Natale col covid:
riscopriamo
la solidarietà

Ci stiamo avvicinando alle feste di fine anno in uno stato d’animo d’emergenza, una guerra senza bombe ma tanti bollettini. E in troppi sentiamo, incongruamente, di temere per il Natale venturo proprio quando ci approssimiamo a questa festa di comune attesa gioiosa – diventata cristiana su radici ben più antiche e affondate nei primordi dell’umanità – colmi di rabbia e insofferenza verso gli altri. Così, in angoscioso paradosso, sempre più vicini al Natale e nello stesso tempo più lontani dal suo “spirito”. Quasi che la Parola, la Buona Novella del Cristo di carità e perdono, perfino la più generica predisposizione alla benevolenza e alla generosità, peculiare della celebrazione per laici e credenti, si fosse insabbiata nella paura del domani, nella preoccupazione dell’oggi, scolorendo qualsiasi sentimento del prossimo.

Ecco, indossiamo la mascherina, ma è il fossato del nostro castello, ci difendiamo; neanche per un attimo quella barriera diventa gesto solidale al fine di non nuocere agli altri. Ci dimentichiamo in tanti di quanto l’io senza il noi sia povero e destinato a rinsecchire. A nervi comprensibilmente tesi, non perdoniamo alcuna pecca altrui, anche la più piccola. Diffidiamo. Forse perché, nel profondo, non riusciamo a perdonare noi stessi. Nel ricco e protetto occidente europeo la pandemia ha scoperchiato un tetto di false sicurezze. E dire che di “contagi”, se solo ogni tanto ci sentissimo uno per uno come umanità intera, dovremmo essere esperti da molti anni, tra fuochi di guerra, disequilibri climatici, siccità, inondazioni, migrazioni, nuovi poveri di casa nostra.

Scriveva nel 1624 il poeta londinese John Donne: peste, Camus“Nessun uomo è un’Isola, intero in se stesso/ ogni uomo è un pezzo del continente/ una parte della Terra./ Se una zolla viene portata via dall’onda del mare/ la terra ne è diminuita, come se un promontorio le mancasse”. Poi i celebri versi finali: “E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te”. Niente. Sordi, ciechi ed è tragicamente normale. Abbiamo sentito rintocchi forti solo con il Covid, perché ci devia dal rituale percorso del consumo, del dono e della riunione familiare. La reiterazione rassicura, è umano. E invece, ecco lo shock. Attenzione, pericolo, c’è una deviazione dall’autostrada delle abitudini. E questo, adesso, vicino alle Feste non lo sopportiamo. Natale. Quasi ci rubassero una speranza o “qualcosa come il sentimento che uno si aspettava di avere” dice Hemingway e proprio in Per chi suona la Campana, storia di tempi eroici e di estremo sacrificio durante la Guerra Civile spagnola. Un’epoca di passi sul filo del burrone, come tante altre novecentesche, che ci paiono lontane, non ripetibili.

Ma dal profondo, nel malessere e nello scontento di questo autunno che non abbiamo voluto aspettarci, risalgono anche paure antiche che proprio con Natale e Capodanno hanno a che fare. Incredibile? Impossibile? Semplicemente vero: siamo creature composite, nella razza umana il susseguirsi delle generazioni lascia sempre solchi. Siamo (anche) ciò che siamo stati. Nella preistoria dei cacciatori-raccoglitori, la fine rituale di un anno chiudeva un tempo per inaugurarne uno nuovo, per fondarlo e “instaurare le condizioni psicologiche idonee ad attendere con piena fiducia l’abbondanza e la fertilità della terra”. Così spiega l’etnologo Vittorio Lanternari in La grande festa. Vita rituale e sistema di di produzione nelle società tradizionali, pubblicato nel 1959, un capolavoro che nel parlare del remoto rinviene e traccia i mille fili che portano agli umani del XXI secolo.

Ancora: “Il Capodanno è rito di fondazione, anzi di rifondazione periodica del ciclo vitale, del mondo, dell’ordine cosmico. Ripete il contenuto del mito corrispondente, cioè la catastrofe mitica e la sua palingenesi. Il Capodanno realizza la rigenerazione dell’ordine cosmico e umano attraverso il disordine che è crisi. In virtù di esso la catastroficità delle esperienze critiche viene annullata; la collettività si fa avanti fidente verso i nuovi compiti incombenti, di lavoro produttivo e fecondo”. Lavoro che è “la prima ed essenziale tecnica di rivalsa dell’uomo contro i pericoli dell’angoscia e contro il prepotere della natura”. I fili tra le epoche arcaiche e il Moderno si vedono chiaramente. Ma quest’anno i riti inaugurali (etimologicamente: “prendere gli auguri”) quasi non sembrano possibili. Quale ordine rigenerato possiamo attendere dopo le due crisi epidemiche che forse ne preannunciano una terza? La fine della “guerra” presente non è vicina e potrebbero scoppiarne altre se il treno della produzione-distruzione non rallenta. A cosa serve allora il rito di Natale-Capodanno? E se il lavoro è inesistente o minacciato? Senza il lavoro monta l’ansia.

Dai secoli delle prime esplorazioni missionarie, Natale cristiano e Capodanno pagano, frutto entrambi di una religiosità agraria, si sono sovrapposti e così ormai li viviamo, con tutte le differenze di fedi, credenze, abitudini familiari. Chissà, la crisi interiore dovuta all’epidemia potrebbe torcersi quest’anno in piccolo seme benigno, costretti come siamo a farci inedite domande sul ”bisogno” dei riti di fine anno, a guardare dove non vorremmo. Che bello se imparassimo a dire di nuovo “grazie” a tutte le donne e tutti gli uomini di buona volontà, che sono milioni e siamo anche noi nella nostra parte migliore. Riscoprendo la virtù, molto natalizia, della paziente attesa.