Negli ospedali
si muore
Ma le fabbriche?

Chi ha perso un familiare, chi ha perso (o perderà) il lavoro, chi ha perso una bella fetta di reddito, chi ha perso libertà di muoversi, di vedere amici o andare in libreria o al cinema. Il conto del virus è salato. Ma paghiamo anche il conto dei nostri errori. Proprio la drammaticità del momento, dopo un mese di titoli allarmati e di talk perenni (con relativo nuovo circo barnum di superesperti, scienziati e tuttologi in servizio permanente effettivo), ci dice che è forse il caso di superare la fase del sensazionalismo mediatico per interrogarci più a fondo sul cosa ci stia accadendo, studiare i numeri, cercare di capire perché è successo, cosa dobbiamo fare per il futuro.

Dopo le immagini dei reparti ospedalieri, quelle più frequenti – maratoneti inurbati a parte – riguardano i supermercati, sia per le file all’esterno che per gli scaffali, più o meno vuoti all’interno. Una cosa è certa: tutti abbiamo capito sulla nostra pelle che siamo schiavi dei consumismo e della dittatura delle merci. Senza essere novelle cassandre, il virus provocherà a catena chiusure di aziende ed attività commerciali. Ci accorgeremo che siamo diventati tutti consumatori che producono e reggono altri consumatori. Così, come per la crisi finanziaria dello scorso decennio, il risultato sarà che in questo grande mercato i ricchi saranno ancora più ricchi, al cospetto di una ancor più vasta area di precarizzati e di più larghe fasce deboli.

A proposito. Sappiamo tutto di infermieri e camici bianchi, di artisti e insegnanti on line, ma ci chiediamo, come cittadini ma anche come giornalisti: cosa stanno facendo adesso gli addetti alle pulizie nelle scuole? E quelli che preparavano i pasti per le case di riposo, oggi blindate e inaccessibili? E i guardiani dei musei? E cosa fanno e come sopravviveranno, chessò, i librai? Come se la passano gli stagionali del turismo cui non arriva alcuna richiesta per la prossima estate? In sintesi: che ne è del popolo del non smart working e di quelli senza Cig?

“La produzione non si ferma e non si può fermare”. Dopo un mese dallo scoppio dell’epidemia, e comunque dopo dieci giorni dalla prima mezza serrata, la realtà ha avuto la meglio su questo assioma stonato: in questa drammatica congiuntura, non ha funzionato, non poteva reggere. Anzi, solo a pensarla sapeva di beffa, o per dirla con Lerner, “di ricatto”. Bergamo è la seconda provincia industriale d’Europa. Il manifatturiero occupa 156mila persone. Scusate la brutalità: negli ospedali si muore come mosche, ma fino allo scorso week end non si è praticamente fermata una sola linea di produzione. Non so quante aziende, prima dell’ultimo diktat governativo, abbiano chiuso nella provincia bresciana, laddove si concentra la quasi totalità della produzione di armi leggere in Italia. Quasi nessuna. E la domanda sorge spontanea: prima di domenica, le fabbriche di armi rientravano tra le filiere essenziali? Per non dire dei call center che rientrano ancora nella lista delle attività “strategiche” (sic!).

I ripetuti (e vani) appelli dei governatori a non uscire di casa si sono scontrati con il fatto che tante persone hanno continuato a lasciare le loro abitazioni per recarsi al lavoro. Da una parte si invoca l’esercito perché ci si accorge che l’autoregolamentazione non funziona, dall’altra, al netto di alcune grandi aziende manifatturiere che hanno deciso di fermarsi, per due buone settimane tanti, troppi sono stati i luoghi di lavoro rimasti operativi.

Se il virus ha messo a nudo la debolezza delle società che abbiamo creato, sono proprio le immagini, le storie, il vissuto degli ospedali a chiederci conto di come siamo arrivati a non accorgerci del baratro che abbiamo contribuito a realizzare. Siamo sempre bravi a piangere sul latte versato, dopo le alluvioni, dopo i terremoti, dopo questo o quel disastro. Sempre dopo, sempre pronti a dire “mai più” per poi lasciare che tutto continui come prima in attesa della prossima emergenza. E’ così anche per la sanità. Non ricordo, da vecchio cronista impegnato nell’informazione sociale, gilet gialli, rossi, verdi o azzurri in piazza a difesa del welfare, contro le privatizzazioni della sanità, specie in Lombardia e in Veneto, oggi le regioni più colpite, governate da oltre un quarto secolo dal centrodestra a trazione leghista, dove si è praticata la “ricetta” dei tagli ai servizi sanitari e degli ospedali cancellati (e assecondare gli interessi del settore privato: do you remember Formigoni?), così come purtroppo è successo anche nelle regioni governate dal centrosinistra (dal Lazio alla Calabria per fare anche qui esempi concreti). Non c’è stato alcun movimento di massa, organizzazione civile, sindacale e politica, che sia andata oltre le dichiarazioni più o meno di circostanza.. Solo voci pur autorevoli e competenti ma deboli, flebili, isolate, che non hanno spostato l’approccio economicista-finanziario del regionalismo sanitario. Crollato, alla prova del Covid-19, assieme alle balle sul sovranismo localista e l’autonomia differenziata.

Due considerazioni finali sul tema della democrazia. Avverto un sottile filo rosso che lega tra loro l’emergenza sanitaria, la militarizzazione del territorio, la quarantena della politica. Uno strisciante autoritarismo si fa strada anche nell’opinione pubblica. Il principio dell’uomo solo al comando non va bene anche quando si tratta di Conte e a Palazzo Chigi governa l’ultima formula del centrosinistra. Né mi hanno mai convinto le scorciatoie dell’affidavit ai tecnici per fronteggiare le grandi crisi, siano finanziarie (ieri Monti, oggi Lagarde per capirci) che sanitarie (questa o quella figura apicale del mondo scientifico). Altro che “Il Parlamento non si può riunire”. Medici e infermieri rischiano la pelle e i parlamentari non si possono muovere e venire a votare? Siamo su “scherzi a parte”! E’ ora di riaprire Camera e Senato (certo con le dovute precauzioni) e – questo sì in diretta tv, davanti al Paese – fare il punto della situazione, discutere dei provvedimenti in campo, assumersi le responsabilità del caso. Un appello insomma a ripristinare il primato della democrazia rappresentativa sui messaggi via faceboock e le teleconferenze. Il distanziamento sociale deve comportare un di più di informazione, trasparenza, consapevolezza e partecipazione. Sennò diventa isolamento e abbandono, delega e passività.

Per farla breve: restiamo umani. Servirà per il dopo.