. Bisogna evitare che si diffonda il panico e comunque i margini di tempo a disposizione sono del tutto insufficienti per qualsiasi misura di protezione.

Passano otto dei dieci minuti fatidici. All’inizio dell’ottavo da Olenegorsk comunicano che la traccia è scomparsa dai radar. Il missile è caduto? Oppure si tratta di una diavoleria degli americani che hanno trovato il modo di renderlo invisibile ai radar? In realtà il Black Brant è caduto veramente e proprio là dove doveva cadere, in mare poco al largo di Spitsbergen, l’isola principale delle Svalbard, dopo aver fatto il suo dovere e inviato agli ignari ricercatori di Andøya una quantità di interessantissimi dati sulla formazione delle aurore boreali.

Cessato l’allarme se ne cercano le cause. Com’è potuto accadere che il razzo-sonda si sia trovato sulla rotta dei Minutemen? Essa era stata tenuta nascosta ai responsabili della base scientifica, per evitare che arrivasse a eventuali spie (che evidentemente c’erano comunque arrivate)? E, visto che la base aveva l’obbligo di avvertire ad ogni lancio le autorità di tutti i paesi dell’area, perché Mosca non era stata informata? Oppure la notifica era avvenuta ma si era persa nei meandri dell’amministrazione russa, non proprio un esempio di efficienza, all’epoca? Perché Eltsin non fece uso del famoso telefono rosso con il quale i leader sovietici e i presidenti americani potevano parlare direttamente proprio per evitare incidenti fatali?

Qualcuno avanzò anche l’ipotesi fantascientifica che non di una leggerezza si fosse trattato, ma di una intenzionale manovra dei militari americani per testare la capacità e la velocità dei sovietici ad accorgersi di un attacco in atto. Un’ipotesi agghiacciante, ma tutto sommato abbastanza improbabile: per quanto si possa dubitare della ragionevolezza dei comandanti militari, un simile azzardo giocato sul filo dei minuti pare decisamente eccessivo.

Un Minuteman pronto per il lancio

L’azzardo dell’uscita dal Trattato INF

Eppure…La cosa è avvenuta nel disinteresse generale, ma un azzardo, non proprio come quello adombrato per il missile norvegese ma comunque considerevole è in atto, e ci riguarda molto da vicino. La decisione presa nell’agosto dell’anno scorso da Donald Trump di far uscire gli Stati Uniti dal Trattato INF, quello che dal 1987 vietava i missili a medio raggio come gli SS20 sovietici e i Pershing e i missili da crociera Tomhawak, ha posto le condizioni per un riarmo nucleare in Europa che espone il continente al rischio che la decisione di rispondere a un attacco, vero o presunto, di uno dei due schieramenti debba essere presa nel giro di pochissimi minuti. Proprio come accadde con il falso allarme per il Black Brant nel 1993. Ma mentre quarant’anni fa l’installazione degli euromissili americani suscitò proteste massicce e la nascita di un poderoso movimento pacifista internazionale, stavolta la prospettiva di un così pericoloso riarmo sta passando nella generale indifferenza.

Come alla fine degli anni ’70, è stata una mossa dei russi a dare il via alla nuova corsa alle armi. Allora c’era il capo dell’impero sovietico Leonid Breznev che decise l’installazione degli SS20, stavolta è il nazionalista russo Vladimir Putin che avrebbe ordinato la costruzione di un missile da crociera (in sigla il 9M729) in grado, come al tempo loro gli SS20, di tenere sotto tiro le principali città e le basi militari di gran parte dell’Europa, a cominciare dagli ex stati satelliti del fu impero, soprattutto la Polonia e le repubbliche baltiche che ospitano molte installazioni NATO. Almeno questo è quanto sostengono gli americani. A denunciare la non liceità del 9M729 rispetto al Trattato INF era stato già Barack Obama, ma finché c’è stato lui alla Casa Bianca c’erano ancora spazi negoziali aperti. Con Trump si è arrivati alla decisione drastica: poiché i russi si preparano a violare il Trattato, noi li anticipiamo e ne usciamo. Il presidente, a questo punto, ha le mani libere per ordinare la costruzione e poi l’installazione di nuovi ordigni a raggio intermedio con testata nucleare. I missili sarebbero sia da crociera che balistici e sarebbero puntati contro il territorio russo. Si tratta di una decisione militare che ha un evidente risvolto economico e che è stata caldeggiata ovviamente dalle aziende interessate al progetto. Ragione in più per ritenere che il progetto stesso andrà in porto. Almeno se Trump rimarrà alla Casa Bianca per un altro mandato.

Europa sotto tiro

A questo punto la corsa al riarmo nucleare in Europa rischia davvero di diventare travolgente. Putin ha già dichiarato pubblicamente che se la NATO schiererà missili a medio raggio in Europa i russi metteranno immediatamente sotto tiro le basi di lancio e che già sotto tiro sono le batterie di missili anti-missile installate in Polonia perché le loro rampe potrebbero essere utilizzate anche per gli ordigni a medio raggio.

Si sta creando, insomma, una situazione altrettanto pericolosa di quella che esisteva al tempo del confronto sugli euromissili. Una situazione in cui un falso allarme come quello del Black Brant o quello dell’attacco inesistente cui il colonnello Petrov non credette potrebbe scatenare l’apocalisse. E l’Unione europea come reagisce? Quando Trump annunciò la possibilità del ritiro dall’INF la Commissione di Bruxelles dichiarò timidamente che bisognava “stare attenti a non dar vita a una nuova corsa agli armamenti”. Poi però all’Assemblea generale dell’ONU alla fine del 2018 tutti gli stati della UE respinsero, su richiesta americana, una risoluzione che proponeva un sistema di controllo sul mantenimento dei limiti imposti dal Trattato. Che è stato come chiamare i nuovi missili in casa propria.