Negli USA torna
il Pericolo Giallo.
Un film già visto

Donald Trump e i trumpiani non sono seri e accigliati conservatori, è gente che ama i revival, le nostalgie datate e gonze buone per parlare alla pancia dell’”America First” e pure ad altri organi meno nominabili.

L’ultima riscoperta, l’ennesima rimpatriata nel peggio che ha saputo produrre il Grande Paese, si chiama Pericolo Giallo, un rigurgito di razzismo pronto all’uso. Già. Lo scudo della libertà mondiale aveva promulgato nel 1882 una legge, il Chinese exclusion act, punitiva della comunità cinese sul territorio americano, con tanto di blocco degli ingressi e negazione ai cinesi residenti dei diritti di cittadinanza. Erano arrivati negli Usa come manodopera a basso costo, fuggendo da instabilità, rivolte, guerre dell’oppio. La Transcontinental Railroad che andava dall’Atlantico al Pacifico era stata creata grazie anche a migliaia e migliaia di braccia cinesi, ma il razzismo montò, spinto pure da altri lavoratori immigrati che temevano la concorrenza cinese. Ci furono pogrom violenti e l’odio non mollò, facendo poca differenza tra vietnamiti, cambogiani, cinesi, coreani, giapponesi (che tanto sembrano tutti uguali) fino agli anni Venta e Trenta e alla seconda guerra mondiale.

Oggi, il mondo del cinema americano è in gran parte liberal, ma negli anni prima della guerra Hollywood si teneva alla larga dagli attori orientali. Fu così che fece fortuna negli anni Trenta Warner Oland, nome d’arte di Johan Verner Ölund, figlio di uno svedese e di una russa di ascendenza mongola: senza essere di nazionalità cinese, aveva i tratti somatici perfetti per impersonare il terribile Fu Manchu, il genio del male odiatore della civiltà occidentale inventato dallo scrittore inglese Sax Rohmer e “importato” dal cinema, teatro e radio. Ottima biada per i complottisti dell’altro ieri. Oland, dopo Fu Manchu nel film il Drago rosso, tra il ’31 e il ’37 interpretò in sedici film Charlie Chan, ispettore della polizia di Honolulu. Ovviamente, nelle sue indagini faceva largo uso delle sue sottili arti orientali.

Ma finalmente il Pericolo Giallo is back! Messi da parte i latinos e i negri, hit del razzismo americano che non tramontano, sette deputati repubblicani di fede donaldiana hanno inviato alla Segretaria dell’Istruzione Betsy DeVos ‒ trumpiana perfetta in virtù dell’incarnato roseo, dei quattro figli e di un conto in banca miliardario ‒ una lettera in cui elogiano le indagini della stessa DeVos su alcune università, sospettate di covare “piattaforme per la propaganda del partito comunista cinese”: rubano informazioni tecnologiche, ci minano dal di dentro, ci sono “circa 110 Confucio Institute nei college e oltre 500 corsi Confucio nelle scuole secondarie che si presentano come centri studio di lingua e cultura cinesi, ma in realtà c’è il rischio che diventino veicolo di propaganda” . Ora, i cinesi quando si tratta di scopiazzare e imitare prodotti mica si tirano indietro e sono affamati di supertecnologie, ma se Xi Jinping è comunista, Eminem è un cantante neomelodico.

Le paranoie (i sensi di colpa?) abitano l’immaginario americano da sempre, come ben evidenziano i “mostri” autoctoni che compiono stragi a scuola o i serial killer. Ma l’attuale revival cinese può aprire le porte a un nuovo perfido rinascimento. A quando gruppi di armati che protestano contro il lockdown antivirus dentro il Parlamento del Michigan? Come? Già successo? E il Ku Klux Klan, cosa aspetta a rubarsi un po’ di scena?