Nei cortei di Budapest
il risveglio operaio
contro Orban

Non so perché ma quando sbarco dall’aereo a Budapest, negli ultimi gelidi giorni del dicembre 2018, mi rincorrono i fantasmi di due grandi giornalisti italiani: Indro Montanelli e Alberto Jacoviello. Erano stati tra i testimoni più appassionati, uno per il “Corriere della sera”, l’altro per l’”l’Unità”, di quelli che i comunisti italiani dell’epoca chiamavano, con un po’ di pudore, “i fatti d’Ungheria”. Erano stati i cronisti, ad alto livello, nel 1956, di una terribile repressione antioperaia voluta dai sovietici, condannata in Italia da Giuseppe Di Vittorio ma non da Palmiro Togliatti. Chissà dove abitavano, pensavo, vagando tra il Museo nazionale, la chiesa di Santo Stefano, le colline di Buda, le terme di Gellért. E chissà che cosa avrebbe detto l’autore de “I sogni muoiono all’alba” di questi nuovi, contemporanei “fatti d’Ungheria” che scuotono la città.

Certo non vedo nè carri armati, nè vittime. Vedo, però, un popolo che scende in piazza, con immensi cortei. L’ultimo il 5 gennaio che annuncia un possibile prossimo sciopero generale. Nel frastuono delle sfilate, nei cartelli, compare un nome: “Victor Orban”. Non è un dittatore, è stato eletto democraticamente. Sta però compiendo scelte che suscitano la rivolta. L’ultima riguarda il lavoro. Con quella che chiamano “legge schiavitù”. Attraverso le nuove norme le imprese  possono costringere i propri dipendenti a sfibrarsi attraverso 400 ore di lavoro straordinario annuo. Così l’operaio, l’impiegato, il tecnico, l’informatico, il cameriere, il commesso, l’infermiere, l’edile,  lavorerà tutti i sabati, oppure vivrà giornate lunghe 10 ore di lavoro per 5 giorni, per un intero anno. Con una beffa ulteriore: il guadagno derivante dal lavoro straordinario non sarà pagato subito. L’imprenditore avrà a disposizione il comodo tempo di tre anni prima di sborsare il dovuto allo “schiavizzato”.

Non è la sola ragione che agita le nuove proteste ungheresi. C’è un altra legge anti-immigrazione che prevede perfino il carcere per coloro che aiutano l’”immigrazione clandestina”. Ha spiegato un ministro “Per il governo ungherese, la sicurezza dei cittadini viene prima e non permetteremo ai migranti o a nessuna delle organizzazioni che li supportano di mettere la sicurezza dell’Ungheria a rischio”. La cosa curiosa è che il massiccio ricorso al lavoro straordinario viene spiegato da un’assenza di mano d’opera. E che quindi sarebbe necessario ricorrere a lavoratori provenienti oltre confine.  Qualcuno ha però osservato che con tutta probabilità stimolare la xenofobia può distrarre l’elettorato da questioni che riguardano problemi più urgenti. Come quelli derivanti dalle condizioni di lavoro e da fenomeni di corruzione. E al lettore non può non tornare alla memoria il nostro bel paese e l’azione aggressiva del “ministro della paura” Salvini. Del resto grande amico e alleato di Orban. Quest’ultimo ha definito il prode Matteo: “Eroe e compagno di destino”. Salvini, dal canto suo, ha trovato il modo di affermare: “Stiamo lavorando per costruire una futura alleanza che escluda i socialisti, che escluda le sinistre, che riporti al centro i valori, le identità, che i nostri movimenti e i nostri governi rappresentano”.

E’ soprattutto il sindacato ungherese, questa volta unito, a guidare il movimento. E’ possibile scoprire però anche partecipazioni che usano l’arma della satira. Sono quelli del MKKP che vuol dire “il cane a due code”. Manifestano impegnandosi con tamburi e fisarmoniche, invitando i propri adepti a raccogliere regali per il governo, come maschere antigas e “biancheria intima a strati”. Un cartello recita: “Chi altri dobbiamo odiare dopo gli omosessuali, gli stranieri e gli immigrati?”. C’è, in questo rimescolamento tra le serie parole d’ordine sindacali e le scanzonate ironie, la constatazione di un pericolo autoritario. Spiegano che anche la libertà di stampa è in pericolo. L’Associazione nazionale dei giornalisti ungheresi  (MUOSZ) aveva chiesto, inutilmente, di  leggere in Tv una nota stampa di protesta. I giornali nazionali di opposizione, raccontano, “Nepszabadsag”e “Magyar Nemzet”, hanno chiuso.

Altre forme di opposizione muovono importanti comunità come quella ebraica. In piazza della Libertà, accanto al Parlamento, Orban aveva fatto costruire un monumento che mostra l’arcangelo Gabriele, simbolo dell’Ungheria, che viene aggredito dall’aquila imperiale tedesca. Un modo per far dimenticare le responsabilità locali, quelle dei nazisti ungheresi e del regime delle croci uncinate di Ferenc Szálasi. Gli ebrei lo hanno contestato costruendo un lungo intreccio di fili spinati con fotografie, documenti, lettere, oggetti appartenenti a vittime dei campi di concentramento.

E’ la società civile che si muove. Così come ha fatto, purtroppo senza risultati, di fronte ad altri fatti che hanno colpito la memoria storica. Ero sempre a Budapest la notte in cui il grande amico di Salvini ha ordinato di far rimuovere la statua, anch’essa vicina al Parlamento, di un personaggio fino a ieri considerato un eroe Nazionale, Imre Nagy, proprio colui che aveva guidato la rivolta del 1956, quella a cui avevano assistito Montanelli e Jacoviello. Un’azione condotta quasi di sotterfugio per ordine di chi, miserie della storia, aveva pronunciato, nel 1989, un’appassionata orazione funebre proprio in onore dello stesso Nagy. Era stato proprio lui, un pimpante  Viktor Orbán, a osservare, in quella occasione, che vedeva in Nagy, come hanno scritto, il simbolo di una nuova, libera Ungheria.

La stessa fine l’ha fatta un celebre filosofo: György Lukács. Anche lui, l’autore della “Distruzione della ragione”, rimosso dal parco di Santo Stefano, così come si è deciso di privare l’Archivio Lukács dello status di luogo di ricerca e di farlo funzionare solo come biblioteca. É la pulizia sciagurata della storia, anche quella gloriosa.

Per ritrovare qualche maceria del passato bisogna prendere la metro 4 (un servizio pubblico impeccabile, gratuito per gli anziani) e poi raggiungere, in una lontana periferia, il “Memento Park”. Qui sono ammassate, in uno spiazzo un po’ desolato, statue di Lenin, Marx, Engels, Dimitrov e altri. Sembrano i protagonisti di un trasloco. Un piccolo chiosco offre in vendita cianfrusaglie di oggetti del periodo comunista. Pochi i visitatori. Tra questi una coppia di catalani. Che issano, per una fotografia, sopra un monumento che mostra un gruppo di militari all’assalto, la loro  colorata bandiera per l’indipendenza. E sorridono.